Fela, il mio Dio vivente, la recensione: la rivoluzione di Fela Kuti e il cinema come utopia

La recensione di Fela, il mio Dio vivente, il documentario con cui Daniele Vicari racconta il film incompiuto di Michele Avantario su Fela Kuti, musicista nigeriano e attivista politico.

Fela, il mio Dio vivente, la recensione: la rivoluzione di Fela Kuti e il cinema come utopia

Psichedelico, visionario, ipnotico e profondamente politico. Con Fela, il mio Dio vivente - come leggerete nella recensione - Daniele Vicari torna alla dimensione del documentario (dodici anni dopo La nave dolce) per esplorare ancora una volta il reale nelle sue implicazioni sociali, perché per lui il cinema è soprattutto strumento di indagine e conoscenza, prima che utopia come il film mai realizzato di Michele Avantario su Fela Kuti, musicista nigeriano, leader carismatico, capo spirituale e attivista politico, figura enigmatica e simbolo della nuova rivoluzione africana, che nel corso degli anni '70 incarnò il valore della lotta per la liberazione dall'oppressione e dalla soppressione.

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Fela, il mio Dio vivente: un'immagine del film

Da qui parte Fela, il mio Dio vivente, da un sogno irrealizzato, raccontato in ore e ore di immagini di repertorio spesso malconce, custodito tra le pagine di un diario che rivivono attraverso la voce narrante di Claudio Santamaria e sopravvissuto negli occhi di Renata Di Leone, la moglie di Michele (scomparso nel 2003) e testimone ideale, nonché produttrice del film in sala dal 21 marzo.

Storia di un film impossibile

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Fela, il mio Dio vivente: una scena

Fela, il mio Dio vivente è una strana creatura, un'opera complessa e stratificata molto più di quanto si possa immaginare: è ciò che rimane di Michele Aventario e del suo film impossibile su Fela Kuti, è una viaggio di formazione, ma è anche il racconto di una passione travolgente per il cinema, l'arte, la musica, l'Africa, un trip, un'avventura tra "le più complicate che abbia fino ad ora realizzato", a detta dello stesso regista. La suggestione arriva direttamente dall'incontro con la storia del protagonista, Michele, un giovane appassionato di musica e cultura africana, videomaker e autore televisivo che nella Roma degli anni '70 e '80 iniziava ad affacciarsi alla vita adulta: erano gli anni delle guerre, degli spari, delle bombe nelle piazze, della rivoluzione, dell'amore libero e degli stupefacenti, della voglia totalizzante di cambiare il mondo e della convinzione che ci saremmo riusciti. È in questo periodo di sperimentazioni tra cinema, tv, video ed elettronica che Michele incontra il mito di Fela Kuti, riesce a portarlo a Roma per uno degli eventi dell'Estate Romana, poi al Rolling Stones a Milano e alla fine decide di farci un film interpretato dallo stesso Fela.

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Fela, il mio Dio vivente: una foto del film

L'idea di un documentario sul "The Black President", re indiscusso dell'afrobeat che avrebbe cambiato per sempre la storia culturale e politica dell'Africa, diventa il sogno di una vita che lo porterà a inseguirlo concerto dopo concerto, esibizione dopo esibizione, tra l'Italia e la Nigeria a Lagos, dove torna diverse volte fino a diventare suo amico e discepolo. Nei suoi continui viaggi in Nigeria Aventario documenterà la vita di Kalakuta, la comune fondata da Fela negli anni '70 fino alla sua morte nel 1997 e sarà l'unico bianco a essere accolto nella famiglia di Fela con i suoi riti iniziatici, le ventisette mogli e l'attivismo che lo avrebbe portato a opporsi in tutti i modi possibili al governo nigeriano e al colonialismo occidentale. Quel film Michele non lo realizzerà mai, ma scoprirà che un altro mondo è possibile.

Tra panafricanismo, musica, visioni e spinte rivoluzionarie

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Fela, il mio Dio vivente: un'immagine

Fela, il mio Dio vivente è il racconto di quel sogno incompiuto attraverso gli appunti di Michele raccolti sotto forma di diario e le oltre venti ore di girato provenienti dal suo archivio, di cui Renata Di Leone è l'unica depositaria e custode. Video e foto a cui è affidato il compito di restituire i cambiamenti radicali che hanno caratterizzato il ventennio compreso tra gli anni '70 e '90 da un punto di vista politico, culturale e sociale tanto in Occidente quanto in Africa.Daniele Vicari riesce a raccontare in un mix equilibrato di visioni e testimonianze il destino di due uomini: da un lato Fela, la musica come atto politico e il sogno del panafricanismo, dall'altro Michele, occidentale, bianco e disposto a tutto pur di realizzare quel film, anche a volare fino in Ghana per recuperare (salvando solo 8 delle 17 ore totali) le bobine di un film girato e mai montato sulla vita di Fela, che era andato perduto durante l'incendio di Kalakuta Republic, il centro preso d'assalto nel 1977 dai soldati del governo nigeriano.

Un viaggio iniziatico dove Michele è il discepolo, Fela il suo mentore, il Babalabua, il suo "Dio vivente" (come lo definisce, smarrito e frastornato, nel giorno dei funerali davanti a una folla di due milioni di persone) e Kalakuta una finestra sul mondo. Dentro c'è di tutto: l'Africa, i suoi colori, i ritmi tribali, i mercati affollati a cielo aperto, le sue donne tarantolate, il jazz, il socialismo, la sua "vitalità annegata in un mare di problemi", la fame, la sporcizia, i sacrifici animali, i riti iniziatici per "arricchirsi di potere africano", le "notti d'amore senza confini certi" e il sogno di cambiare il mondo. C'è il ribaltamento di uno sguardo, quello rassicurante del colonialismo europeo, c'è l'immersione in un mondo altro ("Lagos era rimasta dentro di me come fosse la donna della mia vita"), c'è la madre di Fela, una delle prime femministe dell'Africa nera, scaraventata da una finestra durante l'attacco al centro di Kalakuta e c'è l'antiamericanismo (l'unica differenza tra il presidente americano "che pronunciava spesso la parola democracy e il dittatore in carica in Nigeria" era che il primo "non indossava un'uniforme militare"). C'è la sete di comprendere, lottare, cambiare. E c'è tutto quello che non è stato.

Conclusioni

Con Fela, il mio Dio vivente Daniele Vicari torna al documentario dodici anni dopo La nave dolce per esplorare ancora una volta storie del reale poco conosciute. Il cinema diventa strumento di indagine e conoscenza, oltre che utopia come il film mai realizzato di Michele Avantario su Fela Kuti, musicista nigeriano, leader carismatico e attivista politico, simbolo della nuova rivoluzione africana. Attraverso gli appunti di Michele in forma di diario e le oltre venti ore di girato provenienti dal suo archivio privato, il documentario ripercorre le tappe di quel sogno incompiuto e il suo incontro con Fela Kuti uno sguardo sul mondo.

Movieplayer.it
3.5/5
Voto medio
5.0/5

Perché ci piace

  • Un’opera eclettica, complessa, stratificata e profondamente politica.
  • Il materiale d’archivio diventa l’occasione per raccontare il viaggio di formazione del protagonista e i fermenti politici e sociali di un’epoca.
  • Il cinema come utopia e strumento di conoscenza.

Cosa non va

  • Potrebbe non essere apprezzato da chi si aspetta un documentario classico.