Il bosco fuori

2006, Horror

L'Horror dentro: intervista a Gabriele Albanesi

Un incontro con l'autore dell'apprezzatissimo Il bosco fuori, occasione per riflettere sul passato e sul futuro (si spera) del cinema di genere.

Vincenzo Carlini

L'uscita in DVD del chiacchieratissimo esordio alla regia di Gabriele Albanesi è l'inevitabile spunto per riflettere sull'attuale momento dell'Horror. Lo abbiamo fatto insieme all'autore di Il bosco fuori. In un'intervista che è anche uno sguardo a tutto tondo sul passato e sul futuro (si spera) del cinema di genere.

Ne Il bosco fuori sono decisamente scoperti i riferimenti a Wes Craven, Tobe Hooper, Mario Bava, Dario Argento e Alfred Hitchcock: semplice citazionismo o volontà di attualizzare in qualche modo il passato?

Gabriele Albanesi: Come opera prima, quello che mi interessava era lavorare su qualcosa di preesistente. Ne Il bosco fuori, la trama non è importante, o perlomeno non è importante l'originalità della trama. Volevo fare un film di genere puro, e lavorare all'interno delle sue regole, attuando solo lievi forzature di stile. I miei modelli, in questa operazione, erano film come Killing Zoe di Roger Avary o Rapina a mano armata di Stanley Kubrick: ovvero camuffare un discorso d'autore, che inevitabilmente c'è, dietro la facciata da film di serie B. Anche i primi Horror di David Cronenberg sono così. In tutto questo il citazionismo è inevitabile, perché si tratta di un film manierista, che rilegge il passato e che si inscrive nella scia del cinema teorico e citazionista di Sergio Leone, Dario Argento e Quentin Tarantino. Ma il cinema di genere tutto è per forza di cose un cinema manierista, dove cioè non conta l'originalità della storia (che è sempre la stessa), ma la ricerca espressiva e stilistica che vi si nasconde dietro, spesso rielaborando o esasperando sequenze di film precedenti che vengono campionati, insomma quello che Hitchcock chiamerebbe il "film puro".

Com'è stato lavorare con uno dei numi tutelari dell'Horror italiano come Sergio Stivaletti?

Un sogno che si è realizzato, qualcosa di talmente distante dalla nostra quotidianità di allora che ancora oggi stento a credere che sia accaduto. Evidentemente c'era nell'aria una particolare energia, come una magica alchimia, che ha fatto sì che Sergio rimanesse colpito dal progetto decidendo di abbracciarlo in toto, non solo curandone gli effetti speciali in prima persona ma anche come produttore associato. E sul set, la sua enorme modestia e la sua totale devozione al lavoro, l'assoluta pazienza con la quale silenziosamente lavorava ai trucchi aspettando il momento buono per girare, lui che a tutti gli effetti è un Maestro, mi hanno colpito come poche altre cose nella vita. Quello espresso da Sergio nei nostri confronti è stato un grande esempio di vita, prima che di mestiere.

Secondo te in quale misura la riuscita nel trucco e negli effetti speciali può paradossalmente far dimenticare la bontà delle scelte registiche?

Non credo che ciò possa accadere, perché generalmente anche la gestione degli effetti speciali dovrebbe rientrare all'interno di una visione generale che è quella delle scelte registiche. Se un effetto speciale è buono e impressiona, lo sono anche la sua messa in scena e concezione registica. Del resto la regia di un film non è altro che la gestione di quelli che sono tutti gli elementi filmici, dalla musica alla fotografia, dalle inquadrature al montaggio del suono, dalla recitazione fino anche all'uso degli effetti speciali. Un film come Il bosco fuori, poi, non abusa mai di particolari effetti, che rimangono sempre inscritti all'interno di una visione artigianale, pre-digitale, del cinema.

Enrico Silvestrin, una star televisiva "prestata" al cinema horror. I volti del piccolo schermo possono contribuire secondo te (considerando anche l'esempio dei film di Alex Infascelli, Michele Soavi e Eros Puglielli) a rivitalizzare un genere che in Italia non sembra vivere un momento favorevole?

Quello di Enrico è stato un divertito cameo che lui stesso ha voluto fare, spinto credo da una simpatia reciproca legata alla comune frequentazione dei fratelli Manetti (Antonio Manetti e Marco Manetti: NdR). Sia lui che Elisabetta Rocchetti, l'altra guest-star del film, sono stati usati proprio giocando sulla loro "celebrità" acquisita con i film precedenti: ovvero presentare questa coppia di attori abbastanza conosciuti e trucidarli dopo soli dieci minuti di film, facendoli inaspettatamente sparire di scena. L'idea era un po' quella del prologo di Scream, con Drew Barrymore assassinata a sorpresa. Rispondendo alla domanda, non credo che la ricetta per rivitalizzare il cinema italiano passi attraverso lo sfruttamento dei volti del piccolo schermo, se non riplasmandoli e riadattandoli a contesti nuovi attraverso un forte lavoro di "restyling" e di sradicamento di quelle che sono le aspettative del pubblico. Se così non fosse, il cinema diventerebbe al contrario sempre più una propaggine della televisione, cosa che già è adesso, con i volti del piccolo schermo che trasmigrano e diventano "divi" del grande schermo, fidelizzando uno spettatore sempre più impigrito e refrattario a cose nuove.

Pensi che l'energia autarchica dei Manetti Bros. possa, in questo senso, permettere il sorgere in Italia di una vera e propria "factory" sul modello di quella ormai storica di Roger Corman?

Penso di essere stato il primo ad aver accostato la "scuola" dei Manetti alla factory di Roger Corman, anche se chiaramente a livello di numeri e di sistematizzazione produttiva siamo ancora ben distanti. Ma la prassi e lo spirito sono analoghi. I Manetti sanno circondarsi di buoni allievi e hanno la passione per trasmettere loro la capacità di girare velocemente, con tempi serrati, andando al fulcro delle cose essenziali, e soprattutto insegnando il giusto atteggiamento con il quale approcciarsi al cinema di genere. C'è stato un periodo, tra il 2005 e il 2006, in cui la cantina dei Manetti sembrava veramente la vecchia factory di Roger Corman: loro avevano appena terminato Piano 17, sullo stesso computer io stavo montando Il bosco Fuori, il montatore de Il bosco fuori e aiuto regista di Piano 17, ovvero Alessandro Marinelli, stava per girare il suo corto Corsa sporca, il tutto con lo spirito dell'amicizia, delle collaborazioni reciproche, della passione unita a una sorprendente felicità e leggerezza produttiva. Quasi un'officina, dove si finiva un film e se ne creava un altro, tutto basato sullo spirito del gruppo. Purtroppo oggi questa cosa un po' si è persa, ma i Manetti rimangono comunque delle vere figure alla Corman, ovvero degli artigiani pragmatici da cui imparare tantissimo. Loro sono stati i miei padrini cinematografici, il mio debito con loro è fortissimo.

Una delle rivelazioni del film è Fabiano Malantrucco il piccolo interprete di Giulio. Come si gestisce sul set un bimbo costretto per ragioni di copione a "degustare" un braccio umano? E quali sono i parametri che hai seguito per assegnare il ruolo?

Fabiano è stato scelto, come quasi tutti gli altri attori, effettuando dei provini. Abbiamo contattato delle agenzie di baby-casting che ci hanno mostrato diversi bambini, tra i quali abbiamo scelto Fabiano, che tra l'altro era uno dei più piccoli d'età. Inizialmente la sua giovane età (sette anni) un po' ci preoccupava, proprio per discorsi di gestibilità sul set, ma poi ci siamo resi conto che non esisteva alcun problema, perché Fabiano era spontanemente in parte e riusciva ad esprimere sempre l'espressione giusta al momento giusto. Non so come ciò sia stato possibile, anche perché non credo che Fabiano capisse realmente il senso di quello che stava facendo, eppure i suoi movimenti e i suoi sguardi erano sempre azzeccatissimi a seconda delle situazioni richieste. Ciò è dovuto probabilmente all'estremo intuito dei bambini, che sono forse gli attori migliori e più spontanei, come del resto già avevo avuto modo di apprendere nel mio corto L'armadio con il bravissimo bambino Giorgio Busi, che all'epoca aveva anche lui sette anni.

Quali sono i registi, italiani e stranieri, delle ultime generazioni che ti hanno maggiormente impressionato? E cosa pensi di Saw - L'enigmista e Hostel, le due saghe di punta nell'Horror degli ultimi anni?

Ovviamente Tarantino, la cui importanza è equivalente a quella di Hitchcock negli anni Sessanta: ovvero nessuno può dire di non essere stato influenzato da lui e al tempo stesso pensare di essere creduto. Successivamente, amo molto il suo ex miglior amico Roger Avary, la cui visione severa ed estremamente morale è stata di grande importanza per Il bosco fuori, e poi nominerei il grande M. Night Shyamalan, Paul Thomas Anderson, Sofia Coppola, Robert Rodriguez, sempre tra le ultime generazioni. In Italia il più bravo è Michele Soavi, l'unico che è riuscito a realizzare un film di genere complesso e maturo come Arrivederci amore, ciao che vanta anche grandi sequenze di cinema. Riguardo il nuovo Horror americano, è sicuramente importante che si stia finalmente assistendo a un ricambio generazionale di Horror-directors, mentre per tutti gli anni Novanta c'è stato praticamente il vuoto più totale. Adesso invece esiste una nuova scena di autori indipendenti che coraggiosamente tentano di riportare l'Horror alle sue radici eversive e ribelli, ripristinando il low-budget e l'efferatezza dei primi anni Settanta, quando il cinema Horror faceva male sul serio e rifletteva le paure della società. Insomma, autori come Eli Roth, Rob Zombie e Alexandre Aja sono finalmente una boccata di aria nuova. Apprezzo abbastanza la saga di Hostel, perché sinceramente grezza e malsanamente cinefila (soprattutto Hostel: Part II), che non ricerca la bella immagine e al tempo stesso che sfoggia un grande rigore della stessa. Mentre disprezzo profondamente quella dei vari Saw - L'enigmista, che sono solo un esercizio di pessimo videoclippaggio, senza alcuna credibilità psicologica o narrativa, senza alcun reale discorso che non sia vuota fighetteria da studente di cinema.

Puoi accennarci qualcosa sui tuoi prossimi progetti?

Ho tre film pronti già completamente scritti, due dei quali elaborati nel periodo precedente l'inizio delle riprese de Il bosco fuori. Uno è un Horror rurale ispirato a Eraldo Baldini, mentre gli altri due sono delle mie sceneggiature originali. La prima che vedrà la luce sarà probabilmente quella che porta l'enigmatico titolo di "Nelle fauci di Ubaldo Terzani", un film totalmente folle ma al tempo stesso quasi antitetico rispetto a Il bosco fuori... Anche se altrettanto feroce, delirante e sanamente sovversivo.

L'Horror dentro: intervista a Gabriele Albanesi
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