Babel

2006, Drammatico

La babele di Iñarritu, regista in auto-esilio

Il regista messicano presenta a Roma Babel, il capitolo conclusivo della sua 'trilogia del caso e della compassione'.

Massimo Borriello

Uscirà il 27 ottobre prossimo, in oltre trecento sale, il terzo e conclusivo capitolo della "trilogia del caso e della compassione" di Alejandro González Iñárritu. Dopo Amores perros e 21 grammi - Il peso dell'anima, il regista messicano torna ad intrecciare storie e destini di esseri umani in esilio nel nuovo millennio, affidandosi ancora una volta alla brillante scrittura multilivello del suo sceneggiatore feticcio, Guillermo Arriaga. Violenza, sangue e lacrime tornano a scorrere in quattro nuove storie di disperazione, consumate in diversi angoli del mondo: Marocco, Stati Uniti, Messico e Giappone. Babel, presentato in concorso all'ultimo festival di Cannes, dove ha ottenuto il premio per la miglior regia, arriverà sui nostri schermi solo parzialmente doppiato, per volere dello stesso regista: le uniche parti doppiate saranno, infatti, quelle recitate nelle lingue inglese e francese, mentre tutto il resto (ossia la parte più consistente della pellicola) sarà sottotitolato in italiano. Durante la conferenza stampa per la presentazione del film, Iñarritu si definisce un "auto-esiliato" e spiega qual è, secondo lui, la strada da imboccare in questo triste mondo per ritrovare la speranza.

Perché ha scelto di ambientare Babel in paesi come Messico, Marocco e Giappone?

Amores perros, il mio primo film, affrontava tre storie in una prospettiva locale, quella del Messico, il mio paese, mentre 21 grammi l'ho girato in un territorio straniero, che non conoscevo. Mi sembrava giusto concludere questa trilogia con una visione più globale, che toccasse differenti culture. La ragione che mi ha portato a girare questo film deriva dalla mia esperienza di auto-esilio negli Stati Uniti e dalla presa di coscienza che i rapporti tra il terzo mondo e quello ricco sono davvero difficili: è per questo che ho scelto il Messico e il Marocco. Il Giappone, invece, penso sia uno dei paesi più misteriosi e contraddittori che io conosca, e pensavo potesse dare al film quel senso di mistero che cercavo. Non è stato facile dirigere attori non professionisti nei loro paesi d'origine. Per far comprendere un concetto erano necessarie anche tre ore, perché ogni parola aveva sfumature diverse nelle varie culture. Come cittadino del terzo mondo, ho imparato a rispettare le differenze tra gli esseri umani nel corso delle riprese.

Guardando il suo film si è colti dalla sensazione che il mondo si avvii verso un'apocalisse irreversibile. Cosa c'è di così sbagliato nel nostro mondo?

Non voglio dare messaggi attraverso i miei film. Non credo nella felicità o nella tristezza come elementi assoluti. Facendo il film ho avvertito una sensazione di dolce tristezza. Il mondo sta perdendo le sfumature grigie e oggi non si fa altro che credere che tutto sia bianco o nero. La felicità perenne è tipica del modo di pensare delle culture occidentali. Credo, invece, che la vita sia una combinazione di più elementi. Babel è il mio film più speranzoso e, per così dire, allegro; è un film sulla compassione, che credo sia l'unico modo per raggiungere e superare la linea di confine che è dentro di noi. La compassione è andata totalmente persa nel nostro mondo, un mondo in cui non si è più in grado di giudicare l'altro in modo corretto.

In Babel la religione, che pure è così importante nei paesi dove lei ha girato, sembra non esistere. Perché questa scelta?

Il mio è un film terreno, i temi sono molto primitivi, indipendenti da qualunque religione o cultura. Volevo fare un film sugli esseri umani, non sulle guerre tra le religioni o le culture. La religione crea delle linee di confine dentro di noi, polarizza, sottolinea le differenze: a me non interessava tutto questo. Il mio è un film su quello che ci divide, ma soprattutto su quello che ci unisce e fa di noi degli esseri umani. Se alla fine del film lo spettatore esce dalla sala dimenticandosi di aver visto sullo schermo messicani, marocchini o giapponesi, ma con il ricordo vivo di aver visto degli esseri umani, avrò raggiunto il mio scopo. Ho voluto esplorare ciò che unisce le persone. E ciò che ci unisce è la sofferenza, non la felicità. Questo cozza con quanto affermava Tolstoj in Anna Karenina, ma sono convinto che quando scriveva certe cose Tolstoj non ci stesse con la testa. Nel mio film sono la miseria e l'empatia ad unire i personaggi. Babel è un film sull'incapacità di amare e di trasmettere amore.

Cosa pensa dell'integralismo musulmano?

Dalla mia esperienza nei paesi musulmani posso dire di non aver mai visto nulla del genere, fanatici o integralisti, ma solo un popolo generoso, totalmente spirituale. Se c'è una fazione radicale non significa che tutta una cultura condivida le stesse idee. E le pecore nere ci sono un po' dappertutto, in qualunque cultura. Quando ho girato a Memphis, per esempio, mi sono imbattuto in sette cristiane totalmente chiuse, razziste e pericolose.

Ancora una volta nel suo cinema ritorna l'idea che siamo tutti connessi gli uni agli altri.

In Amores perros c'erano tre storie che si incontravano in un unico punto, in 21 grammi c'era una sola storia narrata da tre differenti punti di vista, ma i personaggi erano fisicamente uniti. In Babel, invece, ci sono quattro storie diverse e i personaggi non si incontrano mai fisicamente, ma ciò nonostante sono tra loro strettamente legati a livello emotivo. Credo che sia tutto connesso, che quando una farfalla si alza in volo a Tokyo ci sarà un uragano a New York. Sono convinto che siamo realmente collegati l'uno con l'altro.

I cattivi in Babel sembrano essere in primo luogo i poliziotti.

Volevo un ritratto della polizia che fosse una critica alle istituzioni. Per me le forze di polizia sono elementi di repressione, utilizzati spesso per costringere persone innocenti a dire cose che non sono vere. Io stesso mi ritrovo a vivere queste ingiustizie perché conosco bene certe realtà e perché ogni sei mesi devo rinnovare il mio permesso di soggiorno negli Stati Uniti.

Il suo può essere considerato un film politico? Babel non è un film sulla politica dei politici, ma sulla politica umana, dell'intimo, sulle barriere che ci sono tra due coniugi, tra padri e figli, ma è sicuramente implicito un ritratto di quello che accade nel mondo da un punto di vista politico e sociale. Spesso le accuse degli Stati Uniti sono vere: pensiamo ai prigionieri rinchiusi a Cuba con accuse campate in aria o alla guerra preventiva per quelle armi di distruzione di massa mai trovate. Le vittime delle ingiustizie sono spesso e prima di tutto i bambini, come quelli che continuano a morire in Afghanistan.

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