Il medico di campagna

2016, Commedia

François Cluzet è Il medico di campagna: un dramedy fra realismo e malinconia

Un uomo e una donna impegnati a esercitare la professione medica in un tranquillo paese di montagna sono i protagonisti del film scritto e diretto da Thomas Lilti: la nostra analisi de Il medico di campagna, interpretato da François Cluzet e Marianne Denicourt e campione d'incassi in patria.

Il medico di campagna: Marianne Denicourt e François Cluzet in una scena del film

Se c'è un aspetto di cui il cinema francese, quello degli scorsi decenni ma anche il cinema contemporaneo, continua a dimostrarsi il portavoce e il più blasonato alfiere, si tratta della narrazione di stampo naturalistico: ovvero di quei film che, attraverso un approccio scrupolosamente minimalista, puntano a mettere in scena la realtà quotidiana nel suo divenire, fra piccoli avvenimenti in apparenza poco importanti e spunti da cosiddetto cinéma vérité.

Un filone estremamente ampio e con innumerevoli declinazioni (dalla loquacità analitica delle pellicole di Eric Rohmer al vitalismo sfibrante dei personaggi di Abdellatif Kechiche), al quale si può ascrivere anche Il medico di campagna, terzo lungometraggio e primo film ad arrivare in Italia del regista e sceneggiatore Thomas Lilti, reduce nel 2014 dall'ottimo responso per un'altra opera incentrata sulla professione medica, Hippocrate (da noi rimasto purtroppo inedito).

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Il medico di campagna: Marianne Denicourt in un momento del film

Il medico e l'allieva

Il medico di campagna: Marianne Denicourt e François Cluzet in un momento del film

François Cluzet, fra i volti in assoluto più amati del cinema francese degli ultimi vent'anni, interpreta il ruolo di Jean-Pierre Werner, padre divorziato la cui esistenza è votata al lavoro di medico in un piccolo paese di montagna: un microcosmo circoscritto in cui Jean-Pierre è forse la massima autorità, in virtù dell'accortezza e della premura con cui si dedica a ciascuno dei propri pazienti, giorno e notte. Quando però all'uomo viene diagnosticato un tumore, per sottoporsi alle cure necessarie deve distribuire in maniera differente il tempo e le energie a disposizione; in suo 'sostegno' arriva pertanto Nathalie Delezia (Marianne Denicourt), ex infermiera da poco laureatasi in medicina e ignara delle condizioni di salute del collega. Il dottor Werner, tuttavia, è alquanto restio a lasciare libertà di manovra all'ultima arrivata, e la loro collaborazione non nascerà sotto i migliori auspici.

Il medico di campagna: un primo piano di François Cluzet

Benché questi siano i presupposti narrativi del film, è consigliabile però non lasciarsi ingannare: chi dovesse aspettarsi una tipica commedia a base di divertenti schermaglie, una progressiva simpatia fra i personaggi e situazioni più o meno bizzarre è destinato infatti a restare deluso. Come accennato in apertura, Thomas Lilti preferisce ridurre al minimo l'azione, intesa come avvenimenti davvero drammatici o importanti, per lasciar parlare invece le sfumature, il realismo, la semplicità di una routine che consiste soprattutto nelle visite ai diversi pazienti: dall'ultranovantenne prossimo alla morte al ragazzo con disturbi psichici e la passione per la vita militare. E nei momenti più ispirati, questo approccio esercita una capacità immersiva non indifferente, facendo emergere i tratti di genuina umanità della sua coppia di protagonisti.

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Un film imperfetto sul valore della fiducia

Il medico di campagna: Marianne Denicourt in una scena del film

Il limite riscontrabile ne Il medico di campagna, dunque, non è certo l'assenza di scene madri o di eventi clamorosi, per quanto il regista conservi comunque lo spazio sufficiente per almeno un paio di sequenze di maggior presa. A non convincere appieno, in questa terza opera di Lilti, è una sorta di "insicurezza" nella messa a fuoco del film stesso: perché se il tema al cuore della pellicola è individuabile nell'importanza della fiducia verso gli altri (quella di Jean-Pierre per Nathalie) e, viceversa, nell'umiltà di saper apprendere da chi ha più esperienza, tali tematiche non risultano mai approfondite oltre un livello piuttosto superficiale, così come il rapporto - professionale e umano - fra i due comprimari talvolta fatica a decollare, e non tanto a causa dei due validi interpreti, quanto per una sceneggiatura che rinuncia in partenza a qualunque azzardo. Mentre l'epilogo, chiuso dalle note del classico Wild Is the Wind nell'emozionante cover di Nina Simone, risulta semplicistico e fin troppo frettoloso, quasi a voler accontentare a tutti i costi il proprio pubblico.

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Stefano Lo Verme
Redattore
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