Il cameraman

1928, Comico

Recensione Il cameraman (1928)

La fama de Il cameraman ha seguito le alterne fortune del suo mattatore, Buster Keaton che, con il sonoro cominciò a perdere importanza tanto da esser via via dimenticato.

Guido Luciani

Il metacinema e il nostalgico saluto di un genio (del) muto

Il cameraman è sicuramente un capolavoro sottovalutato del cinema di tutti i tempi per il suo splendido discorso metacinematografico, per le sue gag indimenticabili ma soprattutto per Buster Keaton. Entra nella storia per essere il primo film di Keaton prodotto dalla MGM e basato su una sceneggiatura, scelta imposta proprio dalla potente casa di produzione. È inoltre l'ultimo film in cui Keaton potrà recitare da sé le proprie gag; a partire dal film successivo, infatti, fu costretto ad utilizzare una controfigura, la più grande umiliazione per il comico.

La fama di questo film ha seguito le alterne fortune del suo mattatore che, con il sonoro cominciò a perdere importanza tanto da esser via via dimenticato. La sua ironia, spesso intrisa di dolce tristezza, cominciò a non esser più compresa da critici e spettatori e questo discorso vale anche per Il cameraman, da molti considerato la summa della poetica keatoniana. Keaton è sempre stato considerato un gradino sotto rispetto a Charlie Chaplin, capace, molto più di lui, di reinventarsi anche nel periodo del sonoro.
Il cameramanè un film molto affascinante. Probabilmente 'affascinante' non è l'aggettivo che ci si aspetta parlando di un film come questo ma forse è l'aggettivo più calzante.
Questo fascino è innanzitutto legato al profondo discorso metacinematografico in esso presente. Si parla di cinema dentro il cinema con continui e spesso impliciti riferimenti a registi ed autori. E questo discorso si snoda attraverso la storia dell'ascesa al successo di un povero cineoperatore, coinvolto in quel mondo per amore; per amore di una donna e per l'amore del cinema. Il povero cineoperatore, però, dovrà in parte compromettere il proprio amore per riuscire a sfondare.
Da qui si diparte un discorso, non solo metacinematografico ma soprattutto anticinematografico che segnerà tutto il film, in particolare il finale. L'immagine che ne vien fuori è quella di un cinema tiranno, un cinema che assoggetta i più grandi artisti e i più grandi geni per renderli poi schiavi delle logiche commerciali. È un cinema che atrofizza il genio e la creatività trascinando gli autori alla standardizzazione e alla banalità, sia nelle tecniche di ripresa che nei contenuti.
Per certi versi è proprio in questo che risiede il fascino di questa pellicola. È una sorta di ribellione, fatta in tempi non sospetti anche se dai toni forse troppo sarcastici e dimessi, nei confronti della massificazione dell'arte, della sua corruzione in nome del mercato.
Non è neanche da sottovalutare l'attrattiva straordinaria delle gag e dei numeri di Buster Keaton. Il contenuto di ogni sequenza è quasi sempre squisitamente paradossale ed estremo.
Tuttavia, il carisma più forte ed evidente sullo spettatore è sicuramente quello di Buster Keaton, attore impossibile da decifrare e, forse anche per questo, molto affascinante. Keaton dona al suo personaggio una complessità notevole e, insieme ad essa, la sua unicità nel tempo e nello spazio. Ciò che più colpisce e incuriosisce del personaggio è forse il suo essere altro, alieno ed alienato. È un personaggio che, con la sua immutabile espressione, risulta sempre fuori posto, ovunque lo si metta. Con la sua ingenuità, la sua candida purezza fa sorridere e commuovere insieme. Buster Keaton infonde tenerezza ad ogni sguardo tanto che non si può non tifare per lui. Le sue cadute inumane non fanno male; un tempo provocavano il riso, oggi non possono che suscitare un'ammirazione illimitata per il talento atletico e l'arguzia delle gag. Il romanticismo di Chaplin è tragico, in Keaton è lirico e ingenuo.

Il finale beffardo è quanto di più triste si sia mai visto al cinema. Costituisce forse l'ammissione e per certi versi l'anticipazione del fatale declino di Buster Keaton sia come artista che come uomo. Buster il cineoperatore si legherà alla casa di produzione che lo vuole privare della fantasia così come, allo stesso modo, ha fatto Buster artista, proprio per girare questo film, legandosi alla MGM. Il discorso autobiografico, implicito ma evidente all'interno del film, è, in realtà, una beffa rivolta a sé stesso e alla propria scelta di scendere a compromessi.
Grande prova di Buster Keaton, sfortunato interprete e fautore di un cinema che non esiste più e che probabilmente mai più esisterà; la sua ingenuità, la sua 'faccia di pietra', la sua straordinaria sensibilità lo incoroneranno come il più incompreso e ingenuo degli artisti.

Recensione Il cameraman (1928)
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