The Take

2004, Documentario

Nuova primavera del documentario: Naomi Klein e Avi Lewis su The Take

Naomi Klein e Avi Lewis parlano del loro ultimo lavoro The Take, della nuova stagione del cinema documentario e dell'esperienza argentina delle occupazioni operaie delle fabbriche.

Alessandro Guerra

Naomi Klein e Avi Lewis, a Roma per presentare The Take, hanno parlato in conferenza stampa del loro lavoro, della nuova stagione del cinema documentario e dell'esperienza argentina delle occupazioni operaie delle fabbriche.

Come spiegate questo ritrovato interesse nel cinema documentario nell'era della televisione onnipresente, delle news 24h?

Avi Lewis: Nonostante il prolificare dei canali satellitari, credo che il pubblico abbia una grande sete di notizie indipendenti. Naturalmente non conosco la situazione italiana come quella nordamericana, ma so che anche voi avete dei gravi problemi circa la concentrazione della proprietà dei mezzi di informazione. Credo che le persone si rivolgano ai documentari perché letteralmente disperati nel reperire notizie vere. Speciamente in un periodo di guerra, in Nord America, più notizie ci arrivano, meno abbiamo una percezione veritiera della realtà. Quello che danno i documentari è proprio quello che manca alle news tradizionali, un vero contatto, un approfondimento, una lettura critica della realtà.
L'Argentina è un perfetto esempio, quando l'economia è esplosa, nel 2001, abbiamo visto per qualche settimana immagini di gente che protestava, che faceva rumore battendo sulle pentole; poi tutto sembrava essere finito nel nulla. Dove erano finite quelle persone, cosa era successo in seguito a quella crisi terribile? Alcune delle risposte sono in The Take.

Naomi Klein: Un aspetto che reputo molto importante è la peculiarità dell'esperienza cinematografica in sala. La gente non ha solo desiderio di vedere la realtà, ma anche quello di sentirsi insieme ad altri. Vedere un documentario in una sala è un'esperienza collettiva, ci fa sentire meno soli, meno matti a desiderare quello che desideriamo. Credo che anche il miglior documentario sia diverso se visto da soli sul divano di casa.

Avete visto il documentario sull'Argentina di Fernando Solanas? Come spiegate la scarsa risonanza del suo lavoro in confronto al vostro? Quanto conta la vostra celebrità? Avi Lewis: Naturalmente la mia celebrità è proprio il motivo per cui voi siete qui (ironico, n.d.r.). Abbiamo incontrato Solanas al Filmfestival di Buonos Aires ma non siamo ancora riusciti a vederlo. Da quello che so lui dà una spiegazione molto più approfondita e analitica dei fenomeni economici. Noi cerchiamo di raccontare una storia più umana, con una maggiore componente narrativa sullo sfondo. Per quanto riguarda l'attenzione riservata al suo lavoro, noi siamo di ritorno dalla Francia dove, devo dire, il film di Solanas ha riscosso un grande successo. In Sud America, in confronto a lui, semplicemente il nostro film non esiste. Non so cosa succederà in Italia, ma immagino che questa sia una vostra responsabilità, non nostra.

Naomi Klein: Non ci sentiamo in competizione con altri documentaristi. Crediamo che ci sia un nuovo spazio, una nuova cultura, un territorio che prima non esisteva, e ognuno col suo lavoro sostiene il lavoro dell'altro e lo completa. Questo vale moltissimo, per esempio, per The Corporation e The Take.

Avi Lewis: Sicuramente vedere The Corporation, poi il film di Solanas e poi The Take, sarebbe un percorso ideale.

Qual è il vostro parere sulla candidatura di Paul Wolfovitz, sottosegretario USA alla difesa, alla presidenza della World BaNaomi Klein:? Naomi Klein: Penso proprio che sia la candidatura ideale per far vedere a tutti quanto siano evidenti le convergenze fra gli interessi della finanza internazionale e quelli dei signori della guerra mondiale. Un guerrafondaio è la persona perfetta per guidare la World Bank.

Alla luce del recente The Corporation e del vostro film, si puo' parlare di una nuova generazione di cineasti documentaristi canadesi? Avi Lewis: Il documentario è stato inventato in Canada. Poi ce ne siamo dimenticati, ma si puo' dire che è una delle poche cose per cui possiamo vantare una tradizione.
Molta della cultura canadese è definita dal rapporto col nostro grande fratello, gli USA. Abbiamo la sensazione di una visione e di una prospettiva molto vicina sul cuore dell'impero del nostro tempo. Conosciamo bene gli USA, la nostra critica al sistema che ha lì il suo centro è allo stesso tempo molto passionale e molto precisa. Del resto noi Canadesi siamo responsabili di alcune delle cose peggiori della cultura americana, come Celine Dion, Bryan Adams...
Parlando di documentari, teniamo molto a preservare nelle istituzioni e nella cultura pubblica lo spazio per una vera critica, una cosa che non è successa negli USA.

Naomi Klein: Fare documentari è come essere una mosca su un muro. Vuoi vedere ma non vuoi essere visto, che è un po' la posizione del Canada nei confrnti degli USA. Si puo' dire che siamo un po' degli osservatori di professione.

Vi siete autoimposti delle censure nel ritrarre i modi della protesta argentina? Avi Lewis: Assolutamente no. Il giorno dell'ocupazione della Forja San Martin, ci aspettavamo che succedesse qualcosa di molto più drammatico, come era accaduto per altre occupazioni. Ma non sono state poche le occpuazioni pacifiche come quella del film, in un certo senso autorizzate. Noi eravamo determinati a seguire il cuore di un'unica storia, dall'inizio alla fine. Nei primi tre mesi abbiamo seguito circa quindici realtà differenti cercando di essere presenti il giorno dell'occupazione della fabbrica, ma questo non era facile. Molto spesso gli operai non lo sapevano, o l'occupazione nasceva spontaneamente, senza preavviso, o non si volevano che la data fosse nota. Abbiamo quindi deciso di seguire la prima fabbrica di cui abbiamo assistito all'occupazione.

Naomi Klein: Abbiamo fatto questo film anche per la frustrazione nei confronti di quella che noi chiamiamo pornografia della protesta. Vedevamo che le sole immagini che arrivavano erano quelle degli scontri violenti con la polizia. Certo quelli sono momenti importanti in ogni processo che porta al cambiamento sociale. Questo si vede anche nel nostro film, non nascondiamo il fatto che gli operai tirino sassi e cemento e che la polizia spari. Ma non crediamo nei film che si concentrano solo su questi aspetti. Il nosto obbiettivo era mostrare come avviene il cambiamento, che è una cosa che ha meno appeal della violenza. Parlando con i giovani mi sono resa conto che l'idea di come avvenga il cambiamento rimane un concetto vago. Nei media il cambiamento è mostrato sempre e solo come il risultato di un forte conflitto. Il problema è questo, che non si mostra il processo, i gradi del cambiamento. E non solo non ci siamo censurati in nessun modo, ma riteniamo che questo modo di presentare i fatti rappresenti una minaccia molto più seria al capitalismo che mostrare semplciemente il conflitto.

Il vostro è un film molto politico. Vi aspettate un impatto politico, e che tipo di impatto? Avi Lewis: Non sarebbe male se gli operai cominciassero a prendere possesso delle fabbriche in tutto il mondo, ma non è questo lo scopo che ci siamo prefissi. Ci interessava più catturare lo spirito di una resistenza che puo' dare corpo a una democrazia diretta.
Noi avvertivamo una fame di alternative. Ci siamo mossi alla ricerca di alternative concrete. E' così che siamo finiti in Argentina. Un vero laboratorio di alternative che la gente stava cominciando a trovare in maniera pacifica e democratica.
Siamo molto eccitati, curiosi di sapere come il pubblico elaborererà questo esempio, questa esperienza. Abbiamo ricevuto molti inviti da comunità operaie del Nord America, anche loro alla ricerca di alternative alla disoccupazione e alla povertà.
La questione delle fabbriche, poi, puo' rappresentare il punto d'incontro di più spinte sociali.

C'è un sequel? Cos'è successo dopo la fine del film a queste persone? Naomi Klein: Siamo ancora in contatto con molte delle persone che vedrete nel film. Abbiamo presentato due anteprime per quegli operai, nell'anniversario delle violenze accadute alla fabbrica Bruckman. Quegli operai, dopo un anno, avevano ottenuto l'approvazione di una legge che gli consente di guidare la fabbrica per altri venti anni. La presentazione del film è stata una specie di celebrazione.
Per quanto riguarda la Zanon, centocinquanta operai sono stati assunti, stanno crescendo e facendo molto bene, anche se continua a esserci una qualche repressione di tipo mafioso, minacce, attentati, intimidazioni.
Per quando riguarda la Forja San Martin le cose procedono molto bene.
Da un punto di vista politico c'è stata la proposta di una nuova legge sulla bancarotta che faciliti in qualche misura l'occupazione delle fabbriche prima che le macchine vengano messe in vendita. Se la legge verrà approvata gli operai saranno considerati i primi creditori in caso di bancarotta.

Cosa pensa della cultura del no-logo, della commercializzazione del no-logo? Naomi Klein: Quando ho scritto No Logo io parlavo, ancora una volta, di uno spirito della resistenza. L'abbiamo visto per le strade, a Genova, un movimento che va molto oltre l'andare a manifestare davanti a ul luogo dove si tiene un vertice. Sapevo fin dall'inizio che il sistema avrebbe cooptato una parte dei movimenti. Ma si tratta di una parte marginale, di quei movimenti che sono solo moda. Per quanto mi riguarda possono tenersi il no-logo. Io non l'ho mai voluto.

Si rimane molto colpiti dalla disaffezione verso la politica che si nota in alcuni personaggi del film. Quanto questo corrisponde alla realtà delle nuove generazioni, qual è la posizione dei giovani nei confronti della politica? Avi Lewis: Non dobbiamo esagerare il pessimismo degli Argentini. Le elezioni hanno rappresentato un momento di lutto per il movimento, che aveva veramente sperato di cambiare qualcosa a livello politico. In Argentina il sistema è crollato per un cedimento strutturale, anche se le proteste hanno dato una loro spinta. Nell'anno di discussioni che è seguito è stato chiaro a tutti che non c'era ancora una reale alternativa. Il tentativo di ritorno di Menem ha creato un falso dramma politico che ha distratto tutti dalle alternative locali che si stavano realizzando. Ma la nuova generazione cresciuta coi movimenti pensa che i sogni non entrino nelle urne elettorali. Tuttavia nel film vediamo come la giovane figlia dell'attivista aiuti la madre nell'attività di propaganda contro Menem. Anche negli USA molti attivisti di sinistra hanno aiutato la campagna di Kerry perché rappresentava il male minore. Questo è indice di una visione matura da parte dei giovani, che va oltre il "o fuori o dentro il sistema". Il sistema, sebbene non offra reali possibilità di alternativa, serve a combattere alcune posizioni politiche estreme.

Che peso ha il cinema all'interno della vostra strategia comunicazione complessiva? Se questo peso fosse alto, cosa pensate dell'opzione satirica e buffonesca adottata da Michael Moore, laddove il vostro stile è molto più sobrio e probabilmente meno accattivante, anche considerando che il vostro genere è un genere di nicchia e raggiunge comunque un'elite? Naomi Klein: Noi volevamo raccontare una storia specifica, una storia piccola, volevamo andare oltre la critica. Io trovo che si sottovaluti spesso la qualità di ciò che la gente è capace di apprezzare. Penso che cinque anni fa nessuno potesse immaginare che questo genere di film potesse essere proiettato in un cinema. Noi non sappiamo cosa sia un'elite e cosa non lo sia. Abbiamo mostrato il film a operai come a intellettuali e tutti si sono profondamente relazionati col film. La cosa più curiosa è come i lavoratori si identificano con i lavoratori del film; quando lo facciamo vedere nei centri culturali notiamo che il pubblico si identifica più o meno con gli stessi momenti.

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