The Liability

2012, Thriller

Recensione The Liability (2012)

Il finale aperto, le strizzate d'occhio allo stile di Quentin Tarantino, la scrittura godibile, l'uso straniante della musica e l'indubbia ilarità di alcuni momenti sono fattori che rendono il film piacevole, anche se non ci troviamo davanti ad un'opera innovativa.

Lie to Us

All'inizio pensi di aver sbagliato film. Un efferato omicidio si sta svolgendo sotto i nostri occhi all'interno di un furgoncino, mentre la voce suadente di Fred Bongusto canta Una rotonda sul mare. Poi ti accorgi che rientra tutto nei canoni, perché The Liability, opera terza del regista britannico Craig Viveiros, presentata in concorso al Torino Film Festival, non è nient'altro che un agglomerato spericolato di grosse contraddizioni. Il protagonista, Adam, è un ragazzino senza grosse qualità che ama perdere le proprie giornate giocando a Grand Theft Auto, cercando poi di mettere alla prova nella realtà le sue doti di ladro di macchine. Vive in una grande villa pacchiana assieme alla madre, una pin up bionda, e al suo nuovo compagno, un uomo violento e brutale, interpretato con la solita grazia da Peter Mullan, che nasconde le sue depravazioni sotto la facciata di rispettabile padre di famiglia. Quando Adam sfonda la sua auto, l'uomo decide di fargli saldare il debito. Non gli fa sistemare il giardino o pulire le grondaie, ma lo affianca a Roy, un sicario professionista in procinto di compiere l'ultimo omicidio della carriera utilizzando la tecnica di un famigerato serial killer, solito a tagliare le mani delle sue vittime, per depistare ogni indagine. L'assassinio fila liscio, tranne che per due piccoli dettagli. Il primo, la presenza di una testimone inattesa, la giovane Carly (Talulah Riley). Il secondo, il vero obiettivo da fare fuori è in realtà Adam.

Se non fosse per la discreta quantità di sangue versato e crudeltà varie, potremmo definire quello di Viveiros come un insolito e divertente buddy movie, tutto giocato sulla reinterpretazione della figura paterna. Liability, infatti, vuol dire sia obbligo che inconveniente, due termini quanto mai appropriati per delineare la storia di Adam, il simpatico Jack O'Connell e soprattutto di Roy, un Tim Roth perfetto nei panni del professionale sicario. Se da un lato, infatti, quel benedetto ultimo tassello di un'onorata carriera è un inghippo non indifferente per l'innominabile killer, una pratica da archiviare alla svelta, dall'altro rappresenta una bella opportunità per confrontarsi con un ragazzino allo sbando e dargli, a suo modo naturalmente, quelle dritte che un genitore sente di voler regalare al proprio figlio. All'inizio si tratta di consigli da CSI, "_non lasciare le tue tracce sul terreno, non sbagliare i dettagl_i", poi, col passare del tempo, com'è naturale che sia, quel rapporto bizzarro compie un piccolo ma significativo salto di qualità e permetterà all'uno e all'altro di dare una piccola svolta alla propria vita, tracciando finalmente le priorità essenziali. Il finale aperto, le strizzate d'occhio allo stile di Quentin Tarantino, con immancabile inquadratura dal bagagliaio dell'auto, la scrittura godibile, l'uso straniante della musica e l'indubbia ilarità di alcuni momenti, resi possibili dall'alchimia tra Roth e O'Connell, sono fattori che rendono l'opera molto piacevole, anche se non possiamo considerare The Liability come un film innovativo. Forse non pretende nemmeno di esserlo e questo, se possibile, ce lo fa apprezzare anche di più.

Recensione The Liability (2012)
Francesca Fiorentino
Redattore
3.0 3.0
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