Recensione Un gatto a Parigi (2010)

Un prodotto d'animazione raffinato, rivolto a giovani e meno giovani, che trasfigura fantasticamente gli ambienti della metropoli parigina, in una fiaba noir dal notevole fascino.

Recensione Un gatto a Parigi (2010)
Un gatto a Parigi

2010 – Animazione
2.8 2.8

In un periodo come quello delle feste natalizie, tradizionalmente appannaggio delle grandi uscite italiane ed estere (comprese quelle destinate al pubblico più giovane) stupisce in positivo, e fa piacere, trovare in sala un'opera come Un gatto a Parigi. Il film di Jean-Loup Felicioli e Alain Gagnol è infatti un piccolo prodotto di animazione che risale al 2010, già passato in vari festival internazionali e insignito della nomination all'Oscar per il miglior film d'animazione: ora, con le sale affollate da commedie nostrane e colossi d'oltreoceano, questa interessante ed originale opera, che guarda al pubblico più giovane attraverso un mood noir, senza rinunciare al gusto cinefilo, punta a ritagliarsi un suo specifico spazio.

La trama è quella di un polar, genere particolarmente apprezzato dai due registi: un ladro abile e mimetico, che si muove tra i tetti di Parigi in compagnia del suo gatto nero, incontra una bambina, inconsapevole compagnia diurna del felino e figlia di un'ispettrice di polizia, muta a causa del trauma vissuto all'epoca dell'assassinio di suo padre. Quest'ultimo fu ucciso dal criminale Victor Costa, che con la sua banda ha ora messo gli occhi su un antico manufatto, dal valore inestimabile; la madre della piccola Zoé è decisa a catturarlo, ma finisce per trovare invece sulla sua strada il ladro Nico, a cui viene condotta proprio dal gatto. Zoé, a sua volta incappata casualmente nella banda di Costa, si trova in serio pericolo, ma la donna, malgrado gli ammonimenti dello stesso Nico, non sembra rendersene conto...

Disegnare la notte

La scena del rapimento in Une vie de chat

Il tipo di disegno animato a cui i due registi francesi guardano si rivela lontano tanto dalle moderne opere tridimensionali, quanto dal modello di animazione occidentale più classico, tramandato da decenni di produzioni Disney. Il tratto di Felicioli e Gagnol (qui al loro esordio in un lungometraggio, dopo una proficua gavetta nel corto) si avvicina più alla pittura che all'animazione in senso stretto; con profili spigolosi, antinaturalisti, tutti tesi ad esaltare un universo notturno e fantastico. Una storia con un criminale che si muove aggraziato tra i tetti di una metropoli, che entra ed esce silenzioso dagli appartamenti parigini, che sfugge alle telecamere mimetizzandosi dietro le spalle di una guardia, non ricerca certo il realismo; e i disegni dei due, nella loro essenzialità, puntano a sottolineare proprio l'aspetto immaginifico della storia, seducentemente dark, accompagnato anche dal commento sonoro virato al blues più lunare. Come nei serials francesi del periodo muto, quelli di Louis Feuillade e del suo inafferrabile Fantômas, gli ambienti quotidiani sono trasfigurati, resi attraenti dalle tonalità cupe, immersi in una notte che dona loro un altro aspetto e diverse valenze: la cattedrale di Notre-Dame e le sue guglie, lo zoo cittadino, gli alti palazzi parigini, diventano teatro delle gesta di criminali e antieroi, outsider che hanno fatto della notte il loro terreno di caccia, quasi un universo a sé stante destinato a scomparire con le luci del giorno. Quell'universo che attrae irresistibilmente a sé la piccola protagonista, a cui una violenza ha sottratto il diritto di cittadinanza nel mondo "diurno".

Contenuto pubblicitario

Fantasia e sintesi

Una sequenza di Une vie de chat

La sceneggiatura media ottimamente tra le esigenze di un racconto destinato, principalmente, al pubblico più giovane, e la fruibilità e godibilità del film per gli spettatori adulti, ivi compresi i cinefili. Non sarà infatti difficile, per quella fetta di pubblico più attenta, riconoscere citazioni e strizzate d'occhio a classici più o meno recenti, da Le iene a Quei bravi ragazzi; ma, più che singole sequenze o riferimenti, è l'atmosfera eminentemente noir del film, la valorizzazione in chiave espressiva degli ambienti, il recupero dei topoi del genere (un gangster tirannico e psicologicamente instabile, una dark lady sui generis) in un contesto apparentemente lontano, come quello dell'animazione, a esprimere tutta la natura cinefila dell'operazione. La semplicità e leggibilità della trama non si traduce in semplicismo: c'è al contrario acutezza e pregnanza nel descrivere l'isolamento della piccola protagonista, il peculiare contatto stabilito col felino prima, e col ladro poi, capaci (più di un'indaffarata e colpevole genitrice) di quella comunicazione non verbale che è chiave di volta per entrare nel mondo della ragazzina.

Uno scenario notturno per Une vie de chat

Non vanno dimenticate, inoltre, quelle aperture più prettamente fantastiche, e oniriche, della narrazione, che ci mostrano sogni e incubi dei protagonisti: da un lato, il bandito Victor Costa tramutato in una creatura tentacolare e mostruosa, nelle visioni della poliziotta Jeanne, dall'altro lo stesso gangster prigioniero, in modo sempre più pressante, della sua ossessione per l'oggetto dei suoi desideri: proprio quest'ultima conduce infine a una conclusione che, senza ovviamente uscire dai canoni di un prodotto rivolto a un pubblico di bambini e adolescenti, colpisce per la sua cattiveria. Una fiaba dark che quindi dribbla, accuratamente, le trappole del buonismo, e che trova un altro pregio nella sua capacità di sintesi: 64 minuti, densi e utilizzati al meglio, laddove molti prodotti d'oltreoceano avrebbero trovato stratagemmi per dilatare il prodotto e farlo rientrare (senza che ce ne fosse la reale necessità) nel formato standard dell'ora e mezza.

Conclusioni

Dino, protagonista felino di Une vie de chat

Un gatto a Parigi è intrattenimento intelligente, e accattivante, per ragazzi e adulti, dalla concezione raffinata e dal forte magnetismo visivo. Da consigliare a chiunque voglia immergersi, per circa un'ora, in un mondo fantastico strettamente collegato alla realtà, ma non sovrapponibile ad essa, da cui si emerge con un sorriso e un senso di levità di cui si resta grati.

Marco Minniti
Redattore
3.5 3.5
Privacy Policy