Recensione The Man Behind the Courtyard House (2011)

Fei dirige la pellicola con sufficiente sicurezza, mantenendo l'attenzione dello spettatore sufficientemente alta, e lasciandoci con l'impressione di aver assistito a un thriller che, pur nei suoi limiti, si distanzia abbastanza dai cliché del genere da meritare almeno una visione.

Un cupo viaggio a ritroso nel tempo

Siamo nelle campagne del sud della Cina, alla vigilia delle cerimonie tradizionali del gruppo tribale Kuyi; due coppie di studenti giungono nel villaggio che ospiterà il tradizionale rito, e bussano per avere ospitalità in una dimora appartenente ad amici di famiglia di uno di loro. Con loro sorpresa, ad accoglierli c'è solo l'enigmatico custode della residenza, che dopo molte resistenze decide infine di accoglierli in casa; i modi dell'uomo sono a dir poco inquietanti, e il suo modo di fare sembra nascondere un qualche oscuro segreto. I giovani, nonostante i cattivi presagi che l'apparizione dell'uomo sembra portare con sé, scelgono comunque di passare la notte nella casa: ma presto avranno modo di pentirsene. L'apparenza, a volte, non inganna, e il custode si rivela esattamente lo psicopatico che i quattro avevano temuto fosse. Ma le motivazioni delle sue azioni sono nascoste in un lontano passato.

La possibilità di girare film horror, nella Cina mainland, è tuttora limitata dalla rigida censura governativa, che vieta la trattazione di temi sovrannaturali: molti registi scelgono di aggirare l'ostacolo inserendo nei finali dei loro film una qualche spiegazione razionale, che nega l'elemento paranormale riducendolo a un'allucinazione partorita dalla mente di uno dei personaggi. Non è questo il caso di The Man Behind the Courtyard House, il cui soggetto è fin dall'inizio esplicitamente realistico: ciò a cui ci troviamo di fronte è un killer umano, uno psicopatico (con il volto di Simon Yam) i cui intenti omicidi sono talmente limpidi, fin dalla sua prima apparizione in scena, da lasciare adito a più di una perplessità. Sembra da subito fin troppo grossa, in effetti, la grana dell'intera operazione: troppo palesi le premesse, troppo stantii e risaputi gli espedienti narrativi e registici. Il b-movie che si era appena palesato davanti ai nostri occhi dura tuttavia solo mezz'ora, il tempo che l'odissea dei quattro incauti giovani giunga a conclusione.

Il film di Fei Xing, in effetti, si rivela sorprendentemente un po' più di questo. Con una struttura a flashback, la sceneggiatura esplora le premesse che hanno condotto a ciò che abbiamo appena visto, riavvolgendo tuttavia il nastro del tempo non di anni, ma solo di qualche giorno. Così, esploriamo nel dettaglio le motivazioni del killer, con lo script che cerca di farcelo apparire sotto una luce diversa raccontandoci il suo background; mentre il thriller lascia lentamente lo spazio al dramma psicologico. Operazione, questa, che sicuramente fa apparire The Man Behind the Courtyard House sotto una luce divesa da quella sotto cui si era camuffato nei minuti iniziali; ma che non basta, tuttavia, a farci sciogliere tutte le riserve sulla pellicola di Fei, i cui twist narrativi, una volta svelato il meccanismo, appaiono comunque un po' risaputi. Non è detto che ciò che vediamo basti, viene da obiettare, a fare di un uomo un serial killer; se al personaggio riusciamo in qualche modo ad affezionarci, ciò è merito soprattutto dell'interpretazione, ricca di mestiere, di Yam.
Restano comunque riuscite alcune idee espresse dallo script e alcune singole sequenze, tra cui quelle che vedono il protagonista in scena insieme al suo involontario "mentore", un inviato di un'azienda statale che finisce per provacarne la follia omicida. Più risapute, invece, alcune metafore presenti nel film, prima tra tutte quella del gatto nero come emblema di emarginazione; la stessa estetica cheap del film non aiuta l'empatia, nonostante l'idea sulla carta buona di ambientare un thriller in un contesto rurale. Malgrado ciò, Fei dirige la pellicola con sufficiente sicurezza, mantenendo l'attenzione dello spettatore sufficientemente alta, e lasciandoci con l'impressione di aver assistito a un thriller che, pur nei suoi limiti (soprattutto) di sceneggiatura, si distanzia abbastanza dai cliché del genere da meritare almeno una visione.

Movieplayer.it

3.0/5