Un sogno chiamato Florida, intervista a Sean Baker: “Non girerò mai un film per Netflix”

Abbiamo intervistato l'acclamato regista americano, il cui ultimo lungometraggio, candidato agli Oscar, è ora nelle sale italiane.

The Florida Project: Willem Dafoe e Brooklynn Prince in una scena del film
The Florida Project: Willem Dafoe e Brooklynn Prince in una scena del film

È passato quasi un anno dalla prima mondiale di Un sogno chiamato Florida, presentato nella prestigiosa Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes lo scorso maggio. Da allora il nuovo film di Sean Baker, ritratto sincero ma speranzoso della povertà americana a due passi da quel posto magico che dovrebbe essere Disneyland, ha continuato a mietere successi ai festival e in sala, fino ad arrivare all'attenzione dell'Academy che ha candidato all'Oscar nella categoria del miglior non protagonista la performance di Willem Dafoe, che interpreta il gestore del motel a basso costo dove vivono i personaggi principali. Di questo e molto altro abbiamo avuto modo di parlare con il regista, che abbiamo incontrato a Ginevra lo scorso novembre, pochi giorni prima del debutto italiano del film come evento di chiusura del Torino Film Festival.

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L'importanza del luogo

Hai girato il film in Florida, dopo due opere consecutive ambientate a Los Angeles. Avevi voglia di cambiare aria?

[Ride, n.d.r.] No, continuerò sicuramente a girare in California. Questo era un progetto molto personale per il mio co-sceneggiatore, poiché sua madre vive tuttora in quella zona. È iniziato tutto con degli articoli che mi ha mandato lui. È buffo che tu abbia menzionato Los Angeles, perché la stessa cosa accade a San Bernardino, che è a due ore da L.A. andando a est. Mi interessava soprattutto il contrasto tra le famiglie con bambini piccoli che vivono in quelle condizioni a due passi da quello che è considerato il luogo più felice del mondo. Inoltre al mio co-sceneggiatore piace molto la Disney, quindi tutti questi elementi mi hanno spinto a fare una sorta di versione aggiornata di Piccole canaglie. Non so se in Europa è conosciuto...

Il film è disponibile su Netflix, ma non credo che sia particolarmente popolare.

Quello però è il remake di Penelope Spheeris. Io mi riferisco ai cortometraggi degli anni Venti e Trenta.

Si trovano in rete, ma non mi risulta che siano conosciutissimi. Il film invece sta acquisendo una certa fama, a causa di uno degli attori.

Chi?

Il Presidente degli Stati Uniti...

Lui appare nel film?

Sì, interpreta il padre di uno dei ragazzini.

Sei la prima persona che me lo dice. Sto facendo attività stampa da mesi e nessuno aveva menzionato questa cosa finora.

Il che è abbastanza buffo, perché il tuo film è molto attuale alla luce di quello che sta accadendo negli Stati Uniti.

Sì, esatto! Wow! Devo twittare questa cosa.

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Hai parzialmente risposto a quella che sarebbe stata la mia domanda successiva, sulle eventuali location alternative. Hai ricevuto commenti da parte degli abitanti di Orlando?

Sì, abbiamo organizzato una première a Winter Park, che è di fianco a Orlando. Sono venute molte persone che vivono in quei motel, e le reazioni sono state molto positive. È stato un bel momento, ma anche stressante a dire il vero: avevano letto la sceneggiatura, quindi sapevano come avremmo trattato l'argomento, ma è diverso quando sono lì davanti a te e hai la conferma che il film gli è piaciuto.

Hai ricevuto commenti da parte della Disney? La scena ambientata nel parco a tema è stata girata senza permessi...

Nessuna reazione, e non credo che arriverà. Penso che sappiano che non c'è alcuna cattiveria nel modo in cui rappresentiamo quel luogo. Vogliamo porre l'accento su un determinato problema, e penso che anche loro siano a favore di questo.

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Una realtà difficile

The Florida Project: una scena del film
The Florida Project: una scena del film

Il film è stato realizzato prima dell'elezione presidenziale. Come ti senti adesso, con i piani fiscali del partito repubblicano che in teoria saranno ancora più dannosi per i cittadini poveri?

Sì, i tagli al budget per il HUD [dipartimento per lo sviluppo urbano, n.d.r.] sono un grosso problema, e il film è diventato molto più attuale adesso che esce in sala. Ne ho parlato con il governo locale, e sono preoccupati per i tagli che sono stati proposti.

Il tuo film non edulcora la realtà, ma c'è comunque un tono ottimista e speranzoso. Questo equilibrio era importante?

Sì, non volevo che il pubblico fosse triste durante la visione, ma voglio che sia consapevole del problema. Ci ho pensato molto durante tutte le fasi della realizzazione del film, perché se vai troppo in una direzione o nell'altra, anche solo di poco, potrebbe sembrare che tu sia insensibile o offensivo. Ci siamo affidati molto ai bambini: se il tutto è visto attraverso i loro occhi, il tono può rimanere leggero. L'equilibrio è molto importante, l'ho imparato girando Tangerine.

Vedendo il film ho pensato a Fish Tank di Andrea Arnold, proprio per quel motivo: protagonisti giovani, un'area povera, ma con un tono prevalentemente allegro.

Sì, sono d'accordo. Considero Andrea Arnold un'eguale, non un'influenza, perché stiamo realizzando cose simili più o meno nello stesso momento, e probabilmente abbiamo gli stessi punti di riferimento. Amo molto il suo primo film, Red Road, di cui non parla più nessuno.

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Spazio ai giovani

The Florida Project: Brooklynn Prince in una scena del film
The Florida Project: Brooklynn Prince in una scena del film

C'è un vecchio detto hollywoodiano: mai lavorare con animali o bambini. Tu hai fatto entrambe le cose. C'è un fondo di verità?

Penso di aver ottenuto buoni risultati, quindi le eventuali difficoltà sono accettabili. Avevo un'ottima acting coach per i bambini, ha lavorato da vicino con loro, il set era quasi una colonia estiva. Ovviamente ci sono dei momenti un po' folli, ma nel complesso è andata benissimo. Si dice anche che sia disastroso girare in 35mm con un cast di bambini, ma nel mio caso è stato un vantaggio, perché ho potuto spiegare che il rumore della pellicola corrispondeva ai soldi che stavamo spendendo, e di conseguenza erano più concentrati.

Danny Boyle ha detto che quando ha girato Millions la difficoltà maggiore con i bambini era spiegare il concetto dei ciak multipli, e che non sono per forza legati a un errore degli attori. Hai avuto un'esperienza simile?

Quello è molto interessante. Credo che i miei attori l'abbiano capito senza troppi problemi, grazie all'acting coach. Però è successa una cosa molto divertente: c'era un attore adulto, non ti dirò chi, un comprimario che aveva problemi con le battute. Una delle giovani attrici si stava annoiando mentre aspettava che finissimo, e all'ennesimo ciak ha detto "Cosa sta succedendo?!". I bambini non si autocensurano, dicono sempre quello che pensano.

Ti sei sentito come se fosse un segno del destino quando hai scritturato Brooklynn Prince, dato che uno dei tuoi film precedenti si chiama Prince of Broadway?

Sì, ma penso di essere stato l'unico a fare quel nesso, a parte te. E ti dirò di più: l'attrice che interpreta la madre aveva già di suo dei tatuaggi che erano perfetti per il personaggio, era una coincidenza piuttosto strana. Aveva un tatuaggio della luna, e sua figlia nel film si chiama Moonee.

The Florida Project: Bria Vinaite e Brooklynn Prince in un'immagine del film
The Florida Project: Bria Vinaite e Brooklynn Prince in un'immagine del film

A livello di casting c'è un buon equilibrio tra non professionisti e veterani come Willem Dafoe e Caleb Landry Jones. Com'è stata l'esperienza con loro?

Favolosa. Quando hai a disposizione due attori come Willem e Caleb non c'è bisogno di dare troppe spiegazioni, al massimo si suggeriscono un paio di modifiche. Con i debuttanti bisogna tenerli per mano, e quando hai entrambi nella stessa scena devi trattarli allo stesso modo, come forma di rispetto. Penso inoltre che le due categorie si influenzino a vicenda. E rispetto ad altre esperienze con esordienti è andata molto meglio, perché in alcuni dei miei film precedenti non capivano per forza l'idea della continuità. Io sono abbastanza fissato con quel concetto, siccome sono io il montatore.

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Pellicole e festival

The Florida Project: Willem Dafoe in una scena del film
The Florida Project: Willem Dafoe in una scena del film

Hai girato il film in pellicola. Ti infastidisce quando viene proiettato in digitale, anche nei festival?

Sì, ma non posso farci nulla, stampare le copie in 35mm è un costo aggiuntivo. Forse posso convincere il distributore americano a fare alcune proiezioni in pellicola se il film va bene in sala. Anche Baby Driver - Il genio della fuga è stato girato in pellicola, ed è uscito in digitale. Per avere le copie in pellicola devi essere qualcuno come Tarantino, sostanzialmente. Quello che vorrei fare, ma ci vorrà un po' di tempo, è restaurare i miei primi due film, sperando di poter ottenere delle copie in 35mm. La Kodak stampa delle copie gratuite, ma la qualità non è la stessa. Hanno fatto così con Good Time.

Un sogno chiamato Florida ha esordito a Cannes anziché al Sundance o in altri festival americani. Com'è stato?

Fantastico, un sogno che si avverava. Voglio la stessa cosa per tutti i miei progetti futuri, anche se ciò comporta un grande sacrificio: se debutti al Sundance, riesci a vendere il film a un prezzo che corrisponde al triplo del budget, mentre a Cannes, a meno che tu non vinca la Palma d'Oro, lo comprano per meno di quanto sia costato. Non riesco a capire questa cosa, ma funziona così.

In compenso, se non erro, questo è il tuo primo film ad avere una vera e propria distribuzione in sala praticamente ovunque, invece di essere limitato ai festival o finire direttamente su Netflix, come capitò a Tangerine in alcuni paesi.

A parte il mio esordio, tutti i miei film sono usciti in sala in alcuni paesi. Starlet doveva uscire in Inghilterra, e il distributore andò in bancarotta il giorno dopo l'acquisizione. Però sì, questo esce un po' ovunque.

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Sala vs. streaming

Tangerine: una scena del film di Sean Baker
Tangerine: una scena del film di Sean Baker

Siccome eri a Cannes, volevo chiederti cosa pensi della polemica su Netflix. Nel tuo film c'è Macon Blair, il cui esordio alla regia I Don't Feel at Home in This World Anymore è andato direttamente su Netflix, e se non sbaglio fu lui a dire che era un'ottima soluzione, perché così il film è disponibile in 190 paesi e non c'è il timore di riuscire a venderlo.

Quello è un modo abbastanza positivo di vedere la cosa, ma va detto che nessuno negli Stati Uniti sa che quel film si trova su Netflix. Ha vinto al Sundance, e io ho dovuto dire alla gente che si poteva vedere su Netflix. Io stesso l'ho scoperto due-tre settimane dopo che era stato messo a disposizione. Prendi anche il nuovo film di Angelina Jolie: nessuno tra le mie conoscenze sapeva che fosse su Netflix, e io l'ho scoperto per caso parlandone proprio con lei.

Sì, è il grosso problema di Netflix: il più delle volte non promuovono benissimo i loro film.

Esatto! A Los Angeles ci sono i manifesti giganti per quei due-tre film che escono in sala per poter concorrere agli Oscar: Mudbound, il film di Angelina e The Meyerowitz Stories. Personalmente, non venderei mai un mio film a Netflix, perché prima o poi ci finirà comunque. Quando verrà il momento per Un sogno chiamato Florida, se ne occuperà A24 [il distributore americano, n.d.r.].

Com'è stata, appunto, la partnership con A24? Guardando il loro catalogo (Spring Breakers - Una vacanza da sballo, Ex Machina, Room, eccetera), direi che il tuo film calza a pennello.

È vero, ed è un'ottima squadra. È un piacere lavorare con ciascuno di loro, ognuno con un punto di forza o una conoscenza specifica diversa, e la cosa eccezionale è che non hanno lo stesso piano per tutti i film. Per ogni progetto pensano a una strategia ben precisa, e ne parlano con il regista. Sanno quello che fanno, e lo stesso vale per Le Pacte in Francia, sono stato molto fortunato.

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Hai detto che non venderesti i tuoi film direttamente a Netflix, ma se fosse un progetto TV? Tu hai lavorato a Greg the Bunny (sitcom dove umani interagiscono con pupazzi, n.d.r.), che è il tipo di prodotto che funzionerebbe meglio su una piattaforma di streaming che su un network tradizionale.

Su questo mi trovo d'accordo con te, una serie TV su Netflix sarebbe un'ottima idea. Io amo molto Stranger Things, per esempio, e mi piace il fatto che la stagione completa sia disponibile subito. Detto questo, io non ho una casa di produzione, quindi non posso fare multitasking, e per ora voglio concentrarmi sui lungometraggi. Mi piace raccontare storie in quel lasso di tempo sullo schermo. So benissimo che i soldi si fanno in TV, ma io guardo alle carriere di persone come Paul Thomas Anderson e Tarantino, gente che rimane fedele al lungometraggio. Tra l'altro con questa cosa della TV che si è evoluta fino a questo punto il cinema in generale è quasi diventato un prodotto di nicchia. Prima esistevano proprio i film di nicchia, adesso lo è tutto il cinema. Per questo molti film stanno diventano più cinematografici, e meritano di essere visti in sala. Quando vedo al cinema un film che sembra una web series, o è girato male in digitale, penso "Perché non è andato direttamente su Netflix?"