Recensione Vijay, il mio amico indiano (2013)

La scelta di Sam Garbarski di trapiantare il suo protagonista, un attore tedesco, nella frenetica New York è sensata. In questo modo il regista tenta di affievolire quella matrice realistica di fondo che il cinema europeo si porta dietro.

Recensione Vijay, il mio amico indiano (2013)

La doppia vita di Vijay Pascal

Quando immaginava che un matrimonio capestro fosse un motivo sufficiente per fingersi morti e ricominciare da capo inventandosi una nuova identità, Luigi Pirandello aveva già previsto tutto. Ora, a centodieci anni di distanza, il regista Sam Garbarski propone una variazione sul tema in chiave comico-sentimentale. L'autore di Irina Palm firma una coproduzione europea che gode della presenza del connazionale Moritz Bleibtreu e delle star americane Patricia Arquette, Danny Pudi e Michael Imperioli. Bleibtreu interpreta Will Wilder (un nome, un omaggio), attore di belle speranze divenuto celebre grazie al ruolo di un enorme coniglio verde in una trasmissione TV per bambini. Il giorno del suo quarantesimo compleanno Will si convince che la moglie e la figlia si siano dimenticate della ricorrenza e dopo l'ennesima umiliazione al lavoro, seguita dal furto dell'auto, si rifugia presso il fido amico indiano Rad. La mattina dopo, al risveglio, scopre che il ladro si è sfracellato con la sua macchina e ora tutti lo credono morto. Quale migliore occasione di questa per partecipare al proprio funerale creando un alter ego indiano, l'affascinante gentleman sikh Vijay Singh. Ben presto Will scopre che sua moglie, vedova novella, prova un irresistibile attrazione per Vijay e non è la sola. Tutti gli amici e conoscenti sembrano preferire il distinto indiano barbuto al povero Will. Che ne sarà di lui ora?

Video-recensione Vijay, il mio amico indiano


Pirandello non abita più qui
Vijay and I: Moritz Bleibtreu in una scena nei panni di Vijay Singh
A prima vista il plot di Vijay, il mio amico indiano presenta alcuni punti in comune col capolavoro di Pirandello Il fu Mattia Pascal, ma le somiglianze si fermano qui. La pellicola di Sam Garbarski non prova neppure a ispirarsi alla profondità dolente con cui lo scrittore siciliano affronta la materia da commedia umana. Comportamenti e sentimenti dei personaggi vengono descritti in maniera superficiale e schematica visto che lo scopo principale del film sembra quello di dar vita a una situazione limite generando gag atte a strappare qualche risata. Will, la figura più complessa tra quelle presenti in scena, portatore del punto di vista privilegiato attraverso cui viene filtrata la vicenda, è un attore frustrato e un tantino immaturo la cui scelta di fingersi morto è dettata più da un capriccio che da una reale sofferenza. Ancor più improbabili i comportamenti della moglie che, dopo un'iniziale disperazione, dà libero sfogo alle inspiegabili pulsioni sessuali verso uno sconosciuto senza porsi troppi problemi nei confronti della figlia e della memoria del marito defunto. L'ingrediente fondamentale perché un film con queste premesse risulti solido, la sospensione dell'incredulità, viene messo a dura prova dal plot e dal tono dell'opera sospeso tra romance e commedia degli equivoci, il tutto descritto con colori troppo stemperati per risultare davvero convincente.

Dalla Germania a New York con amore

Vijay and I: Patricia Arquette in una scena
La scelta di Garbarski di trapiantare il suo protagonista, un attore tedesco, nella frenetica New York è sensata in quanto in questo modo il regista tenta di affievolire quella matrice realistica di fondo che il cinema europeo si porta dietro. I parchi, le strade e gli edifici di New York, visti così tante volte sul grande schermo, assumono una qualità magica che stempera la necessità di coerenza in una storia che ne difetta. Calato in contesto a lui estraneo, Moritz Bleibtreu fa del suo meglio per essere convincente nella duplice veste di Will e Vijay Singh, sfruttando la sua naturale simpatia. Al suo fianco Patricia Arquette appare spaesata, poco in sintonia coi toni della pellicola e del ruolo a lei richiesto. Quanto a Danny Pudi, si dà un gran daffare cercando di mantenere alto, per quanto gli è possibile, il ritmo brillante dei dialoghi che però non risultano mai realmente divertenti. La fusione tra culture diverse conduce spesso a ottimi risultati (si pensi al vero Billy Wilder, genio teutonico della settima arte trapiantato a Hollywood), ma stavolta il matrimonio non funziona. Neppure con un sikh.

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