È innegabile: Andrea De Sica è tra i pochi autori italiani - sì, autori - a cercare strade diverse e linguaggi, se vogliamo, estremi. Un merito, senza dubbio. Per il coraggio, per la visione dell'insieme narrativo - e quindi storia ed estetica -, per la capacità di dirigere gli interpreti. L'aveva dimostrato con l'esordio, I figli della notte (uscito nel lontano 2017), rafforzando estro e bravura con Non mi uccidere, e con la serie Baby. Ora, il film della maturità: Gli occhi degli altri.
Scritto insieme a Gianni Romoli e Silvana Tamma, De Sica rivede - alla larga, molto alla larga - il famigerato delitto Casati Stampa, facendone però un discorso antropologico sul concetto di prevaricazione, soffermandosi sulle illusioni, sulle apparenze, sul concetto stesso d'immagine (e se vogliamo di immaginazione), sferzando lo schema cinematografico da una coltre erotica mai pruriginosa, ma anzi rivelatrice di un istinto dalla marcata venatura drammatica.
Gli occhi degli altri, oltre la storia vera: la creazione di un mostro
Se la storia vera del Casati Stampa è solo una sorta di traccia (all'epoca definito dramma della gelosia, oggi sarebbe l'ennesimo e ingiustificabile femminicidio), Gli occhi degli altri sembra costantemente sospeso come è sospesa, a strapiombo sul mare di Ponza, la villa del marchese Lelio (Filippo Timi). Un via vai di gente prende parte ai suoi rinomati party. Sono gli anni Sessanta, gli arrampicatori sociali cominciano a dominare la scena, e l'alta borghesia sembra onnipotente, muovendo a proprio piacimento un'Italia nel pieno di una rinnovata primavera. Durante una delle tante feste, Lelio conosce Elena (Jasmine Trinca), bella e spregiudicata.
Si innamorano, si sposano, fanno sesso facendosi osservare dagli altri e, all'occorrenza, Lelio spinge Elena ad avere rapporti con altri uomini, mentre lui la filma (con citazione a L'uomo con la macchina da presa, e all'orrorifico Robert Blake in Strade Perdute). Sotto, De Sica sceglie la musica come chiave di racconto (a un certo punto ecco anche Bixio con Parlami D'amore Mariù, uno dei tanti brani che si alternano alla colonna sonora di Andrea Farri), giocando di contrasti e suggestioni. Un gioco che, anno dopo anno, sembra però sfilacciarsi. L'uomo diventa geloso, possessivo, vorrebbe imporre un figlio (addirittura, comprandolo dalla sua servitù), nonostante la donna sia "consumata" da un rapporto perverso e latentemente pericoloso.
La forza di Jasmine Trinca e Filippo Timi
Oltre tutto, ne Gli occhi degli altri c'è davvero tanto cinema, nel senso più stretto del termine. De Sica non ha paura di osare, andando contro le regole del thriller morboso per accentuare, invece, l'anima nera di un'epoca dalle mille facce, trasfigurate in qualche modo sui volti di Filippo Timi e Jasmine Trinca. A proposito, la bravura di un regista si vede da come muove il materiale umano a disposizione, e la performance dei protagonisti riesce a essere contemporaneamente inquietante e vulnerabile.
Parole, silenzi, gesti, dettagli. Un mefistofelico Timi declina l'atto sessuale come mera e brutale possessione, marcando un territorio in cui l'odore della sua colonia riesce addirittura a uscire dallo schermo; Jasmine Trinca, invece, sottolinea una capacità mimetica che alterna diversi registri, avvalorando una bravura che parte soprattutto dalla testa (e gli ultimi ruoli, da La gioia a L'arte della gioia lo dimostrano bene).
Oltre l'erotico: un dramma umano
Del resto, se per essere oggettivamente erotici bisogna stimolare la mente (forse per questo oggi in Italia nessuno fa più il cinema erotico), Andrea De Sica si rifà al tono di un primo Tino Brass - la fotografia di Gogò Bianchi omaggia Salon Kitty -, per poi sterzare verso un'architettura che evita il torbido per elevare, invece, lo spazio ristretto (anche emotivo) tipico di un certo Alfred Hitchcock, rivedendo il testo e il contesto come ragionavano Antonioni o Bertolucci.
Ciò che più colpisce, infatti, è il tatto elegante e raffinato con cui i quattro atti del film volgono verso l'epilogo, lasciando lo spettatore interdetto e spaurito, liberando una tragica desolazione sul volto proiettato di un' (in)consapevole Elena. Quelli di cui sopra, magari, sono paragoni ingombranti e, ammettiamo, un filo pretestuosi, ma Gli occhi degli altri riesce a raccontare l'epoca in cui è nata l'ossessione per l'immagine, capace di liberare e legittimare quei mostri logorati dalla solitudine, dal potere e dalla superficialità.
Conclusioni
Gli occhi degli altri sottolinea quanto Andrea De Sica sia uno dei pochi registi italiani a sperimentare linguaggi cinematografici originali. Liberamente ispirato al Delitto Casati Stampa, l'opera riflette sul potere, sulla gelosia, sull'apparenza e sull'ossessione per l’immagine. Tra erotismo e perversione, sferzato da una regia elegante, il film ha la giusta lucidità per addentrarsi in un dramma concettuale, capace di dialogare con il nostro presente. Notevole.
Perché ci piace
- La regia di Andrea De Sica, mai banale.
- La prova di Trinca e Timi.
- La capacità di adattare lo spunto.
- La tecnica, ben unita alla narrazione.
Cosa non va
- Forse, manca un punto nel centro del film.