I pirati di Silicon Valley (FILM TV)

1999, Drammatico

Recensione I pirati di Silicon Valley (1999)

Martyn Burke porta sullo schermo non solo l' avvento del personal computer e della fondazione della Microsoft e della Apple, ma le speranze, i dubbi, e le incertezze di un mondo in trasformazione.

Emanuela Andreocci

'È meglio di Miss Ottobre: è un computer!'

Chi a casa non dispone di un computer? Chi non riesce a orientarsi all'interno di Windows? Tutto quello che adesso appare semplice e banale, all'inizio degli anni '70 era considerato talmente irraggiungibile da non essere neanche preso in considerazione.
Grazie all' uso di sequenze alternate il regista ci mostra la vita di due giovani e volenterosi ragazzi che, rispettivamente a Berkley e ad Harvard, iniziano a muovere i primi passi in direzione del loro futuro, il nostro presente: sono Steve Jobs e Bill Gates; da studenti appassionati di informatica (settore, all' epoca, appena agli inizi), essi arrivano, per strade parallele, a dominare il mondo dei pc.

Il primo, insieme a Steve Wozniack, mette a frutto un'invenzione destinata ad entrare nella vita di tutti i cittadini: un computer dotato di monitor e per questo diverso dal già presente Altair. I due soci, però, sono costretti a vendere il progetto alla Hewlett Packard perché Woz - così Jobs chiamava sempre il suo omonimo - è loro dipendente, ma la società non è interessata al progetto in quanto crede che non avrà possibilità di successo: "Che diavolo può farsene la gente comune dei computer?" È la svolta: i due amici iniziano a progettare i macchinari in proprio e fondano l' Apple. Nel 1977 alla fiera del computer di San Francisco (per la quale Jobs ha effettuato un cambio radicale: dopo aver già rinunciato in precedenza alla barba da hippy "che alle banche non piace", si è tagliato i baffi e comprato un vestito) il successo è di portata eccezionale: tutti vogliono osservare questo nuovo computer che permette all'utente di vedere i comandi che impartisce.
A partire da Harvard, invece, Bill Gates e Paul Allen negli stessi anni avviano quella società che dopo qualche anno sbaraglierà ogni possibile rivale: la Microsoft. Presenti anch'essi alla fiera dove il nuovo Apple spopolava, decidono di vendere la loro idea all'IBM perché "la vostra macchina è importante ma ha bisogno del nostro linguaggio". Quello che stanno proponendo è un nuovo sistema operativo: il DOS. Il patto però è chiaro: non cedono l'esclusiva ma devono avere la possibilità di venderlo anche ad altre aziende.

Il regista è abile ad entrare e a uscire dall' immedesimazione diegetica tramite immagini appartenenti al mondo onirico-visionario di Jobs (i suoi trip mentali sono pieni di luce e colori) e alcuni commenti esterni dei suoi protagonisti. Per quanto riguarda i due soci della Apple, spesso, soprattutto nella prima metà del film, le immagini della storia vengono interrotte da primi piani frontali di Woz che, a posteriori, continua a raccontare gli avvenimenti; durante l'incontro tra la Microsoft e l'IBM, invece, il procedimento è più rivoluzionario: Paul Allen esce fuori dall'immagine (che diventa una foto talmente importante da essere incorniciata in un museo) e illustra l' avvenimento, per poi risedersi e tornare anche lui nel "quadro" che riacquista le dimensioni dello schermo. È un' evidente strizzata d' occhio allo spettatore, come quella che avviene immediatamente dopo: la situazione è ripristinata ma Paul, durante la riunione, si volta e, con lo sguardo in macchina, parla direttamente al pubblico. Espedienti di questo genere non solo rendono il film scorrevole e piacevole ma, grazie anche ad una colonna sonora coinvolgente e di immediato impatto, mantengono desta l'attenzione del pubblico che si appassiona alle vicende alternate delle due coppie di fortunati geni che si contendono il mercato.

In tempi e luoghi differenti (a distanza, però, di pochi minuti nel tempo del racconto in modo che uno spettatore attento possa accorgersene e sorridere), mentre Jobs afferma: "I bravi artisti copiano" attribuendo la paternità dell' espressione a Picasso, Gates dice: "Gli artisti copiano, i grandi artisti rubano!" pensando a Van Gogh. La Apple vuole, infatti, lanciare sul mercato il Macintosh: rifacendosi alle innovative idee sviluppate dalla Xerox nei suoi uffici di Palo Alto intende dotare i propri prodotti di mouse e interfaccia grafica; Woz per spiegarci bene quest'ultima si cala nel computer e si muove a suo piacimento nello schermo, andando a toccare e ad aprire (in termini moderni "clickando") le icone che gli interessano. È un procedimento visivo-didascalico che ben spiega le ampie possibilità di utilizzo della macchina: lo spettatore moderno solo in questo modo estremamente esplicativo riesce a capire come ciò che oggi viene considerato banale e scontato in passato non era così semplice né da proporre né tanto meno da comprendere.
Bill Gates dal canto suo, seguendo il pensiero del pittore poco prima citato, decide di far visita alla Apple: lui ed il suo socio si introdurranno nella grande società come possibili collaboratori desiderosi di far parte "della famiglia" per poi, invece, pugnalarla alle spalle vendendo, a partire dal Giappone, i Macintosh di Jobs con programmi Microsoft: nasce così Windows.

Le ultime immagini si ricollegano a quelle iniziali: il film si era aperto con uno Steve Jobs che, orgoglioso, mostrava lo spot del Macintosh - la pubblicità, ad opera di Ridley Scott, doveva essere trasmessa una sola volta in America durante la finale del Superbowl e prendeva di mira il Grande Fratello di Orwell alludendo alla libertà portata dal Mac - e che dopo teneva una conferenza con dietro, proiettato su un maxi schermo, il primo piano sorridente di Bill Gates.
Alla fine del film si torna a quelle immagini, ma uno dei collaboratori fidati di Jobs cerca di avvertirlo: la Apple non ha distrutto il Grande Fratello, lo ha solo sostituito: sullo schermo e nella realtà, al posto di quello di Orwell si è insediato Bill Gates.

Recensione I pirati di Silicon Valley (1999)
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