Recensione Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate (2014)

Un episodio conclusivo per la seconda trilogia tolkieniana di Peter Jackson che ingrana quando Thorin Scudodiquercia/ Richard Armitage assume su di sé la missione eroica e tragica di uno dei momenti più spettacolari ed emozionanti di questa cronaca filmica delle Terra di mezzo.

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Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate

2014 – Avventura
3.4 3.4

Il viaggio finisce esattamente dove era iniziato tredici anni fa. La strada va sempre avanti, scriveva J.R.R. Tolkien, cantava Gandalf, e lasciate che facciamo nostro questo senso d'avventura inesauribile per cancellare almeno un po' della tristezza che inevitabilmente accompagna la conclusione dell'epos tolkieniano secondo Peter Jackson.

Sei film, un'impresa immane, il plauso incondizionato di critica e pubblico per i tre titoli de Il signore degli anelli, i tredici Oscar per Il ritorno del re, e poi le difficoltà produttive e creative della gestazione di The Hobbit, il cambio di timoniere, le perplessità sull'impostazione ambiziosa e le critiche alle inevitabili forzature generate dalla decisione di realizzare tre film sulla base di un romanzo di trecento pagine. Una costante: la devozione dei Ringer, i fan che hanno seguito il progetto dell'esalogia dagli albori, disposti a passare sopra a qualche concessione al mercato, a qualche eccesso megalomane, in nome della passione per questo mondo e le sue vicende, indubbiamente condivisa dal regista neozelandese e dal suo staff.

Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate, Cate Blanchett in una scena

E' palese che, vista alla fine del suo corso, The Hobbit sia una trilogia minore rispetto a Il signore degli anelli (ma un singolo film sarebbe stato a maggior ragione un progetto minore) ma non resta nella sua ombra quanto la seconda trilogia di Star Wars è stata a confronto con quella classica; perché Lucas travisò il mondo da lui stesso creato, tradì le sue premesse e i suoi modelli; con The Hobbit, nonostante le sbavature e i vizi dovuti a un'opera ondivaga e in qualche caso poco ispirata di condensazione e ampliamento in fase di scrittura, Jackson ci restituisce il medesimo mondo fino all'ultima crepa e all'ultima gemma, un mondo immaginario che rende un po' più tollerabile quello reale.

Alla ricerca di Tolkien

Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate, Evangeline Lilly con Orlando Bloom in una scena del film

Difetti di sceneggiatura, d'altronde, erano presenti anche ne Il signore degli anelli, ma erano facili da digerire all'interno di un disegno narrativo complessivamente più solido, pieno di lirismo e di un tangibile senso di minaccia. Qui è più difficile passare sopra a un intero subplot alle peregrinazioni fondamentalmente gratuite di due elfi che nel romanzo di Tolkien non ci sono, ed inevitabilmente viene da pensare che almeno una parte del tempo dedicato a Legolas e a Tauriel avrebbe potuto essere impiegato per dare maggiore respiro ad altri momenti del film più importanti e sacrificati (ma la versione extended rimedierà). Altro elemento stonato di questo script, il personaggio di Ryan Gage, peraltro bravo, che si vede incaricato di produrre da solo la quota richiesta di comic relief in un film in cui per le risate c'è davvero poco spazio, perché i nani sono trattenuti dentro Erebor dalla volontà ferrea e oscura di Thorin Scudodiquercia, Bombur non ha modo di esibire la sua grottesca mole, mentre Bilbo abbraccia il suo ruolo di piccolo eroe coraggioso e anche a Radagast tocca fare il deus ex machina.
E gli elementi discordanti, in qualche caso ridicoli, dalle smargiassate di Legolas all'apparizione dei vermoni di Tremors, responsabili solo dell'apertura di tunnel che permettono magicamente agli orchi di Bolg di raggiungere la Montagna solitaria dai confini di Angmar, non sono finiti qui. Ma è finita qui la nostra voglia di aggiungere voci negative in un bilancio che, nel complesso, è radiosamente positivo.

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Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate - Ian McKellen e Luke Evan in una concitata sequenza

Perché Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate non ha la caratura epica della trilogia maggiore, ma è comunque un dono inestimabile per fan e cinefili. E in questo caso è possibile persino individuare un momento preciso in cui si autopromuove da piacevole blockbuster a cinema purissimo, trascinante e portentoso. E' una scena sotto la volta del tesoro di Erebor, in cui Thorin è faccia a faccia con uno dei suoi guerrieri più fidati, il fratello d'armi Dwalin, che riesce in poche battute a dimostrare al suo re la portata della devozione che gli porta e a mostrargli l'enormità della follia che l'ha posseduto - non ce l'avevano fatta il saggio Balin e gli impetuosi nipoti Fili e Kili, ma ci riesce il nerboruto, fiero e onesto Dwalin, nell'attesa di avere qualche orco da prendere a testate; ed è uno dei momenti più profondamente tolkieniani che abbiamo visto, questa scena, perché in essa risplende il ritratto di quella fedeltà e di quell'ammirazione che il Professore aveva conosciuto in guerra con i suoi superiori e i suoi commilitoni: lo stesso amore che fece esclamare a Sam Gamgee, "Non posso portare l'Anello per voi, ma posso portare voi!".
Dal momento in cui Thorin si scuote di dosso la "malattia del Drago" - una malattia che, anche senza aver mai messo piede in Terra di Mezzo, conosciamo tutti molto bene - Le cinque armate diventa un altro film.

Il re lascia la montagna

Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate, Richard Armitage in una scena

Così, nonostante l'intera trilogia sia la storia di Bilbo Baggins, pacifico hobbit strappato alle comodità di Bag End per imbarcarsi in un viaggio pericoloso ed esotico, quest'ultimo film appartiene a Thorin allo stesso modo in cui Un viaggio inaspettato apparteneva a Gollum e La desolazione di Smaug apparteneva al drago che ha la voce di velluto di Benedict Cumberbatch. Dopo la bellissima scena con Graham McTavish, a Richard Armitage tocca una prova molto difficile, una scena in cui il film cammina ancora una volta sulla soglia del ridicolo ma ne esce, stavolta, trionfante. E' il momento in cui il film ritrova il suo cuore, la propulsione emotiva e narrativa che lo sfilacciamento in tre capitoli gli aveva fatto perdere e che serve a rendere la fase centrale del film, tecnicamente una lunghissima sequela di scontri e duelli, il momento pìù coinvolgente e emozionante della trilogia. Il senso dell'onore e della solidarietà nei confronti degli amici e dei consanguinei che spinge Thorin a uscire dal ruo rifugio è contagioso, finisce per toccare tutti o quasi i personaggi che attraversano la scena, e a guidare il loro pensiero e le loro armi, così che finiamo per assistere a una danza d'amore e di morte in cui ogni personaggio rivela la propria essenza, e che conduce alla significativa restituzione di Orcrist, la leggendaria spada forgiata dagli elfi di Gondolin brandendo la quale Thorin può affrontare la sua nemesi Azog, decidere la guerra, abbracciare il suo destino, entrare nella leggenda.

Bilbo Baggins, interpretato da Martin Freeman, in una scena de Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate

Questa grandiosa successione di salvataggi, sacrifici, gesti eroici e generosi, che non è stata descritta da Tolkien ma che incarna alla perfezione il suo spirito, ci conduce sulla soglia di un finale contemplativo, poetico e profondamente soddisfacente, in cui The Hobbit restituisce la freschezza, la magia incontaminata della Contea, ma anche un personaggio che ha visto molte cose, che ha perso un amico ma altri ne ha guadagnati , e che ha portato con sé un oggetto potentissimo e misterioso che ha su di lui uno strano effetto. Ascoltiamo il tema musicale dell'Anello e siamo, con Bilbo, avvinti dalla sua insidiosa seduzione, da un profondo senso di inquietudine, dalla voglia di rimanere dove siamo e allo stesso tempo ripartire.
Forse non ci saranno più film ambientati in Terra di Mezzo; questa avventura, per Peter Jackson, è davvero giunta alla fine. Ma questa fine assomiglia tanto a un inizio.

Conclusione

Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate, Hugo Weaving in una scena

Lo hobbit non sarà mai Il signore degli anelli, ma accidenti se ci è andato vicino, nonostante le limitazioni di un romanzo che, al confronto con il fratello maggiore, è sintetico, lieve e infantile; nonostante qualche scelta discutibile, nonostante le difficoltà produttive che avrebbero indotto alla resa i migliori tra noi.
Chi parla di questa seconda trilogia tolkieniana come di una bieca macchina arraffasoldi, ci dispiace, ma non sa vedere al di là del proprio naso, o della fascinazione della sua personale Arkengemma.
Pieni di meraviglia e gratitudine, we bid you all a very fond farewell.

Alessia Starace
Redattore
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