Il cavallo di Torino

2011, Drammatico

Recensione Il cavallo di Torino (2011)

Bela Tarr produce un film d'arte, un prodotto di un bellezza visiva sconvolgente, ma scarsamente commerciabile, dove ogni gesto, suono o immagine si carica di un senso profondo.

Nemo nisi mors

Il cavallo sfida il vento impetuoso spronato dal suo carrettiere. La macchina da presa, solidale con la sua precipitosa corsa, ne riproduce lo sforzo con lenti movimenti rotatori dal basso verso l'alto e da sinistra verso destra in un lungo piano sequenza dall'elevata difficoltà tecnica. E' questa la scena mozzafiato con cui si apre The Turin Horse, densa e complessa pellicola diretta dal maestro ungherese Bela Tarr. Per la sua ultima opera il regista di Sátántangó sceglie di rivisitare la celebre leggenda collegata al periodo torinese di Nietzsche. Nel 1889 il celebre filosofo e scrittore fu vittima di una crisi nervosa - preludio del suo crollo psichico - provocata, a quanto pare, dalla visione di un cocchiere che frustava a sangue il suo cavallo per costringerlo a mettersi in movimento. Tarr trae spunto da questo aneddoto per narrare la sorte del carrettiere, del suo cavallo e della figlia dell'uomo spostando il teatro della vicenda dalla borghese Torino alle desolate steppe dell'Ungheria. Il carrettiere in questione diviene così un povero vecchio (un irriconoscibile János Derzsi) costretto a farsi accudire dalla figlia taciturna e semianalfabeta (Erika Bók) per via di un braccio in disuso.

Erika Bok in una scena meditativa di The Turin Horse
L'apocalisse di Bela Tarr si consuma in sei giorni, la stessa durata della Creazione, ma quella che viene messa in scena nelle steppe ungheresi battute da un vento incessante è la desolante distruzione del genere umano. Padre e figlia, uniti nella stessa miserevole condizione, non posso far altro che proseguire la propria atroce esistenza procrastinando l'inevitabile fine attraverso l'estenuante ripetizione dei piccoli gesti quotidiani necessari alla sopravvivenza. La miseria è totale. Il cavallo, unica fonte di sostentamento della famiglia, si rifiuta ostinatamente non solo di muoversi, ma anche di mangiare. L'umanità debole e ignorante non è in grado di opporre resistenza di fronte all'ineluttabilità della sorte, eppure quello dipinto da Bela Tarr a tinte così fosche non è un mondo del tutto privo di Dio. L'immobilità dei sei giorni che scandiscono i capitoli di cui The Turin Horse si compone viene lacerata il terzo giorno con l'arrivo di una manciata di zingari, nomadi in cerca di acqua. Mentre i più giovani, selvaggi e irruenti, maledicono la terra del carriettiere rivendicandone il possesso, il più anziano e canuto dona un misterioso libro di preghiere alla figlia, ultima flebile speranza di salvezza presto accantonata di fronte all'aridità che avanza.

János Derzsi in una scena di The Turin Horse
The Turin Horse è un ulteriore saggio della grandezza di Bela Tarr, del suo cinema d'autore aspro e rigoroso, scevro da ogni compromesso. Memore della lezione dei maestri sovietici, in particolare di Andrei Tarkovsky, il regista ungherese produce un film d'arte, un prodotto di una bellezza visiva sconvolgente, ma scarsamente commerciabile, dove ogni gesto, suono o immagine si carica di un senso profondo. L'insistito uso di piani sequenza e di long take, accompagnati da una musica solenne e ossessiva e fotografati dall'abbacinante bianco e nero creato dallo straordinario Fred Kelemen, è funzionale alla volontà di Tarr di riprodurre in tempo reale la ritualità quotidiana del carrettiere e della figlia in una claustrofobica successione di atti immersi in un silenzio quasi totale. La parola si rarefà. Alle poche domande pronunciate, spesso, non segue alcuna risposta. La possibilità di dialogo non sembra esistere. Per tutta la prima ora l'impressione è quella di trovarsi di fronte a un film muto e al di là di poche eccezioni - in primis il monologo furente e oscuramente profetico del vicino di casa che irrompe in cerca di alcool - la veicolazione del senso è affidata unicamente all'immagine. Il cinema di Tarr è arte visiva intesa nella sua forma più pura, ultima ed essenziale, è sguardo, è estetica, è un unicum inscindibile di forma e contenuto. The Turin Horse, sintesi perfetta della caducità umana, non fa altro che veicolare con potenza devastante un contenuto a noi noto sbattendoci in faccia il lento e persistente scivolare verso la morte, la fiamma che si spegne istante dopo istante, inevitabile conclusione delle sorti umane. Prevedibile che non tutti siano in grado di apprezzarne la potenza devastante di fronte a un messaggio così categorico.

Recensione Il cavallo di Torino (2011)
Valentina D'Amico
Redattore
4.0 4.0
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