We Were Soldiers

2002, Drammatico

Recensione We Were Soldiers (2002)

Si respira un'aria viziata ed è presente per tutta la durata del film un'atmosfera claustrofobica: si combatte in spazi angusti e ci si prepara alla guerra in circoli altrettanto chiusi; sul campo di battaglia si trova riparo in luoghi impervi; inoltre l'insieme degli appartamenti delle famiglie dei soldati costituiscono già essi stessi un circolo chiuso.

Vincenzo Carlini

Memorie della 'sporca guerra'

Il significato del film è tutto nella sequenza iniziale: una parte del Vietnam al giorno d'oggi; un luogo sperduto e dimenticato da Dio e dagli uomini che non sembra avere alcun tipo di significato economico, turistico, paesaggistico e naturalistico; un semplice pezzo di terra che riempie lo schermo e che sembra schiaffeggiarci con l'impeto del vento; un posto che non suscita alcunché nello spettatore, se non fosse per la voce off che presenta il film come un omaggio alle vittime, americane e vietnamite, di una delle battaglie più cruente della "sporca guerra".
La pellicola di Randall Wallace, in realtà, propone l'episodio sulla base delle memorie del Colonnello Hal Moore (Mel Gibson) che, rimasto isolato nella "Valle della morte" con il suo sparuto gruppo di soldati (il 7° Cavalleria), riuscì a reggere il confronto con la furia di migliaia di temibili vietcong. L'approccio scelto dal regista è quello ormai consuetudinario per le pellicole di guerra di ultima generazione: attenzione particolare ai dettagli dei combattimenti (e dei combattenti, doloranti o morti che siano), una macchina da presa posizionata sempre al centro dell'azione nello stile di Salvate il soldato Ryan (ma senza raggiungere le vette altissime di quel film), abbondanza dell'effetto di ralenti, gli schizzi di sangue da real tv che "invadono" l'occhio dello spettatore nonché il ricorso a silenzi improvvisi, attoniti, che preludono a qualche evento importante. Si respira, inoltre, un'aria viziata ed è presente per tutta la durata del film un'atmosfera claustrofobica: si combatte in spazi angusti e ci si prepara alla guerra in circoli altrettanto chiusi; sul campo di battaglia si trova riparo in luoghi impervi; inoltre l'insieme degli appartamenti delle famiglie dei soldati costituiscono già essi stessi un circolo chiuso. Ed è proprio l'aspetto della vita privata delle spose dei militari impegnati sul fronte a costituire la vera innovazione del film (seppur già Jonathan Demme in Swing Shift - Tempo di swing del 1984 fece una cosa simile). Le compagne dei militari devono infatti combattere a casa propria una guerra ancor più dura contro la minaccia dei telegrammi latori di brutte notizie: il film ricrea, molto bene l'angoscia che attanaglia le spose alla vista del taxi giallo su cui viaggia chi deve consegnare le buste, gialle anch'esse, con la notizia della morte di qualche soldato. Questa dualità della guerra è espressa simbolicamente da un momento specifico della pellicola, allorché l'occhio della mdp, dopo aver fatto il resoconto sull'attività di "pulizia" compiuta dai soldati americani sul territorio vietnamita, stacca sulla micidiale "arma" domestica, ovvero l'aspirapolvere, con cui, in casa Moore, la dolce e integerrima mogliettina sta provvedendo ad eliminare gli acari-cong dal tappeto. Ma l'attimo precipuo per una lettura "domestica" del film è quello in cui Gibson/Moore prega insieme ai figli poco prima della partenza per il campo di battaglia. Interessantissima l'inquadratura del colonnello Moore, in ginocchio insieme alla figlia, con la mdp che inquadra i piedi nudi di lei e gli anfibi del padre: è un'immagine iconica che, provenendo direttamente dal dopo 11 Settembre, può nascondere benissimo mille significati (insieme a quella, di segno inverso, in cui con un travelling all'indietro si riprendono due ufficiali mentre dicono qualcosa sull'imminente conflitto: l'illuminazione e l'aspetto futuristico e futuribile della sala dei bottoni in questione, che ricordano vagamente la Discovery di 2001: Odissea nello spazio, sono un chiaro monito sulla astrattezza del concetto di guerra).

Non ci si può esimere, però, dall'esaltare un'altra sequenza, una sequenza assolutamente memorabile che da sola vale quasi tutta la visione del film. Mi riferisco agli istanti immediatamente precedenti la partenza e che ricalcano a meraviglia i temi tipici dei war-movies degli ultimi anni: il colonnello Moore che, avviandosi verso il punto di partenza, viene inghiottito dall'oscurità; l'inutile corsa della moglie in camicia da notte per un ultimo saluto; il campo lungo che riprende il punto di partenza che si riempie progressivamente degli ufficiali più alti in grado; l'arrivo delle truppe; la partenza; l'arrivo, con una dissolvenza al bianco, sul campo di battaglia illuminato a giorno; la musica, che per tutto il tempo, ha sottolineato, con crescente enfasi, il suggestivo momento. Invero sono presenti anche altre situazioni che rendono la pellicola di Randall Wallace assolutamente valida: il piede dell'eroico Moore che è il primo a toccare la terra del campo di battaglia ed anche l'ultimo a lasciarlo (due intensi primi piani ne sottolineano la portata simbolica che ne La passione di Cristo troverà il suo compimento: occorre notare come nell'ultima pellicola citata sia proprio la mano di un Gibson fuoricampo a piantare il primo chiodo sulla mano di Gesù...); le evidenti citazioni di Full Metal Jacket di Stanley Kubrick nelle inquadrature pompose che esaltano la spavalderia del sergente maggiore o nella furiosa sparatoria del primo combattimento contro un nemico che è invisibile o, più semplicemente, sembra non esserci; l'eccellente fotografia, soprattutto quando si tratta di ritrarre gli effetti di luce nelle numerose scene notturne.

Al film non si possono comunque perdonare alcuni evitabili tocchi ironici e lo scarsa coinvolgimento emotivo dello spettatore con le vicende soggettive dei protagonisti secondari (quando sono lontani, in questo senso, Salvate il soldato Ryan e La sottile linea rossa...). Risulta opinabile anche la forzata necessità di occultare gli assunti ideologici di un film che, nonostante qualche irrilevante sprazzo, è tutto girato sul versante dell'esercito americano. Infatti la sequenza decisiva in questa direzione è quella in cui, al termine del feroce scontro, i cadaveri dei vietcong vengono accatastati ed imbandierati con il vessillo vietnamita, mentre una piccola bandierina a stelle e strisce, conficcata sopra una roccia, comincia a sventolare furiosamente (e continuerà a farlo anche dopo l'arrivo sul posto dell'ufficiale vietcong che, dopo averla maneggiata borbottando qualcosa, la risistemerà nella posizione iniziale). Se si esclude questa continua defaillance, e pensando alla sequenza della partenza verso il fronte di guerra, il film di Randall Wallace è sicuramente un war-movie da vedere e da rivedere.

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