Le intermittenze del cuore

2003, Drammatico

Recensione Le intermittenze del cuore (2003)

Il film vive sulle libere associazioni dei sensi, e se le immagini ricostruiscono quadri quasi tattili, la musica classica e le parole dei libri sono il driver dei pensieri del protagonista, che lo accompagnano a ritroso nel tempo.

Mattia Nicoletti

Un viaggio nel ricordo

"Per me la memoria involontaria, che è soprattutto una memoria dell'intelligenza e degli occhi, non ci dona del passato che facce prive di verità; ma quando un odore, un sapore ritrovati in circostanze diversissime risvegliano in noi, nostro malgrado, il passato, noi sentiamo quanto questo era diverso da come credevamo di ricordarlo, e che la nostra memoria volontaria dipingeva - come i cattivi pittori - con dei colori sprovvisti di verità." - Marcel Proust.

Parigi, uno sguardo si affaccia su Cimetière Montmartre, e la memoria d'un antico passato fa capolino nella mente. I ricordi scivolano via leggeri nell'oblio, ma le emozioni generate dai sensi ancora perdurano e stimolano l'immaginazione. E' la memoria involontaria Proustiana, casuale spazio temporale in cui la vita acquisisce il valore dell'arte, ispirazione e pensiero di Fabio Carpi, regista italiano invisibile, che ci conduce a scoprire l'esistenza di un uomo disilluso da ciò che è trascorso e che a volte diventa irriconoscibile. Le intermittenze del cuore è il viaggio nella memoria di Saul Mortara (Hector Alterio), un regista incaricato di girare un film sulla vita di Proust, da un curioso e realista produttore francese. Il progetto, sognato da sempre da Saul, è un McGuffin, un semplice pretesto per ripercorrere le esperienze chiave del suo passato. Gli insegnamenti del suo professore durante la gioventù, l'amore per le sue donne, Fiammetta, Paola e la moglie Adriana, il rapporto con il figlio ventenne.
Il film vive sulle libere associazioni dei sensi, e se le immagini ricostruiscono quadri quasi tattili, la musica classica e le parole dei libri sono il driver dei pensieri del protagonista, che lo accompagnano a ritroso nel tempo.

Fabio Carpi costruisce un lungometraggio concettualmente perfetto e formalmente legato alle opere di Manoel De Oliveira e Krzysztof Kieslowski, per i quali le inquadrature sono istanti testimoni di ciò che accade sullo schermo. Impossibile non notare come il ricordo, sotto l'aspetto visivo, sia esternato con elementi che riportano all'amore per il classico (la musica di Schubert, Franck e Beethoven), e le citazioni cinematografiche sono evidenti come nel caso dei Fratelli Marx ("l'unica ideologia marxista a resistere al tempo"), o immerse nelle inquadrature (lo studio del produttore ha manifesti de La grande illusione, La signora di Shangai, La regola del gioco). Le parole del protagonista poi, interpretato intensamente da Hector Alterio, si incrociano con i pensieri degli altri attori, fondendosi in un luogo al di fuori dal tempo, con le intermittenze del titolo che tendono all'irrazionalità del nostro modo di ricordare la vita. Fiammetta, una delle donne di Saul, a un certo punto dirà: "tu non mi riconosci, perché la vecchiaia nelle donne è volta a cancellare il ricordo che si può avere di noi da giovani". Autobiografico, sospeso nei fotogrammi, denso di riferimenti alla settima arte e alla letteratura, Le intermitenze del cuore affascina e conquista lo spettatore lentamente, con la sua cerebralità francese, senza appartenere tuttavia ad alcun luogo, e dimostra ancora una volta come è possibile realizzare un film colto senza dimenticare il piacere della messa in scena, susseguirsi di sequenze che per noi che guardiamo lo schermo, significa semplicemente Cinema.

Recensione Le intermittenze del cuore (2003)
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