Don DeLillo al Festival di Roma: l’omaggio dello scrittore a Michelangelo Antonioni

Il grande romanziere americano, autore di capolavori della letteratura postmoderna come Rumore bianco e Underworld, ha incontrato il pubblico alla Festa di Roma per un omaggio al cinema di Michelangelo Antonioni e un dibattito sul rapporto fra i diversi linguaggi artistici.

Non solo grandi personaggi del cinema: nel pomeriggio di sabato, per gli "ultimi fuochi" dell'undicesima edizione del Festival di Roma, a partecipare agli incontri con il pubblico all'Auditorium è stato infatti un gigante della letteratura angloamericana, Don DeLillo. Nato a New York in una famiglia di origini molisane e cresciuto nel Bronx, DeLillo (che fra meno di un mese festeggerà ottant'anni) si è imposto come uno dei principali esponenti della narrativa postmoderna grazie a romanzi quali Rumore bianco, Libra, Mao II e soprattutto il suo monumentale capolavoro, Underworld, pubblicato nel 1997.

Don DeLillo

In occasione della pubblicazione del suo nuovo libro, Zero K., Don DeLillo è stato ospite della Festa di Roma per un pomeriggio dedicato al rapporto fra cinema e letteratura, ma soprattutto per rendere omaggio a uno dei suoi registi preferiti: Michelangelo Antonioni, del quale DeLillo ha celebrato uno dei titoli più noti, Deserto rosso, vincitore del Leone d'Oro al Festival di Venezia 1964, leggendo una propria analisi sull'utilizzo rivoluzionario del colore all'interno del film. Ecco il resoconto dell'incontro con Don DeLillo, moderato da Antonio Monda.

Don DeLillo racconta il cinema di Antonioni

A proposito di Deserto rosso, cosa pensi della sovrapposizione fra le immagini realizzate da Michelangelo Antonioni e i dialoghi di Tonino Guerra?

Monica Vitti ne Il deserto rosso

Sono molto interessato all'aspetto esteriore dei film: è uno dei motivi per cui, nei primi anni Sessanta, sono diventato un cinefilo. All'inizio vidi L'avventura, La notte e L'eclisse, e poi ho recuperato anche Deserto rosso: era come se in questo film il colore fosse perfezionato al massimo grado. Oggi questo può sembrare un po' strano, ma all'epoca il colore era una novità. Ci sono degli eccessi, ma sono sempre eccessi voluti: c'è una consapevolezza nell'uso di un colore che spesso diventa addirittura più importante dei personaggi. È il primo film a colori di Antonioni, ed è molto diverso rispetto ai film successivi. Cosa penso dei dialoghi? Non mi ricordo i dialoghi. Ricordo che ci sono battute un po' particolari e strane, ma non mi interessa granché, e credo che interessi ben poche persone.

Qual è invece la tua opinione sul film precedente a Deserto rosso, L'eclisse?

L'eclisse è il terzo film della trilogia di Antonioni. In gran parte del suo cinema osserviamo lo spazio, il tempo e il silenzio, mentre nella scena ambientata all'interno della borsa tutto è incredibilmente dinamico, in maniera sorprendente rispetto al cinema di Antonioni. L'eclisse è un film meraviglioso, l'ho rivisto da poco e lascia senza fiato.

1962: Monica Vitti e Alain Delon sul set di L'eclisse

Esistono emozioni che possono essere descritte meglio con le parole che non con le immagini o viceversa?

Per esempio, L'avventura è un grande film, ed essenzialmente riguarda lo spazio, il tempo e la bellezza: non so se uno scrittore avrebbe usato lo stesso approccio. Le parole rimangono sulla pagina, mentre le immagini hanno una forza vitale molto differente. L'avventura è spazio, tempo e silenzio, e fu un film rivoluzionario negli anni Sessanta, non si era ancora visto nulla del genere. Mentre alla fine de L'eclisse abbiamo una scena bellissima di diversi minuti, in cui non accade nulla, ci sono solo inquadrature di strade, campi e oggetti, senza sonoro: è puro cinema. E siamo fortunati che Antonioni sia stato in grado di regalarci opere del genere.

Letteratura, film e violenza

Don DeLillo

Pensi che il cinema, e in senso generale le immagini, stiano uccidendo o cambiando la letteratura e il modo di scrivere?

Non penso ci sia un genuino conflitto, penso piuttosto che il mio modo di scrivere sia stato influenzato dal cinema e dalle immagini. Il modo in cui scrivo ha iniziato ad assumere una certa forma attraverso il cinema, ed essenzialmente attraverso il cinema europeo, come quello di Antonioni e di Federico Fellini, ma anche il cinema di Akira Kurosawa. È difficile arrivare a una conclusione precisa in merito, ma non penso che la letteratura sia messa in pericolo dal cinema: la letteratura si trova in un altro mondo rispetto al cinema.

Possiamo affermare che non saresti lo stesso scrittore che sei ora se non avessi amato il cinema?

È possibile che sarei stato uno scrittore un po' diverso, ma è un quesito troppo astratto e non voglio nemmeno pensarci, perché questo è lo scrittore che sono ed è accaduto naturalmente, non saprei neanche spiegare bene come.

Uno dei temi centrali della tua opera è il contrasto fra bellezza e violenza: cosa ne pensi?

Warren Beatty e Faye Dunaway in una scena di Gangster Story

Comincerò citando alcuni film che ho visto parecchio tempo fa, attraverso i quali ho cominciato a pensare al legame fra il cinema e la violenza. Gangster Story, ad esempio, in cui Warren Beatty e Faye Dunaway sono protagonisti di una storia di violenza come se recitassero in una commedia, in un film senza alcun senso di condanna nei confronti dei protagonisti. E poi anche Terrence Malick con il suo primo film, La rabbia giovane: Malick realizza film meravigliosi, con inquadrature realizzate splendidamente, e questo suo esordio parla di due personaggi violenti. Fu il film di debutto di Sissy Spacek, e racconta di due ragazzi che tentano di attraversare il confine americano sparando ad altre persone, un po' a caso. E poi Francis Ford Coppola con Il Padrino... mi sembra che la violenza ispiri tanti registi. Un altro esempio è Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, un film diverso dal western classico: nel finale vediamo i protagonisti marciare verso la frontiera e ha inizio una sparatoria. E per cambiare argomento: quando ci sono stati i test atomici nel Pacifico meridionale, abbiamo assistito alla potenza incredibile e affascinante sprigionata da uno strumento che potrebbe spazzare via migliaia e migliaia di vite.

Ritieni che questo connubio fra bellezza e violenza sia tipico della cultura americana?

Non solo. E allora Gillo Pontecorvo con La battaglia di Algeri? E poi ci sono Akira Kurosawa e... chi altro? Michael Haneke!

Michael Pitt e Tim Roth in una scena del film Funny Games

Qual è stato il tuo primo film al cinema?

Da piccolissimo ricordo di aver visto un cortometraggio animato basato su I viaggi di Gulliver: ricordo che i miei genitori mi portarono in un cinema nel Bronx quando avevo due anni, ma come potrei ricordarmene se è successo a quell'età? Eppure è così, ho controllato perfino la data del cortometraggio...

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