Recensione History of Fear (2013)

Il film colpisce per le sue atmosfere da horror urbano e per quell'aura minacciosa che sembra avvolgere tutto, tuttavia, la direzione della storia non è ben definita.

Recensione History of Fear (2013)

Aria di casa

In una Buenos Aires messa in ginocchio da un caldo soffocante, un gruppo di persone lotta per difendersi dagli attacchi dei nemici. Non è una guerra cruenta, ma un'insidiosa battaglia quotidiana combattuta a colpi di indifferenza e paura. Gli abitanti di un ricco sobborgo della capitale, ad esempio, devono fare i conti con degli atti di teppismo che vengono quotidianamente perpetrati da ignoti. Aggressioni, più o meno gravi, che non vengono arginate dagli uomini della security. Nel cuore della città, invece, tra i palazzoni degradati della periferia, donne umili consumano il proprio pasto davanti alla televisione, disperandosi per le scene tragiche che vengono trasmesse quotidianamente. Negli appartamenti dei ricchi, all'opposto, la vita scorre tranquilla, senza sussulti. Ma quando questi tre mondi in qualche modo finiscono di collidere, il risultato può essere imprevedibile. E doloroso.

History of fear: Francisco Lumerman e Claudia Cantero in una scena
Nella città, l'inferno
Curioso esperimento History of Fear, esordio registico di Benjamin Nayshat, presentato in concorso al 64.mo Festival di Berlino. Il film colpisce per le sue atmosfere da horror urbano e per quell'aura minacciosa che sembra avvolgere tutto; i luoghi del racconto, una caotica Buenos Aires, coi palazzi brulicanti di persone e i sobborghi dei ricchi, e i personaggi, un gruppo eterogeneo di uomini e donne alle prese con la paura di perdere le proprie certezze. Le case covano il disagio di chi le abita e tutto sembrano tranne che un porto sicuro a cui approdare; tuttavia esse rappresentano ancora il possedimento più importante, ecco perché diventa necessario di volta in volta tracciarne i confini, difendere la proprietà dagli assalti del 'forestiero'.

History of fear: Mara Bestelli in una scena
Smile for me, Argentina
Prodotto dalla Rei Cine, gli stessi che hanno permesso a Jazmin Lòpez di portare nel 2012 a Venezia Leones, il lungometraggio di Nayshat dimostra una certa vitalità del nuovo cinema argentino, con autori giovani che abbandonano la strada del realismo per proporre opere più sofisticate, curate, meno legate ad una descrizione piatta della società e dei suoi tumulti interni. E' un grande merito che riconosciamo anche a questo lavoro. Davvero encomiabile, ad esempio, ci è parso il lavoro fatto sulla colonna sonora, non tanto sul commento musicale, quanto sul enfasi data ai rumori e ai suoni della natura; allarmi che suonano all'impazzata, il frastuono dell'elicottero che occupa la prima sequenza del film, alternati al cinguettio degli uccelli contribuiscono a dare allo spettatore straniamento e inquietudine. Tuttavia, se la direzione della storia non è ben definita, il rischio, come in questo caso, è di trovarsi davanti ad un'opera fatua, seppur non priva di interesse. History of fear si sofferma sulle situazioni, sugli stati d'animo dei protagonisti, con degli inserti grotteschi e onirici che appaiono fuori posto o non del tutto integrati nello svolgimento della trama. Di tanto in tanto, insomma, gioverebbe sapere cosa succede e perché nella storia.

Francesca Fiorentino
Redattore
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