Tutto l'amore che c'è

2000, Commedia

Recensione Tutto l'amore che c'è (2000)

La regia si adegua al tema giovanile (e giovanilistico) della trama: Rubini dirige con ritmo vivace e con sguardo appassionato, la macchina da presa scivola rapida tra i vicoli e sorvola le assolate campagne pugliesi a fotografare i suoi protagonisti.

La rivoluzione di un'estate

Profondo Sud della Puglia. Metà degli anni '70. Qualcosa comincia a muoversi nella provincia sonnacchiosa e tradizionalista. L'arrivo di tre sorelle del Nord Italia sconvolge gli equilibri mettendo a dura prova amori ed amicizie dei ragazzi del luogo. Il più piccolo tra essi, Carlo, testimone silenzioso degli eventi, è a sua volta diviso tra il bisogno impellente di crescere, conquistando la ragazza dei suoi sogni, ed il controllo di una famiglia affettuosa, ma protettiva. La "rivoluzione" nella vita del paese durerà il tempo di un'estate, l'imminente apertura di una nuova fabbrica si rivelerà solo una speculazione a scapito degli abitanti della zona ed il padre delle ragazze sarà costretto a fare ritorno in Lombardia. Alla fine, nonostante l'apparente ritorno alla normalità, niente sarà più come prima, soprattutto per il piccolo Carlo.

Sergio Rubini si dedica con passione alla regia di quello che è forse il suo film più nostalgico e personale: la vicenda è ambientata proprio a Grumo Appula, paese natale del regista, e gli attori scelti per interpretare i giovani protagonisti del film, in buona parte non professionisti, sfoggiano un marcato accento pugliese; come se tutto ciò non bastasse, ad accentuare la componente autobiografica concorre la scelta di Rubini di chiamare accanto a sé l'ex compagna Margherita Buy nel ruolo della moglie e l'amico Gérard Depardieu, conosciuto sul set di Una pura formalità, nei panni di un curioso contadino comunista. Il fascino della giovinezza percorre l'intera pellicola che si propone come un'opera estremamente scorrevole, piacevole, forse un po' ingenua, ma diretta con grazia e leggerezza. Il film non è certamente perfetto, anzi, soprattutto a livello di scrittura, soffre un po' della scelta di calcare la mano su certi stereotipi, in particolare sulla netta distinzione tra la mentalità del Nord Italia, così eversiva rispetto a quella del profondo Sud, con le tre sorelle lombarde dai nomi inusuali, belle, colte e sessualmente disinibite che vincono il confronto sulle più arretrate paesane. All'interno del gruppo di amici permane ugualmente una certa "tipizzazione" dei caratteri (il don giovanni nullafacente, l'avvocato frustrato, il comunista a tutti i costi) che impedisce un reale approfondimento psicologico dei personaggi e riduce molti di essi a semplici macchiette. Alla fine tutto ciò che accade è piuttosto prevedibile e non vi sono grandi sorprese in una trama che, nonostante ciò, appare scorrevole e godibilissima, in particolar modo risulta vincente la scelta del punto di vista focalizzato sul giovane Carlo, che si ritaglia il ruolo di protagonista - testimone e che alla fine riserva il colpo di scena più interessante col quale la pellicola si conclude.

La regia si adegua al tema giovanile (e giovanilistico) della trama: Rubini dirige con ritmo vivace e con sguardo appassionato, la macchina da presa scivola rapida tra i vicoli e sorvola le assolate campagne pugliesi a fotografare i suoi protagonisti, in alcuni punti lo stile azzarda verso la sperimentazione perdendo, però, in fluidità e compattezza, come nei montaggi alternati eccessivamente enfatici durante il concerto rock o nella scelta dei rallenti sui volti degli anziani del paese durante la ribellione dei "voltagiacchetta", scene che risultano isolate in un contesto stilistico tutto sommato più tradizionale. Eccezionale la scelta dei brani che vanno a comporre la colonna sonora: si passa infatti dal Santana di Samba Pa Ti ai King Crimson ed ai Blood Sweet & Tears. Tra gli attori si distingue una grandissima Teresa Saponangelo, ingenua e passionale ragazza del Sud che si impone con forza e sensualità sullo schermo, per nulla convincente, invece, il cameo di Depardieu che è completamente avulso dalla vicenda e sembra tutto fuorché un vecchio contadino pugliese.

Peccato anche per la critica, accennata troppo rapidamente e poi abbandonata, al sistema economico meridionale, alla corruzione ed alla disoccupazione che dominano nel Mezzogiorno: la vicenda della fabbrica che, una volta ultimata, non verrà mai fatta funzionare, funge esclusivamente da sfondo al romanzo di formazione privato, senza alcun ulteriore approfondimento nonostante la gravità del tema toccato. Rubini, in questo caso, preferisce lasciare esclusivamente sullo sfondo il contesto politico, affidando il proprio amaro commento alle immagini di una manifestazione operaia fallita e di una bandiera rossa trascinata stancamente su un cavallo.

Recensione Tutto l'amore che c'è (2000)
Valentina D'Amico
Redattore
3.0 3.0
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