Recensione Lo scafandro e la farfalla (2007)

Mathieu Amalric, tanto vitale nei flahback e nelle sequenze immaginifiche quanto immobile e inespressivo per il resto del film, regala una performance non troppo dissimile da quella di Javier Bardem di Mare dentro e altrettanto potente.

La voce dentro

Julian Schnabel porta in concorso a Cannes la sua terza opera da regista, a sette anni di distanza dall'acclamato Prima che sia notte. Anche questo Le scaphandre et le papillon, co-produzione franco-statunitense capitanata da Kathleen Kennedy (socia abituale di Steven Spielberg), racconta una storia vera, ma se per il poeta Reinaldo Arenas si trattava quasi di una biopic, in questo nuovo film la sceneggiatura del premio Oscar Ronald Harwood (Il pianista) prende avvio direttamente dal malessere che colpisce Jean-Dominique Bauby, caporedattore del magazine Elle, in seguito ad un forte infarto e lo costringe prima ad un coma di venti giorni e poi alla rara sindrome "locked-in" ovvero una condizione in cui il paziente pur essendo sveglio e perfettamente cosciente si trova completamente paralizzato e quindi imprigionato nel proprio corpo.

Questo è quanto avviene a Jean-Do, impossibilitato a muoversi e a comunicare ad eccezione per l'occhio sinistro, ed è così che lo conosciamo all'inizio del film, anzi ne viviamo il disagio in prima persona poiché l'inquadratura riproduce esattamente la vista dimezzata e annebbiata del protagonista. Sentiamo però la sua (nostra) voce parlare, ma ben presto capiamo che si tratta solo del suo (nostro) pensiero e che ai familiari, ai medici e a nessun'altro è dato ascoltarci. Grazie alla bravura e alla pazienza di una ortofonista, Jean-Do troverà un modo per poter comunicare, ovvero battendo la palpebra sinistra prima semplicemente una o due volte per un semplice sì o no, in seguito in corrispondenza delle lettere dell'alfabeto (recitate ad alta voce dal suo interlocutore) così da formare parole, frasi e arrivare perfino alla pubblicazione di un libro, Lo scafandro e la farfalla pochi giorni prima della sua morte.

Due i protagonisi assoluti del film, ancor prima del regista e dello sceneggiatore. Il primo è l'attore Mathieu Amalric, tanto vitale nei flahback e nelle sequenze immaginifiche quanto immobile e inespressivo (se non, ovviamente, per l'occhio sinistro) per il resto del film, la sua è una performance non troppo dissimile da quella di Javier Bardem di Mare dentro (film che inevitabilmente forza un paragone con l'opera di Schnabel) e altrettanto potente. Il secondo è invece il direttore della fotografia Janusz Kaminski, anch'egli collaboratore abituale di Spielberg nonché premio Oscar per Salvate il soldato Ryan, che riesce a fare dei veri e propri miracoli nel riuscire ad esprimere con originalità ed efficacia la prigione opprimente in cui si trova il protagonista e con la solita maestria ed eleganza le sequenze più "naturali".

Molto ricco anche il cast di supporto che vede Max von Sydow nel ruolo del padre, di Emmanuelle Seigner come ex e madre dei figli di Jean-Dominique, la dolcissima Marie-José Croze nel ruolo dell' ortofonista e, in un brevissimo ruolo, anche Jean-Pierre Cassel, recentemente scomparso.

Movieplayer.it

4.0/5