Recensione Taglionetto (2011)

Un thriller/horror interessante e visivamente feroce, diretto da un regista solitamente lontano da tali atmosfere, che offre una visione anticonvenzionale dell'assolata terra pugliese, e delle pulsioni che vi si annidano.

Recensione Taglionetto (2011)

Siamo in un imprecisato, assolato paesino della Puglia. Giovanni Zanardo, ragazzo tranquillo e taciturno, in un raptus di follia massacra a coltellate la madre e la sorella. Nudo, imbrattato di sangue e in stato confusionale, va poi al più vicino commissariato di polizia a costituirsi. Al giovane, che mostra chiari segni di squilibrio e dissociazione, viene assegnato un avvocato d'ufficio, il penalista Felisi. Questi, convinto di poter dimostrare l'incapacità di intendere e volere del ragazzo, si rivolge a una sua vecchia conoscenza, la psichiatra Anna Benanzio, per redigere una perizia su Giovanni.

Anna, che ha una figlia, ha appena fatto ritorno nel suo paese natale dopo il fallimento del suo matrimonio, a Roma; il ritorno nella cittadina è per lei occasione per ritrovare suo padre, ma anche motivo di dolore per il ricordo della morte di suo fratello, assassinato tanti anni prima da un individuo mai identificato. I primi colloqui con Giovanni sono per Anna motivo di turbamento e inquietudine. La donna avrà modo di affezionarsi al giovane e di aiutarlo, ma contemporaneamente il contatto con Giovanni finirà per risvegliare in Anna qualcosa... qualcosa che forse sarebbe stato meglio lasciare dormiente.

Eclettismo indipendente

Un'inquietante primo piano di Giulio Forges Davanzati dal film Taglionetto

Stupisce abbastanza (ma è uno stupore positivo) che un'opera come Taglionetto sia diretta da un regista come Federico Rizzo: il brindisino Rizzo, infatti, dieci film al suo attivo di cui solo tre hanno goduto di una distribuzione in sala (da ricordare, tra questi, la commedia Fuga dal call center, ambientata nel mondo del precariato) si è finora mosso in atmosfere abbastanza lontane da quelle dell'horror. Questa pellicola, poi, ha una storia particolare; essendo stata realizzata nel 2010 e avendo già goduto di una limitata distribuzione nel 2013, prima di approdare quest'anno al Fantafestival di Roma. Le difficoltà distributive per il cinema indipendente, anche per quello di qualità, nel nostro paese, sono problema noto e annoso, su cui non è il caso di starsi qui a soffermare: la cosa importante ci sembra tuttavia la moltiplicazione dei canali di visibilità (e la manifestazione romana ne fa parte) per queste opere. E allora, ben venga che qualche spettatore in più, pur a distanza di anni, abbia potuto vedere il film di Rizzo: film che si avvale di una sceneggiatura scritta dal criminologo Giuseppe Pizzo, che si è ispirato liberamente al delitto di Sara Scazzi, e all'ambiente in cui questo è maturato. Il regista non si è fatto intimorire dal tema, traducendo ottimamente in immagini un orrore tutto terreno, e certamente molto vicino alla disarmante cronaca che ogni giorno apprendiamo dai media.

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Orrori al sole

Un primo piano di Dorothea Mercouri dal film Taglionett

La prima caratteristica da rimarcare di Taglionetto è la sua visione della provincia pugliese, così lontana da quella dei film-cartolina che spesso ritraggono quella terra: la bellezza del mare e dei paesaggi assolati è costantemente contrappuntata dalla sporcizia delle baracche e degli alloggi abusivi, dai rituali della vita di paese con le sue piccole e grandi meschinità, dai segreti innominabili nascosti nelle famiglie borghesi, da cui originano e mettono radici i peggiori orrori. Una visione, forte e anticonvenzionale, del Sud Italia e in particolare di questa regione, che già ha informato di sé un altro prodotto di genere visto recentemente, il bellissimo Controra di Rossella De Venuto. Va sottolineata, anche, una graficità e una cattiveria nella rappresentazione della violenza che ha pochi eguali nel cinema italiano più recente, ivi compreso quello indipendente: a partire dal primo, duplice omicidio (di tipica matrice argentiana, per come è messo in scena) nessun dettaglio viene risparmiato. Alla natura terrena e umana dell'orrore al centro del film, fa da contraltare un iperrealismo violento, da incubo, nella sua messa in scena: non si vedevano sequenze così cruente, in un film comunque pensato in un ottica di distribuzione in sala, almeno dagli anni '80, dai tempi degli ultimi thriller di Dario Argento e delle opere più feroci di Lucio Fulci. Il regista non ha avuto timori ad affondare le mani (letteralmente) nella carne squarciata e nel sangue, e dato il tema ha fatto certamente bene.

Un contatto perturbante

Giulio Forges Davanzati in una scena del film Taglionetto

Il cuore tematico del film di Rizzo è il rapporto che si stabilisce tra il giovane Giovanni e la psichiatra Anna, e il modo in cui tale contatto finisce per aiutare il ragazzo ma per risvegliare in Anna istinti sopiti, dormienti ma vivi, legati a un passato drammatico. La rappresentazione di tale passato è un'altra componente positiva del film, con brevi flashback a svelare (lentamente) cosa accadde al fratello di Anna, alternati agli incubi da cui la donna sempre più insistentemente viene perseguitata. La discesa di Anna in un disagio psicologico sempre più profondo (e pericoloso) viene ben resa dalla prova di Dorothea Mercouri, mentre il Giovanni di Giulio Forges Davanzati è un killer che riesce a suscitare, in parti esattamente uguali, inquietudine ed empatia. Il film ha forse il limite di affrettare un po' troppo le conseguenze dell'inquietudine di Anna, e di abbandonare a un certo punto (con una cesura abbastanza netta) un personaggio, come quello di Giovanni, che aveva ancora molto da dire. Le parentesi grottesche, che coinvolgono il muto testimone interpretato da Giacomo Gonnella, appaiono inoltre un po' slegate dal resto del film. Tuttavia, fa piacere vedere un attore come Nino Frassica, che comunque non rinuncia alla sua simpatia, prendersi una vacanza da Don Matteo e dintorni, e recitare in un film come questo; e fa piacere, soprattutto, in un periodo di giustizialismo e pulsioni forcaiole dilaganti, che un'opera cinematografica abbia il coraggio di comprendere le ragioni (empatizzando con lui) di un assassino che si è macchiato di un crimine orribile. Per un film che resta, principalmente, un prodotto di genere, certo non è poco.

Conclusioni

Nino Frassica in un'immagine del film Taglionetto

Taglionetto è un prodotto indipendente di qualità, l'ennesimo che avrebbe meritato altra e diversa visibilità nel nostro paese. La durezza, tematica e di immagini, lo contraddistingue da cima a fondo, ma siamo convinti che il pubblico non gli sarebbe mancato. Pur con qualche difetto, è abbastanza per continuare a tener d'occhio il regista Federico Rizzo, aspettando con curiosità i suoi prossimi lavori.

Marco Minniti
Redattore
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