Marrakech express

1989, Avventura

Salvatores: evoluzione di un viaggiatore

Sebbene la commedia italiana sia, com'è noto, essenzialmente volgare e scollacciata, c'è un piccolo movimento che rema contro , facendo il possibile per uscire dal nero tunnel di banalità che il nostro cinema è restio a lasciare. Tra gli esponenti di questo movimento è Gabriele Salvatores.

Maurizio Regalia

Sebbene la commedia italiana sia tristemente nota per la sua essenza volgare, contadina e scollacciata, esiste comunque un piccolo movimento che tenta di remare contro, facendo il possibile per uscire dal nero tunnel di banalità che il nostro cinema è restio a lasciare. Tra i principali esponenti di questo movimento è sicuramente da annoverare Gabriele Salvatores.

La sua presa di posizione in questa "battaglia cultural-cinematografica" inizia ad essere manifestata al pubblico nazionale proprio con Marrakech Express.
Nonostante due mediocri precedenti tentativi di farsi conoscere (Sogno di una notte d'estate, Kamikazen - Ultima notte a Milano), il successo che ottiene con questo film gli schiarisce le idee sulla strada da imboccare. Seguendo questa strada realizza altri tre film (Turnè, Mediterraneo, Puerto Escondido) che, ognuno con piccole variazioni affrontano con la stessa formula e lo stesso intelligente umorismo, il tema che tanto gli sarà caro: il viaggio. Ma per sua stessa ammissione non è tanto il viaggio geografico dei protagonisti, comunque ben descritto e discretamente espresso ma il viaggio interiore, il cambiamento di stati d'animo, di carattere e di personalità. Il protagonista diviene nel suo evolversi un'altra persona, un'altra identità, realizzando malinconicamente (ma mai troppo tardi) quanto tempo ha sprecato nella vita precedente, sprofondato nell'abisso delle vecchie quotidianità, senza accorgersi del gran bisogno di lasciare tutto e cominciare da capo.
Analizzandolo più attentamente si evince che il viaggio iniziato come tale si trasforma in fuga, alimentato dalla nostalgia del passato, dal cameratismo e dall'amicizia stessa che si rinsalda, creando un muro netto tra la vecchia e la nuova via.

Elemento comune di queste commedie è che la fuga non è mai inizialmente voluta, ma sempre forzata, da amici bisognosi (Marrakech Express), da amori perduti (Turnè), da navi affondate (Mediterraneo) e da killer spietati (Puerto Escondido).
Oltre che in numerosi aspetti, come bravura di tecnici, scenografi, sceneggiatori, il motivo del successo di un film, spesso e volentieri è da ricercare nell'impegno del regista e degli attori ovviamente, e l'impegno massimo è messo in gioco all'atto della realizzazione di qualcosa in cui si crede veramente. Ecco perchè le commedie-viaggio di Salvatores sanno colpire nel segno, arrivano al grande pubblico coinvolgendolo, rendendolo partecipe e conscio dell'impegno posto al loro servizio, inculcandogli concetti seriosi, mascherati dalla giusta dose di sapiente ironia. Dalle sue produzioni è lampante infatti, quanto al regista piaccia viaggiare, visitare posti nuovi, esotici in larga parte, alla ricerca di nuove location dove ambientare il suo prossimo film. Non si lascia mai andare a produzioni di convenienza, cerca sempre di ritrarre ciò in cui crede, trasmettendo questo entusiasmo anche agli attori-amici di cui si circonda.

In effetti i casting di Gabriele Salvatores non brillano certo per la loro originalità, nella maggior parte dei suoi film, se si presta un po' di attenzione ai titoli, non si può fare a meno di notare che parte degli attori e tecnici rimangono invariati nel tempo: "squadra che vince non si cambia" ed ecco quindi un quasi onnipresente Diego Abatantuono, che gli deve il ritorno alla popolarità, ma anche Claudio Bisio, Bebo Storti e Sergio Rubini nelle produzioni più recenti.

Il regista stesso lungo la sua carriera compie un pellegrinaggio, un'evoluzione nella tecnica e nel concetto ma soprattutto nella sperimentazione: la regia, che nei suoi primi lungometraggi appare un po' troppo statica e legnosa sui movimenti di ripresa, diventa sciolta, brillante, innovativa, aumentando l'utilizzo della Steadycam, lasciandosi andare a lunghe riprese in piano sequenza che spesso sanno esprimersi meglio di molte parole. La tensione, l'impaccio iniziale, spariscono nelle sue opere più nuove, trasformandosi in creatività, ingegno e volontà di rimettere in pista il cinema italiano all'estero, volontà di far sentire al mondo la nostra voce.
Capacità innegabile del cinema di Salvatores infatti, è quella di saper parlare non solo agli italiani ma a chiunque: il regista nostrano è molto amato oltreoceano, e fa parte del club elitario degli autori italiani vincitori dell'Oscar (Mediterraneo, miglior film straniero 1991 ).
L'evoluzione non si limita prettamente alla regia, ma traendo spunto dal suo passato e dalle sue radici teatrali (è stato tra i fondatori del Teatro dell'Elfo a Milano ed autore della maggior parte delle opere ivi recitate) si espande alla sceneggiatura: cominciando subito dopo Marrakech Express a collaborare alla stesura di Turnè, l'autore napoletano accresce la sua esperienza di scrittore che si manifesterà in futuro, quando firmerà le sceneggiature di Sud, Nirvana, Denti, Amnèsia, Quo vadis baby? e collaborerà all'adattamento cinematografico del libro di Niccolò Ammaniti Io non ho paura.

Ma Salvatores non è soltanto abile costruttore di commedie efficaci; com'è evidente nella sua filmografia egli è sperimentatore, provetto giocatore d'azzardo che sporadicamente perde le sue scommesse, ma sa trarre insegnamento dalle sconfitte e sa migliorarsi.
Il suo cinema spazia così dalla commedia analizzata fin'ora al dramma: compie il suo primo tentativo con Sud, vicenda socio-politica ma anche film denuncia della corruzione e del degrado al meridione, con un ottimo Silvio Orlando, famoso allora come comico ma assegnato qui ad un ruolo doloroso in cui si trova sorprendentemente a suo agio.
Il film più originale, per Salvatores ma anche per il nostro paese è sicuramente Nirvana, fantascienza condita da un tocco di dramma esistenziale e dall'umorismo delle sue commedie migliori, anche questo volendo si può includere nelle sue produzioni relative al viaggio.
Azzardando e calcando un po' la mano realizza il surreale Denti, incentrato su un Sergio Rubini, nervoso ed egocentrico come sempre, afflitto dal problema fisico di due incisivi eccessivamente pronunciati che gli creano numerosi problemi anche dal punto di vista psicologico. Sia in questo film che in Nirvana assistiamo ad un aspetto che ha dell'incredibile nel cinema italiano: gli effetti speciali. Uno dei tanti fattori che Hollywood elargisce in eccessiva misura e che in Italia è sconosciuto. Certo non faranno sicuramente un film, ma utilizzati con intelligenza possono essere molto efficaci.
Amnèsia invece è quasi un ritorno al passato, a quella commedia-viaggio dalla quale ancora non riesce a distaccarsi, ma ora, per la prima volta in un suo film racconta la storia non solo dal punto di vista dei suoi soliti quarantenni protagonisti, ma anche dal punto di vista dei giovani, si ha quindi una transizione, un passaggio di consegne, " se smetti di viaggiare, allora devi lasciare il posto ad altri" queste le sue parole riguardo al film, divertente commedia che lascia al pubblico il montaggio della storia, grazie ad una soluzione di discontinuità Tarantiniana.

La componente drammatica viene espressa al meglio nel 2003 con Io non ho paura, uno dei capolavori del regista napoletano, evidente manifestazione dell'esperienza accumulata finora, originale in ogni suo aspetto, commovente cronaca dei rapimenti al sud Italia, vista attraverso gli occhi di un bambino coraggioso, incentrata nella descrizione della dicotomia di due mondi (quello dei grandi e quello dei piccoli) che non riescono a comunicare.
Il recente noir Quo vadis baby? girato interamente in digitale, ad ulteriore conferma della continua ricerca evolutiva del regista, narra la graduale scoperta di un passato colmo di segreti nella famiglia di un investigatrice privata, un po' acerbo dal punto di vista della sceneggiatura risulta piuttosto prevedibile ma probabilmente si tratta di uno dei suoi esperimenti che potrebbe portare in futuro a qualcosa di più soddisfacente.

In definitiva il cinema di Salvatores lancia un messaggio non solo al pubblico ma anche a chi i film da noi li realizza: "Svegliatevi o restate indietro!! ".
Il nostro cinema moderno gli deve molto, e nonostante non percepisca questo messaggio e non si stia muovendo troppo nella giusta direzione, non può continuare ad ignorarlo ancora per molto.
A Hollywood si sono già accorti delle sue potenzialità, offrendogli più volte ottime opportunità lavorative, ma Salvatores ha sempre rifiutato. Le sue intenzioni infatti non sono quelle di abbandonare il paese natale, di realizzare cinema innovativo prodotto all'estero, la sua volontà è quella di produrre buon cinema innovativo italiano, di qualità.
Lo spettatore in procinto di guardare un suo film deve quindi aspettarsi che, nel bene o nel male ciò che vedrà sarà sicuramente particolare, ma soprattutto diverso.

Salvatores: evoluzione di un viaggiatore
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