Mi piace lavorare (Mobbing)

2003, Drammatico

Recensione Mi piace lavorare (Mobbing) (2003)

Un documento duro e scabro che denuncia una piaga sempre più diffusa nel mondo del lavoro: il mobbing.

Alessandra Sessa

Il diritto negato

Vincitore a Berlino nella sezione "Panorama" il film di Francesca Comencini, ultima delle quattro figlie di Luigi Comencini, è un documento di denuncia contro una piaga sempre più diffusa nell'ambito professionale: il mobbing. Il termine anglosassone, di recente adozione nel vocabolario dell'etica del lavoro, indica l'atteggiamento di persecuzione ed isolamento ai danni di un dipendente allo scopo d'indurlo all'autolicenziamento. La pratica subdola e vigliacca porta, attraverso uno stillicidio di violenze psicologiche mirate, all'esasperazione del soggetto preso di mira al fine di spingerlo ad allontanarsi spontaneamente.

Anna, separata con figlia e padre anziano a carico, compie sacrifici per far quadrare i conti a fine mese. Svolge con serietà ed impegno il lavoro di capocontabile in un'azienda fino a quando un cambio di gestione porta ad un'ottimizzazione della produzione, formula dietro cui si cela una riduzione del personale. Anna è tutelata per la sua condizione famigliare sulla carta, ma di fatto viene progressivamente discriminata da superiori e colleghi attraverso una lenta e graduale discesa di livello che la porta a svolgere incarichi sempre meno qualificati e mansioni sempre più degradanti. Lo stress psico-fisico accumulato sul lavoro interferisce con la sfera privata minando i già delicati equilibri famigliari.

Francesca Comencini, le cui esperienze precedenti provengono dal documentario, punta la lente del suo obiettivo tra le pieghe sommerse e nascoste del mondo del lavoro dando voce ad un malessere sempre più diffuso, ma mai denunciato con vigore e forza. Dietro allo sportello anti-mobbing, creato a Roma dalla Cgil, la regista raccoglie dolorose testimonianze di volti sconvolti e voci esasperate facendoli confluire in un racconto unitario. Frammenti di verità inseriti nel film raccontano storie vere di ordinaria molestia, come l'impiegata in allattamento costretta ad espellere il latte nella toilette dell'ufficio per sostenere i ritmi di produzione.
Molte di quelle persone violate hanno accettato di comparire nel film dando volti e voci al proprio bisogno di giustizia e desiderio di rivalsa. Accanto ad anonimi impiegati spicca Nicoletta Braschi, perfetta ad incarnare una donna gradualmente svuotata ed esausta. Gradualmente il sorriso scompare, lo sguardo si abbassa e il passo si fa lento. Il lavoro negato occlude la via verso la realizzazione personale, e prima ancora calpesta la dignità degradando il soggetto preso di mira dal mobbing ad elemento inutile, in esubero.
Tuttavia l'esperienza devastante di Anna non intacca il rapporto con la figlia Morgana, Camille Dugay Comencini, nei cui occhi innocenti la madre trova il motivo per reagire. Il rapporto parentale costituisce qui un'unità problematica ma inscindibile, tema a cui la famiglia Comencini è affezionata.

La scelta di percorrere una strada poco battuta dal cinema italiano (altri esempi sono Il posto dell'anima e Tornando a casa), come quella dei drammi sul posto di lavoro, è sicuramente coraggiosa ed utile.
Mi piace lavorare (Mobbing) è un film scabro e duro che rappresenta un'importante testimonianza di denuncia contro un sopruso troppo spesso taciuto, fornendo così una dose di coraggio in più per reagire e denunciare.

Recensione Mi piace lavorare (Mobbing) (2003)
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