Recensione Il treno va a Mosca (2013)

A rendere particolare questo documentario è la capacità dei due autori di sovrapporre il proprio sguardo con quello del protagonista, Sauro Ravaglia, dando nuova vita al materiale raccolto.

Recensione Il treno va a Mosca (2013)

E' importante esserci

Le vittorie di Sacro Gra al Festival di Venezia e di Tir a quello di Roma sono la dimostrazione del grande momento che sta vivendo il documentario, un genere che anche grazie agli exploit di Gianfranco Rosi e Alberto Fasulo sta lentamente abbandonando il ghetto in cui è stato rinchiuso per anni, per diventare una forma d'arte cinematografica originale e vitale. Ed è un lavoro molto interessante anche Il treno va a Mosca di Federico Ferrone e Michele Manzolini, presentato in concorso alla 31.ma edizione del Torino Film Festival. A rendere particolare questo documentario è la capacità dei due autori di sovrapporre il proprio sguardo con quello del protagonista, Sauro Ravaglia. Il film racconta infatti il viaggio compiuto da un gruppo di cittadini di Alfonsine, in Romagna, che nel 1957 decidono di partire per Mosca per partecipare al Festival mondiale della gioventù socialista. Internet non esisteva, non v'era traccia di social network, quando si partiva per un luogo lontano le distanze avevano il loro peso. Cresciuti fin da piccoli nel culto del socialismo, la risposta dei loro padri alle violenze dei fascisti e alle ingiustizie dei padroni, Sauro e i suoi amici, finalmente liberi di ricominciare la propria vita dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale, comprano decine di rulli di pellicola, e puntano la bussola ad est, nella grande Madre Russia, con aspettative altissime. Sarebbero stati i primi del paese a oltrepassare quei confini e vedere con i propri occhi tutto quello che avveniva oltrecortina. L'impatto con Mosca li lascia senza fiato, anche se col passare del tempo si rendono conto che non tutto è come dovrebbe essere.

Il treno va a Mosca: un'immagine tratta dal film
Costruito come film di montaggio, senza alcuna interferenza esterna, ma con la sola voce fuori campo di Ravaglia, Il treno va a Mosca descrive il viaggio, non solo reale, compiuto dal protagonista, un tragitto politico e culturale che lo ha segnato come uomo, rendendolo testimone di un pezzo importante della storia del Novecento. Sauro non sapeva di entrare nella storia, stava semplicemente partecipando ad un evento chiave della propria esistenza che con gli occhi di oggi acquista però un valore specifico. L'opera si apre con le immagini di Palmiro Togliatti che durante un raduno allo stadio dei Marmi di Roma invita tutti i presenti a rivolgere un saluto all'Unione Sovietica; il leader del PCI costruisce insomma un ponte ideale tra Italia e URSS che Sauro e soci vogliono assolutamente percorrere. Il senso profondo di un'operazione del genere è a nostro parere riuscire a rendere organico un materiale d'archivio interessantissimo che non è solo la documentazione scrupolosa di una serie di avvenimenti raccolti con l'ingordigia tipica di chi vuole riprendere tutto, ma è anche simbolo di un vero slancio di affetto verso un ideale molto forte come il comunismo, per affetto non intendiamo l'idolatria, o venerazione cieca, ma la presa di coscienza, laica e senza alcun tipo di mediazione, di un realtà meno rosea di quanto pubblicizzato dalla propaganda comunista.

Il treno va a Mosca: un'immagine tratta dal film di Federico Ferrone e Michele Manzolini
Sauro ammette di esserci rimasto male ad aver visto le condizioni di lavoro subite dagli operai, che venivano caricati su camion stracolmi e portati in fabbrica. E' apprezzabile allora notare come quei filmati, mostrati successivamente in un tour fatto con lambretta e proiettore, indispettirono la gente accorsa solo per "vedere Mosca" e nessuno voleva sentir parlare di povertà. "Fare vedere delle baracche a Mosca non andava bene - dice Sauro -, non doveva essere così. Se ti avessi raccontato la vera Unione Sovietica, cadeva tutto". L'encomiabile lavoro dei due registi, perfino timorosi di togliere qualcosa, si 'limita' a diventare il medium che permette al materiale di Sauro di rivivere ancora e ancora; il rischio è che il film non riesca a coinvolgere fino in fondo, penalizzato dalla lentezza di alcuni punti, ma la vivacità del protagonista, la sua onestà intellettuale nel confrontarsi anche con le storture del comunismo e non solo con il suo lato più festoso, in virtù del grande attaccamento ad esso, l'incredibile vitalità che lo porta ancora oggi a girare il mondo con una videocamera, rendono questo lavoro interessante e degno di nota.

Francesca Fiorentino
Redattore
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