Il silenzio degli innocenti

1991, Thriller

Recensione Il silenzio degli innocenti (1991)

Il film a cui siamo di fronte è entrato nella storia del genere thriller per varie ragioni, prima fra tutte il prestigioso "riconoscimento" tributato dall'Academy.

Il 'piatto forte' di un thriller

Il film a cui siamo di fronte è da tempo entrato nella storia del genere thriller, per varie ragioni. Innanzitutto, si tratta della prima pellicola di questo genere ad essere stata premiata dall'austera Academy Awards, con ben cinque statuette (film, regia, sceneggiatura non originale, attore e attrice protagonisti): un vero e proprio trionfo, indiscutibile quanto inaspettato, per una pellicola cupa, violenta, che tocca temi come l'omicidio, la violenza compulsiva e il cannibalismo, fino ad allora considerati tabù dai giurati dell'Academy. In secondo luogo, questo film ha avuto il merito di rivitalizzare il genere, dando il via, negli anni '90, ad una serie di pellicole sempre più cupe, che hanno scavato a fondo in menti perverse, riuscendo, nei casi più felici, a trasmettere allo spettatore un disagio che non si interrompeva con la fine del film; pellicole che, in qualche modo, hanno negato la natura catartica propria del genere. Infine, il film ha creato un'icona, una nuova figura di criminale che a tutt'oggi non smette di esercitare la sua attrazione sugli spettatori di mezzo mondo: Hannibal Lecter (che in realtà aveva già fatto un'apparizione nel bel thriller Manhunter - Frammenti di un omicidio di Michael Mann, di cui è uscito da poco un remake ad opera di Brett Ratner), psichiatra di successo, uomo colto dai modi raffinati, folle cannibale e mente dedita al male, è diventato uno dei "mostri" cinematografici di maggior successo della storia del cinema, alla pari con l'indimenticabile Norman Bates di Psycho: e, parimenti ad Anthony Perkins, protagonista del capolavoro hitchcockiano, Anthony Hopkins ha trovato con il personaggio di Lecter il ruolo della sua carriera, finendo per essere spesso identificato con l'affascinante cannibale creato dalla fantasia dello scrittore Thomas Harris.
Il film vive e si nutre della dualità tra i due protagonisti, di un singolare incontro-scontro che finirà per aiutare, in maniera diversa, entrambi. Clarice è decisa, determinata, vive il suo lavoro come una missione e, anche se non lo dice, reputa la sofferenza parte integrante di esso: esemplificativa a questo proposito è la sequenza iniziale dell'addestramento della ragazza nei boschi, con la smorfia della fatica dipinta sul suo volto, la nebbia che copre tutto, la musica cupa e quei segnali appesi ad un albero che parlano chiaro: "Hurt", "Agony", "Pain", "Love-it" e, più scuro e sfocato, "Pride". E, sotto la maschera di impassibilità mostrata dalla ragazza c'è effettivamente tutto questo, ci sono il dolore, il tormento e la sofferenza; c'è l'indiscutibile amore per il proprio lavoro, che è la spinta principale per superare le diverse avversità a cui la giovane si trova di fronte; c'è l'orgoglio, appena visibile, volutamente nascosto ma ben presente e sempre operante nelle sue azioni. Tutto questo verrà portato alla luce, e in pochi minuti, nel suo primo incontro con il dottor Hannibal Lecter. Quando Lecter definisce Clarice "una campagnola ripulita con poco gusto", la ragazza è chiaramente ferita, ma questo non la fa desistere, non le impedisce di tornare a interrogare lo psichiatra: forse perché sa che dietro alla provocazione di Lecter c'è più verità di quanto non le piaccia ammettere, o forse perché ha visto qualcosa in quegli inquietanti occhi scrutatori: qualcosa che, a un livello inconscio, lei crede possa aiutarla, e possa al contempo essere utile alla cattura di Buffalo Bill. Così, incontro dopo incontro, Clarice finisce per rivelare allo psichiatra particolari della sua vita privata che probabilmente non ha mai confidato a nessuno; è costretta quindi a guardare dentro sé stessa e a mettersi in gioco, a mettere a nudo le ragioni del suo stesso agire per poter raggiungere il suo scopo. Il quid pro quo imposto da Lecter ci fa vedere ciò che si cela dietro la facciata di impassibilità della ragazza; veniamo a sapere della morte di suo padre, punto di riferimento fondamentale nella sua infanzia, veniamo a conoscenza dell'episodio del massacro degli agnelli, e del terribile shock che ne è conseguito; comprendiamo la dura battaglia combattuta da Clarice per entrare nell'FBI, per allontanarsi da un microcosmo senza speranza, vediamo lo scontro con i pregiudizi che hanno reso a lei, donna e per di più proveniente dalla provincia, la strada ancora più in salita degli altri. Capiamo che la ragazza sta dando la caccia al maniaco Buffalo Bill non per pura ambizione, non per un semplice riconoscimento da parte di istituzioni rozzamente discriminatorie: la sua ragione principale è quella di far tacere, almeno per un po', il grido straziante di quegli agnelli mandati al macello, e di poter pensare che suo padre, modello sempre presente nella sua mente, sarebbe andato fiero del suo operato. Lecter è da subito attratto dalla personalità di Clarice, è colpito dalla sua intelligenza, dalla sua tenacia, dal suo non fermarsi di fronte agli ostacoli; intuisce il travaglio affrontato dalla ragazza, la provoca, ne testa le reazioni e infine decide di aiutarla. Il singolare rapporto tra i due si svilupperà di incontro in incontro, fino a quello sfiorarsi finale nella cella di Menphis, con tutta la carica di ambiguità che esso porta con sé; due mondi apparentemente incompatibili sono venuti a contatto, in un modo impensato e inquietante. Lecter è il male personificato, ma persino questa definizione appare riduttiva per lui; come dice Clarice ad una sua compagna, "non esiste un termine per definirlo". E' sostanzialmente differente da qualsiasi altra figura di psicopatico che il cinema ci ha offerto: per tornare ad un (ovvio) paragone con l'esempio più famoso, il Norman Bates di Psycho, la differenza con quest'ultimo è lampante: Hannibal Lecter non ci appare mai afflitto da turbe mentali, non vediamo in lui traccia della fragilità e dell'instabilità che contraddistingueva il personaggio portato sullo schermo da Hitchcock. Quando guardiamo nei suoi occhi, non vediamo mai reale follia; ma piuttosto, una logica diversa, incomprensibile, aliena. Nel mediocre sequel del libro che ha dato origine a questo film, Thomas Harris suggerisce una natura demoniaca per il suo personaggio; noi non possiamo dire se questa interpretazione sia corretta, ma possiamo affermare con certezza di trovarci di fronte ad un essere oscuro, indecifrabile oltre ogni possibilità, le cui azioni rispondono ad una logica che travalica i concetti di bene e male così come noi li conosciamo. Un essere che fa dell'intelligenza la sua arma principale, che conosce a fondo la mente e l'operato umani (forse proprio perché in un certo senso "alieno" ad essi), e che sa come sfruttarli a suo vantaggio. Un essere che però non è estraneo a una qualche empatia verso determinate tipologie di persone, e ne è un esempio la stessa Clarice. A un livello superficiale, ne siamo attratti perché è una figura di criminale intellettuale, che da una "giustificazione" culturale al male che rappresenta; andando più a fondo, ci affascinano quegli occhi alieni, quell'inquietante sguardo scrutatore, quell'assenza del concetto di morale così come viene comunemente inteso. L'approfondimento del personaggio di Lecter, e la grande presa che questo esercita sullo spettatore, finisce per far passare in secondo piano la figura dell'altro psicopatico, ovvero Buffalo Bill. Fatto piuttosto insolito per un thriller, alla figura dell'assassino non siamo poi interessati più di tanto. E qui risiede la principale differenza tra il film e il romanzo di Thomas Harris: mentre nel secondo veniva compiuta una reale analisi della personalità di Buffalo Bill, venivano esaminate a fondo le sue motivazioni e le origini della sua paranoia omicida, mentre Harris ci forniva cioè un quadro a tutto tondo del suo killer, qui Jonathan Demme sceglie volutamente di sfrondare quest'aspetto, fornendo rapidi cenni sulla personalità dell'assassino e sulle origini delle sue pulsioni, e più per necessità narrative che per altro. Questa scelta può essere letta da un duplice punto di vista: da una parte c'è la limitatezza del mezzo a disposizione, che non permette, in un film di due ore, di soffermarsi troppo su aspetti non direttamente funzionali all'intreccio (senza contare i rischi, in termini di presa sullo spettatore, di uno sguardo eccessivamente polimorfo); dall'altra c'è la deliberata scelta di far apparire quasi banale la follia di Buffalo Bill, un insieme di pulsioni miserevoli e degne di scarsa considerazione, se non di compassione; specie se confrontate alla spietata intelligenza, alla lucida, inquietante consapevolezza messa in mostra da Hannibal Lecter. E questa scelta si riflette anche nell'impatto estetico di alcune sequenze: quelle ambientate nella casa di Buffalo Bill hanno un look volutamente lustro, patinato, sottolineato dalla musica pop anni '80 che vi fa da commento; nei sotterranei del manicomio criminale di Baltimora, "casa" di Lecter, quello che vediamo è invece un livido inferno.
Questo film si regge soprattutto sulla validità dell'idea di base, mutuata dal romanzo di Thomas Harris e trasformata in un'ottima sceneggiatura da Ted Tally, e sull'incredibile bravura dei suoi due intepreti. Certo, la regia di Demme sottolinea sapientemente i momenti di maggiore coinvolgimento emotivo, e il suo sguardo ci fa penetrare a fondo nell'universo in cui si muovono Lecter e Clarice, rendendocelo del tutto credibile; ma a restare impresse nella memoria dello spettatore sono soprattutto le splendide sequenze dei dialoghi tra i due protagonisti, l'incredibile climax emotivo che vi si respira, la magnetica presa che esercitano, merito soprattutto di due prove di recitazione straordinarie, tali da dar vita a "duetti" recitativi di altissimo livello. Uno dei rari casi, quindi, in un thriller, in cui la regia (come ogni altro componente, compresa la colonna sonora e la fotografia di Tak Fujimoto, mutevole, come si diceva sopra, a seconda delle sequenze) è di fatto assoggettata al dipanarsi della sceneggiatura, oltre che alla debordante bravura degli attori. I quali hanno preso nel frattempo strade diverse: così, mentre Hopkins è tornato per ben due volte al ruolo che gli ha dato il successo (nel sequel Hannibal diretto da Ridley Scott e in Red Dragon, il remake di Manhunter a cui si accennava sopra), Jodie Foster ha categoricamente (e intelligentemente, dato il materiale a disposizione) rifiutato di tornare a vestire i panni dell'agente Clarice Starling nel suddetto sequel, lasciando così personaggio e film ancora più in balia dell'inconsistenza della trama trattata. Ma questa, si sa, è Hollywood, con tutte le sue contraddizioni e le sue logiche che a volte si scontrano con il concetto stesso di arte. Concetto che però bisogna imparare a riconoscere, quando c'è, anche nel cinema prodotto da quelle parti: il film appena trattato ne è indubbiamente un ottimo esempio.

Recensione Il silenzio degli innocenti (1991)
Marco Minniti
Redattore
4.0 4.0
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