BGeek 2017: A Giacomo Bevilacqua piace... tra cinecomic, fumetti e il rilancio del cinema italiano

Durante la manifestazione di Bari abbiamo incontrato il celebre fumettista romano per una chiacchierata dedicata ai supereroi e al sempre più inarrestabile sdoganamento della nona arte all'interno della cultura pop.

Sappiamo bene cosa "piace a Panda", così questa volta abbiamo trascurato il simpatico mammifero bianco e nero per soffermarci soltanto sui gusti e sulle preferenze del suo creatore Giacomo Bevilacqua. Fumettista eclettico e persona più che affabile, Bevilacqua è noto soprattutto per le strisce comiche dedicate al suo più celebre personaggio, ovvero quel Panda nato nel 2008 e da allora protagonista di micro storie capaci di ironizzare con tratto lieve sulle ansie, la precarietà e le piccole, grandi frustrazioni di un'intera generazione. Un personaggio nato nel bel mezzo di una fredda e piovosa serata di maggio quando, durante una chattata con un'amica che rivelava a Bevilacqua il suo animale preferito, in tv passava Il favoloso mondo di Amélie. L'epifania creativa scatta precisamente durante la scena in cui vengono elencate le cose che piacciono ad Amélie (ricordate la punta del cucchiaino nella crème brulée?). In quel preciso istante la matita del fumettista romano partorisce il suo alter ego: una stramba creatura dal carattere lunatico, a volte buonista, altre dispettoso e persino cattivo. Uno dei grandi meriti che va riconosciuto a Bevilacqua è quello di non essersi accomodato sul clamoroso successo di A Panda piace (nato sul Web e poi approdato su albi in edicola, fumetteria e libreria).

No, perché dopo Panda nascono fumetti più visionari come Metamorphosis e opere più intime e personali come il recente Il suono del mondo a memoria. Senza dimenticare che lo stesso A Panda piace ha dentro di sé tante anime, passando da un registro più spensierato e citazionista a uno decisamente più riflessivo. E una costante all'interno delle sue storie è certamente il cinema, tema ricorrente che invade le vignette a suon di tormentoni e personaggi iconici. In occasione della fiera BGeek di Bari, abbiamo avuto l'occasione di intervistare Bevilacqua scoprendo soprattutto il suo essere spettatore. Questa volta, però, nessuna commedia francese di mezzo. Abbiamo parlato soprattutto di cinecomic e di cinema italiano. Perdonaci, Amélie.

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Fumetto quando voglio

A proposito di cinema italiano, non è un caso che il nome di Giacomo Bevilacqua accomuni due progetti transmediali piuttosto rari per il nostro mondo dell'intrattenimento. Infatti sia Lo chiamavano Jeeg Robot che Smetto quando voglio - Masterclass sono stati accompagnati dall'uscita di due fumetti che andavano ad integrare i loro universi narrativi. Nel caso del film di Gabriele Mainetti, l'albo disegnato da Giorgio Pontrelli e sceneggiato da Roberto Recchioni fungeva da sequel alle gesta di Enzo Ceccotti (e in questo caso Bevilacqua aveva curato una delle quattro copertine variant), invece il fumetto uscito assieme all'opera seconda di Sydney Sibilia, scritta ancora una volta da Recchioni e disegnata da Bevilacqua, raccontava una storia parallela a quella messa in scena sul grande schermo. In entrambi i casi abbiamo avuto la prova che anche il cinema italiano ogni tanto sa mettere in pratica operazioni commerciali intelligenti, sensate e coerenti, capaci di alimentare una troppo pigra industria dell'intrattenimento che invece avrebbe più bisogno di esperimenti transmediali come questi. Ma cosa ne pensa un autore onnivoro come Bevilacqua? Ecco cosa ci ha risposto.

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La nostra video-intervista a Giacomo Bevilacqua

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