Prosegue l'importante viaggio della Avo Film tra i titoli più significativi dell'epoca d'oro della Shaw Brothers, con The Blood Brothers, a firma di Chang Cheh, autentica autorità del genere wuxiapian-gonfupian. Non è quindi un caso che sia proprio lui il regista più saccheggiato della collana, in virtù della sua prolificità e della consistenza delle sue opere. The Blood Brothers datato 1973 - nonostante non sia tra le cose più importanti girate da Chang Cheh e soffra di alcune coreografie poco riuscite - testimonia perfettamente la vitalità e la forza del suo cinema, capace di valorizzare uno script esile e potenzialmente monodimensionale, in cui si racconta, attraverso un lungo flashback, di due fratelli ladri che scontratisi con un soldato (Hsin) ne diventeranno alleati fraterni. Ma il patto di sangue cade a causa di una donna e del successo politico e militare di Hsin che lo porterà a tramare contro di loro.
E' ovvio che a Chang Cheh interessano come sempre i temi dell'onore e dell'amicizia virile. Il seme della discordia rappresentato dall'amore per la donna di un suo "fratello di sangue" funge essenzialmente come elemento drammaturgico scatenante ma non modifica la sostanza tematica del cinema di Chang Cheh, che racconta una volta di più i rischi dell'ambizione e dell'individualismo e l'ineluttabilità della violenza e del destino. La vendetta assume così, nella sua tragicità, un carattere di riconciliazione con i valori - financo con il surrogato retorico di questi - messi in discussione. Come a dire, se l'amicizia virile non può più esistere in un mondo che ne mette in discussione le radici e le ragioni, ribadirne il valore attraverso la tragicità delle sue conseguenze diventa un atto politico, oltre che spettacolare.
Sotto il profilo tecnico, la qualità audio e video è ottima e in linea con le altre uscite, potendo contare sulla bontà del restauro effettuato dalla Celestial Pictures. Il video, in scope, sorprende notevolmente (trattandosi di un letterbox) per l'eccellente livello di pulizia del quadro e il buon livello di luminosità e contrasto. Un gradino più in basso il lavoro eseguito sulla traccia audio, comunque ampiamente sopra la sufficienza. Se l'audio doppiato conta di un 5.1 più teorico che sostanziale, l'originale in cantonese, nonostante un lieve squilibrio tra il livello degli effetti e quello dei dialoghi, si fa preferire per le ovvie difficoltà di adattamento nella nostra lingua. Extra scarni, in linea con il progetto editoriale e l'ovvia difficoltà di reperire materiale documentario sul film. Ma vista l'importanza del progetto la cosa non è così imperdonabile.