A Bigger Splash: un melodramma postmoderno a tempo di rock

Tilda Swinton, Ralph Fiennes, Matthias Schoenaerts e Dakota Johnson in un quadrilatero di rivalità e attrazioni incrociate nel nuovo film di Luca Guadagnino, ispirato a La piscina di Jacques Deray: un'opera imprevedibile e affascinante, che si smarca dalle convenzioni narrative e azzarda scelte rischiosissime, lasciandosi ammirare pur nella sua imperfezione.

A Bigger Splash: un melodramma postmoderno a...
A Bigger Splash

2015 – Drammatico
2.9 2.9

È un genere rischiosissimo, il melodramma. Un genere costantemente sospeso fra il sublime e il ridicolo, e in cui la possibilità di sconfinare da un campo all'altro è sempre dietro l'angolo. Come postulava del resto Douglas Sirk, nume tutelare del melò: "È sottile il limite che separa arte e spazzatura: se quest'ultima contiene un granello di follia diviene grande arte". E a complicare le cose è intervenuto - ovviamente - il postmodernismo, che ha abbattuto tutti (o quasi) i limiti di cui sopra, mutando alla radice il concetto stesso di arte.

E a tal proposito, di spazzatura si parla (forse non a caso) pure in A Bigger Splash: per l'esattezza quando Harry, un produttore discografico, racconta la genesi di un brano dei Rolling Stones, Moon Is Up, e l'idea di far 'suonare' a Charlie Watts il coperchio di un bidone dell'immondizia al posto della batteria. Ecco, A Bigger Splash si inserisce a pieno titolo nel filone del melodramma postmoderno, mescolando con sfrontata disinvoltura vecchio e nuovo, l'eleganza e il kitsch, la musica lirica e il rock 'n' roll. E tentando degli azzardi che talvolta si traducono in intuizioni formidabili, talaltra in clamorose cadute.

La piscina

A Bigger Splash: il cast in un'immagine promozionale

Forte del grande successo riscosso nel 2010 sul suolo americano con Io sono l'amore, melò dal taglio viscontiano che aveva incantato la critica internazionale, il regista siciliano Luca Guadagnino si sposta dalla Milano dell'altissima borghesia industriale all'isola di Pantelleria, meta dello sbarco quotidiano di profughi, ma anche rifugio, in un idilliaco isolamento dalle luci della ribalta, per la rockstar Marianne Lane, in silenzio forzato a causa di una delicata operazione alla gola e cullata dalle amorevoli cure del compagno Paul, un documentarista di qualche anno più giovane. Marianne, che di fronte a folle di fan adoranti sfodera una frangetta nera alla Chryssie Hynde e trucco glam alla David Bowie, ha la bellezza androgina di Tilda Swinton, già protagonista del precedente film di Guadagnino, mentre Paul, feticcio erotico che sprigiona al contempo dolcezza e virilità, è impersonato dall'attore belga Matthias Schoenaerts.

A Bigger Splash: Tilda Swinton e Matthias Schoenaerts in un'immagine del film diretto da Luca Guadagnino

A turbare la solitaria vacanza dei due partner, i quali trascorrono la maggior parte del tempo nudi sul bordo o all'interno della piscina della loro villa, è l'arrivo improvviso del volitivo Harry (uno scatenato Ralph Fiennes), intimo amico nonché ex amante di Marianne, accompagnato dalla figlia ventenne Penelope (Dakota Johnson). Invitati da Marianne a soggiornare in casa sua, padre e figlia incrineranno ben presto l'armonia fra la donna e Paul, facendo riaffiorare tensioni latenti e desideri mai del tutto sopiti. Ed è bene non aggiungere altro sulla trama di una pellicola che impernia una tensione crescente proprio sui 'vertici' di questo quadrilatero, giocando con sottile malizia con le attese dello spettatore e preferendo servirsi di allusioni, sottintesi ed ellissi per generare un'atmosfera di inesorabile ambiguità, anziché calare frettolosamente la carta dei "tradimenti incrociati". Guadagnino, piuttosto, si sofferma su scene di vita quotidiana (la festa di paese con i giochi in piazza e il karaoke, la spesa al supermercato, le chiacchiere a bordo piscina), dettagli in apparenza banali e occasionali digressioni per far emergere, passo dopo passo, pensieri, pulsioni e debolezze dei suoi personaggi.

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I'll come to your emotional rescue

A Bigger Splash: Ralph Fiennes in una scena del film

A conti fatti, A Bigger Splash (il titolo prende in prestito quello di un celebre dipinto pop art di David Hockney) mantiene legami molto labili con il film a cui è ispirato, ovvero La piscina, noir a tinte erotiche diretto nel 1969 dal regista francese Jacques Demy, con un quartetto composto in quel caso da Alain Delon, Romy Schneider, Maurice Ronet e Jane Birkin. Più che alle svolte da thriller, infatti, Guadagnino è interessato a delineare, trasformare e ricomporre le dinamiche di seduzione e di reciproca dipendenza fra i protagonisti, ma nel frattempo decostruisce pure i meccanismi canonici del melò, innestandovi elementi stridenti e contraddittori. Le scelte di regia non rispondono ad un mero virtuosismo estetizzante, ma fanno anch'esse parte di un intento ben più ambizioso: utilizzare il cinema, con tutti i suoi strumenti, per rimodellare l'intero tessuto filmico in base alla realtà emotiva dei personaggi, come hanno saputo fare negli ultimi anni diversi "alfieri" del postmodernismo (da François Ozon a Xavier Dolan).

A Bigger Splash: Dakotha Johnson in un'immagine del nuovo film di Luca Guadagnino

Non è un caso, allora, che tutta l'attenzione sia focalizzata sui quattro 'attori' di questo dramma torbido ed ironico, che la macchina da presa riprende da ogni distanza e angolazione possibile, accarezzandone i volti e i corpi, a turni alterni soggetti oppure oggetti di desiderio. Tilda Swinton ci ha già abituato a performance superbe: qui rinuncia perfino alla propria voce (quasi del tutto), ma la sua presenza scenica le basta a riempire lo schermo, con quegli sguardi profondissimi in cui si finisce ogni volta per annegare. Ralph Fiennes passa con maestria da un sotterraneo senso di amarezza al carisma prorompente di Harry: strepitosa la sua danza sulla note di Emotional Rescue dei Rolling Stones, accompagnando il falsetto di Mick Jagger. A Matthias Schoenaerts è affidato il personaggio più sommesso e introspettivo e l'attore regala una delle sue prove più convincenti, mentre Dakota Johnson è una sfuggente Lolita (benché la sua Penelope resti il personaggio meno sviluppato del gruppo).

Un tuffo senza rete

A Bigger Splash: Dakota Johnson e Ralph Fiennes in un momento del film

Parlavamo in apertura dei rischi del melodramma, e di rischi A Bigger Splash se ne assume fin troppi. Alcuni si risolvono in maniera riuscitissima: si veda, ad esempio, lo stupefacente piano sequenza durante il momento clou, con la cinepresa che di colpo si solleva dalla piscina per alzarsi vertiginosamente fin sopra la villa. E nella scena seguente, quando Marianne rompe il proprio silenzio per abbandonarsi ad un urlo fragoroso, con la dissonanza di un martellante sottofondo rock, Guadagnino vince un'altra scommessa. Ecco, se A Bigger Splash si fosse chiuso a quel punto, sul grido lancinante di Tilda Swinton, avrebbe potuto essere un grande film; invece, da lì in poi la sceneggiatura prende una china sdrucciolevole che fa deragliare gli ultimi venti minuti del racconto in un improbabile epilogo poliziesco. E la mescolanza degli stili e dei generi, altro carattere peculiare del postmoderno, purtroppo cessa di funzionare, smorzando la tensione costruita fino ad allora con tanta abilità.

A Bigger Splash: Ralph Fiennes e Tilda Swinton in un'immagine del film

Uno scivolone dovuto in massima parte al peggiore caso di miscasting in cui Guadagnino potesse incappare: far interpretare un Maresciallo dei Carabinieri, già di per sé costruito come una figura risibile e macchiettistica, a un Corrado Guzzanti totalmente fuori registro. I suoi siparietti, le smorfiette e le gag sono la singola "nota stonata" in grado di compromettere la sinfonia di tutta un'orchestra, per un finale che ha l'inevitabile sapore del rimpianto per il film 'potenziale' mancato per un soffio. Forse si tratta del prezzo da pagare per una libertà artistica comunque ammirevole, per il coraggio di rompere regole e convenzioni e di avventurarsi verso abissi inesplorati. Ma in fin dei conti, il cinema è questo: un'arte meravigliosa e imperfetta, problematizzante e problematica, alla quale è concesso osare e di tanto in tanto, perché no, addirittura sbagliare. E A Bigger Splash, con le sue imperfezioni e i suoi rovinosi capitomboli, è un'opera in cui siamo stati lieti di 'tuffarci', e le cui tracce ti rimangono addosso, scivolando sottopelle, anche molto tempo dopo aver abbandonato la piscina; assai più di quanto non si possa chiedere a tanti altri film...

Stefano Lo Verme
Redattore
3.5 3.5
Venezia 2015
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