Pulse

2006, Horror

Recensione Pulse (2006)

Pulse risulta essere niente più di un pop-corn horror come tanti, neanche tra i peggiori, forse, ma lontanissimo dall'intelligente, colta visione del genere data dall'originale Kairo, caposaldo del J-Horror diretto da Kiyoshi Kurosawa.

Spaventi importati a buon mercato

Non si ferma, la febbre hollywoodiana del remake, e tra un Le colline hanno gli occhi di dubbia utilità e un The Departed che auspichiamo si riveli qualcosa di più di un semplice rifacimento, è di nuovo il J-Horror la fonte di ispirazione dell'industria statunitense: più volte annunciata, rimandata e passata di mano in mano, arriva nelle nostre sale la versione occidentale di Kairo di Kiyoshi Kurosawa, caposaldo e al tempo stesso opera sovversiva e destabilizzante nell'ambito della new wave horror nipponica. La trama segue a grandi linee il prototipo (passato nelle nostre sale, come una meteora, quest'estate: qualcuno se n'è accorto?): un gruppo di giovani indaga sul misterioso suicidio di un loro amico, e scopre un virus che rapidamente si diffonde dal pc del defunto aprendo le porte a letali forze ultraterrene.

Le analogie col film giapponese, però, si fermano qui. Come già annunciato dal regista, l'esordiente Jim Sonzero, Pulse ha un ritmo più sostenuto del film originale: dimentichiamoci pure i tempi dilatati del cinema di Kurosawa, i lunghi piani sequenza, l'angoscia, letteralmente, pulsante che vi si respirava. Com'era facile immaginare, Sonzero e Wes Craven ("padrino" del progetto e autore della sceneggiatura), affrontano il soggetto da un punto di vista occidentale, e con l'estetica propria dell'horror statunitense di questo decennio. Non ci sarebbe niente di male, fin qui: in fondo, la stessa cosa l'aveva fatta Gore Verbinski col suo The Ring, confezionando un prodotto, nel suo complesso, apprezzabile. Il problema è che qui regista e sceneggiatore non fanno nulla per dare una personalità, una riconoscibilità specifica alla loro versione della storia, finendo per appiattire e banalizzare oltremodo il tutto. Non solo spariscono le istanze del film originale, le inquietudini esistenziali che lo caratterizzavano, la lettura squisitamente orientale di temi universali come la paura della solitudine e della morte; ma quelle stesse istanze, qui, non trovano un loro omologo che le "filtri" sotto un'altra luce, risultandone alla fine svuotate, annullate. Non rileggono la storia da una diversa ottica, Craven e Sonzero: semplicemente, la "rubano" svuotandola del suo contenuto.

Così, Pulse risulta essere niente più di un pop-corn horror come tanti, neanche tra i peggiori, forse, ma lontanissimo dall'intelligente, colta visione del genere data da Kurosawa. I fantasmi sono brutti, cattivi e spaventosi più che mai, aspettano i protagonisti ad ogni angolo e dietro ogni serratura per fare "Buh!" come bambini dispettosi, e "succhiano", fisicamente, l'essenza vitale delle loro vittime; vittime che poco dopo si suicidano o muoiono in preda a una degenerazione fisica che lentamente li consuma. Chi ha visto Kairo, sa benissimo come qui si sia decisamente agli antipodi rispetto alla concezione dell'horror che quel film esprimeva: ma l'opposizione, per una volta, non è tra oriente e occidente, ma proprio tra modi diversi di approcciarsi al genere, uno autoriale e di spessore, l'altro "usa e getta". Lo stesso tema della paura della tecnologia, piuttosto trito per il cinema di genere statunitense, resta qui a un livello di mero enunciato: ben diversa era la consapevolezza con cui Kurosawa trattava questo argomento, accompagnandolo a una riflessione sull'isolamento spesso generato da un mezzo come Internet, che qui risulta ovviamente del tutto assente.

Restano, comunque, una lunga serie di spaventi a buon mercato, un look tutto sommato abbastanza curato (grazie soprattutto a una gelida fotografia), un intreccio che "fluidifica" (svuotandola di tutta la sua ambiguità) la storia originale, e una mano maggiormente calcata sulla componente apocalittica, solo suggerita, con pochi dettagli, dall'originale, e qui mostrata in modo esplicito e quasi "romeriano". Basta, tutto ciò, a giustificare la visione? Ai teenager attualmente consumatori dell'horror americano, in cerca di brividi inoffensivi e rassicuranti, probabilmente sì; agli appassionati di lunga data del genere, e a chi ha amato il film originale, sicuramente no. Ma in fondo, perché stupirsi? Era un risultato annunciato, e questo remake risulta in fondo coerente con le sue (ben modeste) premesse.

Recensione Pulse (2006)
Marco Minniti
Redattore
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