Millennium - Uomini che odiano le donne

2011, Thriller

Recensione Millennium - Uomini che odiano le donne (2011)

Al contempo opera di genere e d'autore, Millennium - Uomini che odiano le donne è un film penetrante, teso, sofferto, crudo, messo in scena in maniera impeccabile da un regista che con l'abilità degna di un cesellatore è riuscito a sorprenderci ancora una volta, a far completamente sua un'algida storia di violenza e giochi di potere entrata con veemenza nell'immaginario collettivo europeo.

We Come from the Land of the Ice and Snow

Sicuramente David Fincher è il cineasta americano che in maniera più evidente in questi ultimi anni sta cercando di raggiungere una perfetta alchimia tra l'eleganza dark che contraddistingue il suo senso estetico, una narrazione sofisticata e accattivante che scavi dentro ai personaggi restituendo la loro essenza ed il bisogno sempre più impellente di un ritorno al cinema di stampo classico. Ne sono la prova sia Zodiac sia The Social Network, due film in cui il classicismo della concezione drammaturgica si sposa alla perfezione con un'estrema modernità stilistica e narrativa e con l'attualità dei personaggi, splendidamente caratterizzati. Un esperimento che aveva bisogno di essere ulteriormente collaudato su una storia diversa, forte ed energica, dall'enorme potenziale emotivo incentrata su due personaggi incrollabili, quasi mitologici, quasi due eroi vichinghi, una coppia di post-moderni paladini della giustizia. Satelliti dispersi e fuori orbita che gravitano attorno allo stesso pianeta Lisbeth Salander e Mikael Blomkvist sono due vagabondi, giustizieri dai cuori solitari e fragili che vagano senza bussola in un universo di perdizione e perversione capace di ingurgitare ogni ambiente, ogni realtà e ogni ceto sociale. Due destini che si incrociano, due nuclei che si sovrappongono e si sfiorano dando vita ad una vera e propria esplosione di materia, ad un trionfo di contrasti, due vulcani che covano tra i ghiacci colate roventi di passione e rancore. Due personaggi solo apparentemente minimali Lisbeth e Mikael, che fluttuano nella loro imperscrutabilità, oscuri e pessimisti eppure incredibilmente umani.

Video-recensione Millennium - Uomini che odiano le donne


Daniel Craig insieme a Christopher Plummer in una scena di Millennium - Uomini che odiano le donne
E' probabilmente questo uno dei motivi principali per cui Fincher ha scelto di cimentarsi in un'altra difficile sfida e cioè nella trasposizione cinematografica del primo capitolo della saga letteraria creata da Stieg Larsson, che aveva già calcato il grande schermo nel lontano 2009 senza convincere, un thriller di grande attualità dall'impianto piuttosto tradizionale che immerso nella 'freddezza' dell'ambientazione e del contesto originari poteva fare proprio al caso suo. E così è stato. Al contempo opera di genere e d'autore, Millennium - Uomini che odiano le donne è un film penetrante, teso, sofferto, crudo, messo in scena in maniera impeccabile da un regista che con l'abilità degna di un cesellatore è riuscito a sorprenderci ancora una volta, a far completamente sua un'algida storia di violenza e giochi di potere entrata con veemenza nell'immaginario collettivo europeo. Costruito su tre o quattro sequenze davvero stupefacenti, il racconto è impreziosito da un montaggio magistrale che collega l'investigazione al centro della vicenda con le evoluzioni psicologiche dei due protagonisti ed accentua la semplicità e la raffinatezza della regia di Fincher senza esasperarne i ritmi, ma anzi, esaltandone la perfezione e la cura maniacale dei dettagli. Il tutto amalgamato da una fotografia alienante ed altalenante, a tratti offuscata e tetra, fumosa e irrealmente ovattata, a tratti volutamente patinata, incattivita da ammalianti eccessi fetish.

Daniel Craig insieme a Rooney Mara in una scena del film Millennium - Uomini che odiano le donne
Gli attori nelle mani di Fincher diventano una materia prima malleabile e modellabile che attraversa varie temperature e varie sfumature di colore fino a travolgere e ad avvolgere, a interagire in maniera perfetta con la storia e con i rispettivi personaggi. Rooney Mara e Daniel Craig diventano così due entità completamente fuse con il contesto, la prima in maniera pressoché irrefrenabile, il secondo in tono più dimesso del solito ma non meno efficace. Due fluidi capaci di avviluppare, di riempire spazio e tempo, di superare e sovrastare qualsiasi ostacolo si presenti sul loro percorso. La loro è una fusione avvicinabile alla lega di due metalli che si surriscaldano, si sciolgono e si trasformano in due sostanze oleose che scorrono l'una contro l'altra incapaci di fondersi completamente. Immagine quest'ultima riassunta nell'incredibile ouverture che Fincher ci regala per i titoli di testa: un mix da brividi tra cinema, musica e materia ideato dal cineasta per far saggiare ed assaggiare allo spettatore quel che sarà il suo film, centosessanta minuti devastanti ed emozionanti. Ingredienti di base degli opening credits più entusiasmanti degli ultimi anni la 'maligna' cover, firmata da Trent Reznor e Atticus Ross e cantata da Karen O, di Immigrant Song, mitico brano dei Led Zeppelin, e la bravura del regista nel raccontare per immagini il male, il dolore, la rabbia e, ovviamente, l'amore. Un connubio che lascia senza fiato per un film nel film che vale da solo il prezzo del biglietto e introduce chi guarda nell'incubo cinematografico che girerà intorno alla figura di Lisbeth Salander, icona cyberpunk dai lineamenti spigolosi, centro di gravità permanente di una storia fatta di sofferenza e inquietudine, una donna che porta sulla pelle e nell'anima le tumefazioni dell'anaffettività e della solitudine, una donna dotata di una fragilità estrema, di una sensualità brutale placata solo in parte dall'amore. Un amore di plastica, infiammabile e tossico, da usare all'occorrenza quando il vuoto incombe per poi essere gettato, senza indugi né rimorsi.

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Luciana Morelli
Redattore
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