Mean Creek

2004, Drammatico

Recensione Mean Creek (2004)

Un ottimo esordio, questo dello statunitense Jacob Aaron Estes, che tratta con taglio realistico e senza compiacimenti un tema inflazionato, e a forte rischio retorica, come quello dell'adolescenza e del bullismo.

La diversità, la natura umana e la fine dell'innocenza

Capita a volte che, nel desolante panorama delle uscite estive del Bel Paese, qualche distributore vada a recuperare, e a far uscire quasi in sordina, un titolo valido, coraggioso, di spessore. E' il caso di questo Mean Creek, sorprendente esordio nel lungometraggio del regista Jacob Aaron Estes, e già vincitore del premio speciale "Humanitas Prize" al Sundance Film Festival, del premio "John Cassavetes" e di un riconoscimento speciale per gli attori agli Independent Spirit Awards, e del premio per il miglior debutto alla regia allo Stockholm Film Festival. Il coraggio del giovane regista statunitense (classe '73) sta nell'aver saputo affrontare un tema inflazionato, e ad alto rischio retorica, come quello dell'adolescenza e del bullismo, con un registro aspro, realistico, privo di compiacimento, non facendo mancare tuttavia momenti di poesia e di notevole empatia per i suoi personaggi.

La trama è semplice: un gruppo di adolescenti come tanti nella sonnolenta provincia statunitense, un outsider più grande, che sfoga la sua frustrazione con la violenza, il progetto di vendetta più crudele dell'offesa, e poi la conoscenza, la comprensione, il ripensamento. E infine lo spirito del "branco" che, nonostante tutto, ha la meglio, la tragedia, e la necessità, improvvisa e impellente, di crescere prima del tempo; sacrificando anche l'amicizia, se necessario. La regia di Estes, come detto, sceglie un tono realistico, e niente affatto elegiaco, per una storia caratterizzata da una sotterranea tensione, sempre avvertibile, che fa in qualche modo presagire il dramma imminente: non c'è compiacimento, ma neanche facili moralismi, nella descrizione dei personaggi, precisa e credibile (merito di uno script calibrato e ottimamente costruito); piuttosto, quello che troviamo è uno sguardo carico di comprensione, che non giudica ma analizza, cercando di comprendere, di restituire sullo schermo le dinamiche della comunicazione in un'età in cui questa viene influenzata, e in qualche modo falsata, dai più molteplici fattori esterni. Tutto ciò è reso possibile dall'insistenza del regista sui primi piani dei protagonisti, sulla continua ricerca dei particolari che facciano cogliere lo stato d'animo, la "formazione" in corso (pur nella tragedia) dei cinque ragazzi: scelta agevolata anche dalla notevole fattura delle interpretazioni, tutte credibili, tutte perfettamente integrate con i rispettivi personaggi e con l'atmosfera del film. E riuscito è anche il tentativo del regista di penetrare nel solitario mondo del giovane George, un mondo fatto di videocamere, di pezzi hip-hop suonati in solitudine, di tempi e modi sbagliati nei tentativi di comunicazione, di vortici di solitudine, come quello mostrato nel finale, impenetrabili per tutti tranne che per il diretto interessato.

La fotografia di taglio naturalistico accentua il carattere di realismo del film, ma ne esplicita anche i concetti di base: la lunga sequenza del viaggio in barca è esemplificativa di questo meccanismo, con la macchina da presa che indugia sulla bellezza dei paesaggi, che dovrebbero trasmettere pace ma non riescono tuttavia a placare la sotterranea tensione che vi si respira. E la duplice valenza della natura, dispensatrice di serenità ma anche selvaggia portatrice di pericoli, assurge a simbolo del dualismo sul quale si regge il film, l'istinto sociale dell'individuo contro la bestiale necessità di eliminazione del "diverso". Un dualismo che un'età come l'adolescenza non ha gli strumenti per mediare, e che può essere spinto a pendere da una parte o dall'altra da fattori casuali, spesso al di là del controllo dell'individuo. Una "redenzione" è possibile, sembra dirci il film, ma il prezzo da pagare è alto e ineludibile: l'assunzione delle responsabilità, la crescita improvvisa e la fine, prematura e definitiva, dell'innocenza e dei sogni finora sognati.

Recensione Mean Creek (2004)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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