L'ultima missione

2008, Poliziesco

E' senza speranza 'L'ultima missione' di Marchal

Il regista a Roma per presentare il suo ultimo film, ultimo atto di una trilogia sulla disperazione un omaggio agli anni passati in polizia, ai tanti colleghi logorati dalla professione e alle vittime di orrendi crimini che aspettano di avere giustizia.

I dodici lunghi anni trascorsi nella polizia hanno segnato indelebilmente la sua vita e quella dei suoi familiari, il regista e attore francese Olivier Marchal non ne ha mai fatto segreto. Il male e l'orrore visti tante volte da vicino sono vividi e quasi tangibili con mano nel suo nuovo thriller poliziesco L'ultima missione, un'opera che il regista nato nelle campagne di Bordeaux si porta dentro da più di 15 anni. Trenta ormai invece ne sono passati da quando decise di lasciare il corpo di polizia, e da allora tanti sono stati i momenti di crisi. Il suo sogno di cambiare il mondo in meglio diventando poliziotto si infrange violentemente contro un muro invalicabile di malvagità e di ingiustizie, al contrario della sua passione per i libri gialli, i thriller, le detective-stories e i noir di Hammet e Chandler, che lo spingono nel 2002 non a scrivere un libro sulle sue brutte avventure in divisa, ma a imbracciare la macchina da presa e a iniziare (con "Gangsters") una sorta di antologia del crimine, ad oggi è divenuta a tutti gli effetti una trilogia, fatta di immagini quanto più vicine a quelle impresse nei suoi ricordi.
Volto da attore di quelli che ti rimangono impressi e un talento narrativo fuori dal comune, Marchal non ha mai tenuto segreta la sua funerea visione del mondo e, in questo suo tragico ultimo lavoro più che in passato, ha scelto di arrivare fino in fondo, di raccontare tutto nei minimi dettagli tentando di esorcizzare definitivamente tutte le sue paure esistenziali. I fantasmi di un passato che non hanno mai smesso di tormentarlo si incarnano nei personaggi protagonisti di questa storia senza speranza, raccontata da Marchal con una veemenza quasi spiazzante, ed interpretata in maniera superba da Daniel Auteuil nei panni scomodi di un poliziotto stanco di scendere a compromessi con se stesso.
Sull'onda del successo, sia in patria che altrove, di 36 Quai des Orfreves, Marchal ci riprova e in questa sua Ultima mssione spinge sull'acceleratore senza mai neanche sfiorare il freno, una decisione che la critica francese ha criticato sin troppo aspramente ferendo in maniera pesante i suoi sentimenti.
In occasione della presentazione italiana del film, il regista insieme alle due protagoniste femminili del film Catherine Marchal (sua moglie) e Olivia Bonamy ha incontrato la stampa a Roma nella splendida cornice di Palazzo Farnese, sede dell'Ambasciata di Francia.

Con questo film così estremo, che più volte sfiora l'horror, ha scelto di spingersi assai oltre la riflessione iniziale di 36. C'è un motivo particolare?

Olivier Marchal: Per questo film mi sono ispirato a personaggi e fatti totalmente reali, il duplice omicidio raccontato nel film sconvolse l'opinione pubblica nel 1982, e segnò per sempre la mia carriera di poliziotto e la mia vita. Questo stato d'animo mi ha accompagnato per trent'anni ed ho atteso il successo di "36" per poter tradurre tutto in un film. E' stata quasi una liberazione per me, ma capisco che non sia facile digerire tutta questa violenza in un film solo.

Corre voce di un imminente remake americano di 36, cosa ci può dire al riguardo?

Olivier Marchal: Vi posso dire che Robert De Niro ha acquistato i diritti del film per produrlo e che il film sarà molto probabilmente scritto da Richard Price (lo stesso di Shaft nonché co-autore di Clockers, ndr), diretto da Martin Campbell (regista dell'ultimo 0007 Casino Royale, ndr) e interpretato niente meno che da George Clooney. Ma non c'è ancora niente di sicuro al 100%.

Il suo film è un urlo disperato nei confronti di una società che non assicura protezione e giustizia a nessuno, non c'è redenzione né per le istituzioni né per i colpevoli...

Olivier Marchal: E' vero, l'orrore che ho vissuto io in quegli anni è presente in ogni personaggio e in ogni fotogramma di questo film, in particolare nelle immagini dei flashback, è ovunque intorno a noi. Avevo 22 anni quando accadde questo terribile fatto di sangue che mi ha segnato profondamente nell'anima e ha distrutto in parte i miei sogni. Ci fu un'ondata di violenza inaudita negli anni successivi durante le fasi del processo, era il 1982 e come me molti altri colleghi non sono mai riusciti a dimenticare la crudeltà di quel massacro.

Il suo protagonista è fondamentalmente una vittima del sistema, mentre gli altri poliziotti del film sembrano cavarsela molto meglio...

Olivier Marchal: la tragedia familiare che colpisce lui è la stessa colpì anni fa un mio collega, non riuscì mai più ad essere lo stesso. Molti dei miei colleghi in quegli anni non erano in grado di sopportare il peso delle responsabilità, tanto meno la sottomissione alle gerarchie e gli insabbiamenti. Fu un'era di grande solitudine per la polizia, fioccavano i suicidi è stato un momento molto difficile da superare per me.

Conosceva bene i rischi di un film tanto estremo, cosa l'ha spinta definitivamente a realizzarlo?

Olivier Marchal: Sicuramente l'incontro/scontro avvenuto dopo tanti anni con la ragazza protagonista del film, che all'epoca del massacro dei suoi genitori era solo una bambina. Sono incontri emozionanti che riportano alla mente immagini orrende che fortunatamente solo i poliziotti e pochi altri sono costretti a vedere.

Un argomento, quello della sicurezza ormai non più garantita dalle istituzioni, che oggi è molto attuale...

Olivier Marchal: Gli ultimi venti minuti finali del film sono la sintesi più efferata di tutto quello che viviamo noi oggi. Tanti morti, tanta violenza esplosa in un raptus furibondo. C'è morte e c'è vita, l'apoteosi della ferocia che muove la realtà dei nostri tempi.

A chi dedica questo film?

Olivier Marchal: E' un omaggio ai colleghi che come me si sono persi per strada, ma più di ogni altra cosa è un omaggio alle vittime di tutti quegli orrendi crimini, soprattutto a quelle che non hanno avuto giustizia. C'è la brutta abitudine, in Francia come in ogni altro paese, di parlare più dei criminali che delle vittime. Non è una celebrazione della giustizia fai-da-te ma una sottolineatura di come oggi sia troppo facile uscire di prigione e tornare ad uccidere nonostante una evidente pericolosità di questi soggetti.

Quali sono i registi e gli autori a cui si è ispirato?

Olivier Marchal: Sicuramente Alain Corneau, Cimino, Lumet e Jean-Pierre Melville, grazie ai quali ho potuto reinventare un genere ormai in disuso come il noir e renderlo attuale. Prima di 36 era difficile che qualcuno scegliesse di fare un noir, ora va un po' meglio ma di certo la qualità non è eccelsa.

Come è stato accolto il film in Francia?

Olivier Marchal: Siamo vicini al milione di biglietti venduti, nonostante il film sia vietato ai minori di 12 anni. Ma se il pubblico è stato dalla mia parte la critica è stata tremenda, ho ricevuto delle accuse pesantissime e mi è molto dispiaciuto visto che, come potete ben immaginare, a questo film ci tengo particolarmente. E' stato accusato di essere caricaturale, eccessivo e poco realista, mentre io sono stato tacciato di aver dato troppa rilevanza al lato estetico. Spero che l'Italia sia un po' più benevola nei miei confronti e che i critici italiani sappiano andare un po' più a fondo.

Come ha lavorato sull'attore Daniel Auteuil per questo ruolo così complicato?

Olivier Marchal: Il suo personaggio è la sintesi di tutti i poliziotti che ho incontrato nella mia vita, me compreso. Incarna un po' tutti quegli agenti che in quegli anni così difficili avevano smarrito la retta via divenendo quasi dei senza tetto. Ho voluto lui e soltanto lui, un attore magnifico, per ricordare tutti quelli che si sono ribellati alle gerarchie e alle ingiustizie, e che il più delle volte sono finiti male.

Cosa ci può raccontare del Daniel Auteuil attore?

Olivier Marchal: Ho scritto questo ruolo pensando al suo volto e non ad un attore che assomigliasse fisicamente a me. Un regista per certi film pensa prima di tutto ai suoi personaggi, al loro impatto sul pubblico, a trovare la faccia giusta che riesca ad esprimere la sofferenza e il dolore che solo certe storie riescono a trasmettere. In Francia, ora come ora, era lui l'unico in grado di soddisfare tutte queste cose assieme. Può recitare in qualunque film, di qualunque genere, è stato davvero bello lavorare con lui.

Avrà seguito anche la sua preparazione di attore, come si è preparato Auteuil per il film?

Olivier Marchal: Tra noi è nato un bel rapporto d'amicizia, anzi è quasi una storia d'amore quella che ho con lui (ride). Si è abbandonato completamente al ruolo, si è fatto trasportare dalle emozioni ma c'è stato anche un grande lavoro intellettuale dietro la sua interpretazione. E' un attore che legge, studia, si informa, indaga, va sul campo a cercare informazioni. Prima del film ha incontrato ex-poliziotti e psicologi, ma ha lavorato anche molto sulla fisicità e sul look, è un gran lavoratore, un grande professionista. Quella vissuta al suo fianco è stata un'esperienza che mi ha molto arricchito.

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