The Journey: Politica, Irlanda e tante risate

Il regista Nick Hamm racconta in chiave comica uno degli eventi fondamentali del conflitto nordirlandese, affidandosi alle interazioni fra due mostri sacri come Timothy Spall e Colm Meaney.

The Journey: Politica, Irlanda e tante risate
The Journey

2016 – Drammatico
3.0 3.0

Nell'ottobre del 2006 viene organizzata una trattativa tra i governi della Gran Bretagna e dell'Irlanda e i partiti politici nordirlandesi, nel tentativo di risolvere in modo pacifico la situazione tutt'altro che stabile nell'Irlanda del Nord. Il tutto richiederebbe che Ian Paisley e Martin McGuinness, nemici da decenni, riescano ad andare d'accordo. Quando Paisley deve recarsi a Belfast per celebrare le sue nozze d'oro, McGuinness decide di accompagnarlo per questioni di correttezza. Inizia così un viaggio durante il quale i due avversari apriranno un dialogo a lungo rimandato...

The Journey: Timothy Spall e Colm Meaney in un'immagine promozionale del film

Conflitto e commedia

Sulla situazione politica irlandese esistono già dei film importanti, tra cui possiamo citare soprattutto Michael Collins di Neil Jordan (Leone d'Oro a Venezia nel 1996), Bloody Sunday di Paul Greengrass (Orso d'Oro a Berlino nel 2002 a pari merito con La città incantata) e Il vento che accarezza l'erba di Ken Loach (Palma d'Oro a Cannes nel 2006). Questi sono tutti incentrati sul passato più o meno remoto (anni Venti per Jordan e Loach, Settanta per Greengrass), e hanno un tono serio e viscerale. L'esatto contrario di The Journey di Nick Hamm, presentato Fuori Concorso a Venezia a quasi dieci anni esatti dall'evento di cui propone una versione romanzata (per esplicita ammissione del film stesso, che chiarisce le proprie licenze poetiche già nei titoli di testa). Qui si parla di un passato molto recente, e con un'atmosfera più leggera: un approccio reso possibile dall'assenza di sangue e dal ruolo preponderante del dialogo, conflittuale e quindi inevitabilmente fonte di risate se gestito nel modo giusto sullo schermo. Una scommessa che Hamm, cineasta non proprio notevole (i suoi due film più noti al di fuori dell'Inghilterra sono The Hole e Godsend - Il male è rinato), ha indubbiamente vinto.

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Fin dall'inizio si punta sui toni leggeri e brillanti, con la presenza impeccabile di Tony Blair (anche se Toby Stephens non può competere con Michael Sheen, storico interprete dell'ex-Primo Ministro inglese, né tantomeno con Hugh Grant, che si ispirò a Blair per la sua esilarante performance in Love Actually - L'amore davvero). Con il suo modo di fare un po' goffo, al quale fa da contraltare l'eleganza di John Hurt nei panni di un agente dell'MI5, viene ribadito nel giro di pochi minuti che sarà lecito ridere. E le risate sono una presenza costante, ma senza sacrificare la serietà del contesto storico e politico, gestito con tocco sicuro ed equilibrato da Hamm a partire da un copione solido del romanziere-sceneggiatore irlandese Colin Bateman. Certo, la retorica dei personaggi sfiora spesso una banalità quasi televisiva (nel senso deteriore del termine), ma complessivamente l'operazione funziona e il merito è soprattutto da attribuire ai due grandissimi protagonisti.

Ian e Martin, nemici amici

The Journey: Timothy Spall e Colm Meaney in una scena del film

Per interpretare Paisley e McGuinness erano necessarie due personalità forti e su tale versante The Journey non delude mai. Certo, è quasi scontato che sul suolo britannico e irlandese scoppierà un minimo di polemica riguardo la decisione di affidare il ruolo di Paisley, originario di Armagh, ad un attore puramente londinese, ma Timothy Spall si riconferma una vera forza della natura: carismatico ed arrabbiato al punto giusto, si cala nei panni del celebre politico e predicatore con brio e convinzione, rendendo obbligatoria la visione del film in originale anche solo per sentire la sua solita voce sparire sotto il peso dell'accento di Ulster che caratterizzava la parlata di Paisley. È invece un irlandese doc (seppure di Dublino e non di Derry) Colm Meaney, che con il ruolo di McGuinness ha finalmente l'opportunità, dopo anni di ruoli minori in pellicole spesso trascurabili, di affondare i denti in una parte ricca ed appagante. Imperdibile, per i cinefili, il battibecco tra i due sull'ultima volta che Paisley è andato al cinema: era il 1973 e non si trovava in sala, bensì all'esterno a protestare. Il film in questione? L'esorcista, ovviamente.

Max Borg
Redattore
3.5 3.5
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