Il diritto di uccidere: la morte arriva dal cielo

Avvincente ritratto fra diversi poteri in gioco, Il diritto di uccidere propone una perfetta miscela di dramma e commedia nera sulla guerra di oggi.

Il diritto di uccidere: la morte arriva dal cielo
Il diritto di uccidere

2015 – Thriller
3.0 3.0

La guerra combattuta nei cieli. A distanza, come in un videogame di ultima generazione dove basta premere un 'bottone' del joystick per raggiungere obbiettivi o uccidere esseri umani in carne e ossa. Eseguita sui monitor da lontano, a centinaia di chilometri, nei più reconditi luoghi del conflitto umano e secondo un semplicissimo quanto complesso calcolo delle probabilità. Perché quando l'attacco del drone teleguidato sta per compiersi, non c'è scelta che liberi da fardelli né decisione che non provochi tragici esiti.

Il diritto di uccidere: Helen Mirren in tenuta militare

Tocca quindi valutare con mano gli effetti collaterali, le procedure sia tecniche che burocratiche che legali, per mostraci il dilemma morale della guerra che verrà: che prescinde dalle ragioni dell'una o dell'altra fazione, in un continuo cambio di prospettive (la moltiplicazione dei dispositivi contemporanei) che l'avanzare della tecnologia ha reso rapidissimo.

Il diritto di uccidere: Iain Glen in una scena del film

Il colonnello inglese Katherine Powell (Helen Mirren) guida a distanza un'operazione militare contro una cellula terroristica a Nairobi, in territorio kenyano. L'occhio sul campo è un drone pilotato nel lontano Nevada dall'ufficiale Steve Watts, ma quando diventa inevitabile sferrare un attacco entrambi realizzano che anche una bambina innocente finirebbe tra le vittime. Mentre nessun politico dei piani alti, interpellato dal generale Frank Benson, vuole prendere la responsabilità delle decisione, una drammatica serie di eventi fa precipitare nel caos la situazione. Cos'è giusto o cosa conviene fare?

Lì dove pervade la morale

Il diritto di uccidere: un intenso primo piano di Aaron Paul

Thriller da camera ma al tempo stesso political-movie tra punti di vista contrapposti, quello de Il diritto di uccidere è cinema intelligente e dal piglio verista. Senza mai negarsi all'apertura di un dibattito etico, mantenendo ritmo e credibilità sul problematico fronte che attanaglia i protagonisti così come lo spettatore: quanto può valere una vita umana?
Gavin Hood non fa prediche, né deraglia da una resa narrativa sempre più ambigua e titubante, piuttosto riconfigura ogni domanda in una forma cinematografica angosciante e viscerale, pronta a sfidare qualsiasi propaganda (della war-room londinese) sulle nozioni di bene e male. Il regista di Ender's Game riesce proprio lì dove Andrew Niccol aveva fallito con il bistrattato Good Kill; se quest'ultimo sminuiva tutta la sua portata nella logica dei pro e dei contro di una crisi esistenziale all'epoca del digitale, il primo agisce invece per una meticolosa ricostruzione dei fatti che diviene massima espressione di uno scontro gerarchico fra responsabilità e coscienza personale. Assieme ad un cast d'alto rango e dentro uno scenario asimmetrico e di difficile definizione, che solo qualche anno fa sarebbe stato delegato alla mera fantascienza.

Leggi anche: La recensione di Good Kill di Andrew Niccol

Il diritto di uccidere: il compianto Alan Rickman in una scena del film
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La stanza dei bottoni

Il diritto di uccidere: una momento del film

Tutto girato per unità di luogo e di tempo, Il diritto di uccidere alterna al suo drammatico gioco dei ruoli - politico, legale, militare - una classicità antica, ben calibrata nel poco spazio di manovra e valorizzata da interpretazioni impeccabili. Dialoghi serrati, tensione altissima, con l'occhio che uccide dal cielo a tenere incollati sullo schermo dalla primissima all'ultima inquadratura. Coadiuvati nelle loro stanze del potere, Helen Mirren, Aaron Paul (Breaking Bad) e l'ultima performance del compianto Alan Rickman (che regala sprazzi di humour british), divengono così i nervi tesi e scoperti di un mondo legislativo 'invisibile' eppure responsabile della morte collaterale di altri individui.

Il diritto di uccidere: un'immagine del film di Gavin Hood

È poi attraverso l'impronta del miglior cinema tradizionale che Hood veicola argomenti più o meno scabrosi, quasi grotteschi, messi alla berlina dalla moralità: un ampio raggio di fuoco che vuol essere evocativo, fotografando inesorabilmente l'impreparazione a un futuro (ormai vera e propria zona-virtuale dell'azione) che è diventato l'oggi. Sembra un film di Sidney Lumet, per quanto quella raccontata sia una guerra moderna e dalle sospensioni infinite, come ostaggio di un via libera risolutivo che nessuno ha intenzione di autorizzare a cuor leggero. Anche laddove si è inclini a provocare il male minore (sacrificando un innocente per contribuire a salvare molte più vite), non c'è possibilità di risoluzione ma solo un lieto fine di pura utopia. Che lascia nel cuore un senso amaro e di larga ingiustizia.

Francesco Bruni
Redattore
3.0 3.0
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