Recensione Assolo (2014)

Coraggiosa opera prima del giovane autore napoletano Massimo Piccolo, che porta al cinema un suo testo teatrale, per un film ambizioso nonostante l'intenzione di non voler andare oltre i limitati mezzi produttivi, con un soggetto difficile sospeso tra cinema, teatro e narrazione.

Recensione Assolo (2014)

Opera prima del giovanissimo autore Massimo Piccolo, che porta al cinema un suo testo teatrale con una produzione a bassissimo budget con capitali completamente privati e senza alcun sostegno pubblico. La volontà di un autore napoletano di fare un film d'autore lontano da qualsiasi cliché su Napoli, un progetto che vuole affrancarsi dall'inevitabile rappresentazione del territorio, ma che dal territorio vuole trovare le risorse umane e artistiche di menti che possano credere in un piccolo progetto valido, una storia nata e scritta a Napoli ma dal sapore totalmente internazionale.

Da Napoli a New York

Una storia in bilico tra i realismi e i fantasmi della memoria di Danny "Sweettouch" Caputo (Antonio De Matteo), sassofonista talentuoso in attesa del suo debutto in mondovisione a New York. Mancano cinquanta minuti al suo assolo in diretta e alla sua consacrazione come artista. Mentre scalda il sax nel backstage, un'involontaria domanda di un assistente di palco spalanca la porta dei ricordi e Danny comincia a ripercorrere con la memoria tutti gli istanti della sua vita, gli incontri e le relazioni avute: le città, i luoghi e i volti si confondono nella sua mente , in una serie di flashback nitidi e reali dove passato e presente si sovrappongono. Il tempo passa e il momento del suo Assolo si avvicina, ma forse l'assolo e quello che sta già mettendo in scena nella sua testa solo con se stesso.

Tra musica e psicoanalisi

Assolo: Antonio De Matteo, protagonista del film, in una scena

Un film difficile, sospeso tra cinema, teatro e narrazione: nelle dichiarazioni del regista, la storia di un artista che vuole raggiungere la perfezione al di là del mondo necessariamente imperfetto in cui vive, con relazioni, storie e persone altrettanto imperfette. Il protagonista Danny, secondo Piccolo, mette in pratica inconsapevolmente (o no?) nella vita come uomo la stessa tecnica che usa per migliorarsi come artista: così come il musicista ripete all'infinito le scale per imparare a non sbagliare più, nella sua vita privata, nelle relazioni, ripete i passi e replica gli atteggiamenti nei quali si sente sicuro, trovandosi imprigionato in quella che nella psicoanalisi viene definita una coazione a ripetere, ovvero la tendenza inconscia a ritrovarsi in situazioni penose all'apparenza inaspettate ma che sono invece la ripetizione autodeterminata di vecchie esperienze.

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No time no space

Assolo: il regista Massimo Piccolo sul set con Antonio De Matteo

Riflessione sul concetto di tempo che è quello che manca al protagonista, i minuti scorrono e l'ora dell'esibizione si avvicina, così come il tempo e le occasioni nella vita per imparare a migliorarsi diventano sempre di meno. La dimensione del tempo viene annullata, tra passato e presente, con ricordi e sensazioni che si sovrappongono senza un continuum o una logica convenzionale: il tempo non esiste in questo film secondo il regista, perché la mancanza di esso diventa una patologia e si trasforma in pensiero ossessivo che ti fa vivere di continuo situazioni e sentimenti già vissuti che si ripetono all'infinito. Anche la scelta e la monotonia di uno spazio asettico, un backstage dai contorni indefiniti così come gli interni sfocati nei flashback della memoria del protagonista, diventano funzionali al racconto e trasformano in una vera è propria connotazione di stile l'evidente e dichiarata mancanza di mezzi produttivi.

Assolo: Antonio De Matteo sul palco con il suo sassofono in una scena del film

Dal teatro al cinema

Perché il film è stato girato in soli undici giorni, con un budget minimo e senza finanziamenti, ed è già un successo dunque di per sé per il giovane autore aver coronato il sogno di riuscire a fare e vedere distribuito un film dal testo teatrale che da anni porta in giro insieme al protagonista Antonio De Matteo. Seppur lodevole nelle intenzioni, il lavoro di Massimo Piccolo ha intanto un taglio inevitabilmente appunto troppo teatrale: un monologo di un personaggio che, sebbene esalti le qualità di De Matteo al di là dei consueti ruoli da fiction, rimane evidentemente un testo più adatto ai toni neutri e ai tempi di un palcoscenico piuttosto che al grande schermo, dove le velleità cinematografiche si perdono nei meandri di una sceneggiatura troppo ambiziosa e nella mancanza di ritmo di un montaggio approssimativo, oltre che dalle carenze tecniche imputabili alla mancanza di budget.

Provaci ancora Danny

Assolo: una scena del film musicale

Il limite principale del film è rappresentato soprattutto dalla sua stessa ambizione: nell'intento dichiarato di raccontare una piccola storia per non andare oltre i propri mezzi, il regista sceglie di affrancarsi da un racconto anche solo minimamente tradizionale, rigettando volontariamente qualsiasi tipo di approccio narrativo che sia canonico o convenzionale, cercando di elevarsi tra sperimentazione, eleganza (vedi i titoli di testa) e innovazione. Il risultato però è che la fotografia di Valentina Caniglia e la musica di Claudio Passilongo, riempiono spazi vuoti non solo fisicamente ma anche di contenuto, le parole e le riflessioni del protagonista si sovrappongono e si confondono alla ricerca di un senso profondo che continua a sfuggire sia a lui che allo spettatore e alla fine si perde nel tedio della ripetitività e dell'inconsistenza. Il cinema sperimentale e di ricerca, e un soggetto così intimo come l'esplorazione di un mondo interiore, sono materiale minimalista ma non minimale e l'abilità nel raccontarli va probabilmente al di là dei limiti artistici e tecnici di una seppur coraggiosa opera prima.

Conclusione

Un film coraggioso nella ricerca della sperimentazione e dell'eleganza, che della mancanza di mezzi produttivi cerca di fare una cifra stilistica, un monologo teatrale che fatica a diventare cinema, il cui limite sta proprio nella sua ambizione di raccontare un mondo interiore fatto di riflessioni e pensieri, materiale minimalista ma non minimale che richiede talento e tecnicismi al di là della sua portata.

Alessandro Antinori
Redattore
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