La passione di Cristo

2004, Drammatico

Cristo tra arte, religione e speculazione

L'uscita nelle sale italiane de 'La passione di Cristo' spinge ad alcune riflessioni sulla rappresentazione della figura di Cristo nel cinema moderno.

Alessandro Puglisi

E' sicuramente, per tutti gli appassionati di cinema, il film più atteso da mesi. L'uscita nelle sale italiane de La passione di Cristo, il terzo film da regista per Mel Gibson, spinge ad alcune riflessioni sulla figura di Cristo nel cinema moderno. E' stato rappresentato nei più diversi modi, privilegiando a volte l'aspetto divino, a volte le caratteristiche più "umane"; in tutti i casi è certamente una delle figure storiche più difficili da rappresentare per la sua complessità e per la naturale tendenza dell'uomo di rappresentare sé stesso, e non qualcosa di più elevato.
Inoltre, l'azione stessa del mettere in scena la vita di Cristo si scontra con una serie di problematiche relative alla religiosità, all'integralismo di molti; in altre parole il cinema va al di là della sua dimensione di finzione per misurarsi con la società, accettando tutti rischi che questo comporta.
Un esempio fortemente esplicativo di quanto detto è la pellicola di Martin Scorsese, L'ultima tentazione di Cristo del 1988, in cui la figura del Cristo è analoga a quella di un uomo normale, che desidera una donna, dei figli. Una figura estremamente fragile, con i suoi dubbi e i suoi perché nella mente; in questo si esplicita la sostanziale coincidenza tra divinità e umanità, nella misura in cui Cristo è uomo nell'aspetto ma anche nell'animo, tormentato e sensibile. Nel caso specifico, il contrasto uomo-Dio è una costante del film, e viene risolta in chiave fatalista, nell'ottica di un disegno predeterminato, atto alla salvezza dell'umanità intera.

Altra opera molto importante e utile a definire i canoni entro il quale si sono mossi questi importanti cineasti, è Il vangelo secondo Matteo del "Poeta" Pier Paolo Pasolini. Il regista, per sua stessa ammissione, lesse il Vangelo per la prima volta nel 1942, e la seconda ad Assisi nel 1962; e fu in quell'occasione che ebbe l'idea di un film sul Vangelo. Non è casuale la scelta di San Matteo; Pasolini ritiene infatti la versione dell'apostolo Matteo quella che più di ogni altra mette in luce e fa risaltare l'umanità del Cristo, il fenomeno straordinario di essere uomo tra gli uomini. Pasolini non era cattolico, e proprio questo suo distacco, lo convincerà e gli darà il coraggio necessario a portare a termine questo progetto rischioso, ma che oggi, alla luce dell'opera omnia dell'autore, si rivela fondamentale all'interno della filmografia di questo grande artista.

Meno estremi dal punto di vista della pura rappresentazione della figura cristiana, due film che ugualmente sono considerati delle opere molto valide e cioè Gesù di Nazareth di Franco Zeffirelli e Il messia di Roberto Rossellini. In entrambi i casi siamo di fronte a opere sincretiche, perché mettono in scena la vita di Gesù seguendo lo schema della biografia filmica, individuando quindi la componente umana non disaccoppiata da quella trascendentale ma ben raffigurando ugualmente la tensione al divino.
Come ebbe a dire lo stesso Rossellini, la scelta di fare un film su questo argomento può essere ricondotta a diversi motivi, tutti legati alla sua poetica, nel senso più generale possibile: un bisogno artistico, un desiderio di chiarimento verso gli altri ma anche di riscoperta di sé stessi, l'urgenza, infine, di esprimere una realtà artistica carica di valenza religiosa e spirituale.
Per questo tutto il film è permeato da un approccio ai personaggi decisamente didascalico, nell'ottica di chi vuole lanciare un messaggio forte, che funga da esempio.
In questo modo abbiamo visto come, dalle esigenze artistiche più diverse sono nati alcuni fra i film più importanti di questo genere, e come queste esigenze abbiano condizionato i mezzi e i modi espressivi dei registi cimentatisi nella raffigurazione di questa figura così importante.
Nel caso del film di Gibson, invece, sorge spontanea più di una domanda: perché il regista ha voluto mettere l'accento in particolare sull'aspetto più truculento delle ultime ore di vita di Cristo? Cosa lo ha spinto a questa sorta di integralismo spirituale, legato anche alla scelta di far recitare gli attori in aramaico e latino, applicato alla sua opera filmica in maniera così radicale? Nessuno può essere in grado di dare delle risposte certe, in quanto il mondo del cinema è comunque legato a questioni esclusivamente economico - utilitaristiche. Del resto, tutti sappiamo della forte religiosità di Gibson, che arriva fino all'estremismo per cui l'attore fa celebrare, nella cappella di famiglia, la messa in latino, alla vecchia maniera; partendo da questo presupposto, la spiegazione più plausibile per l'estremismo del film sta nella volontà di Gibson di riportare la questione cristologia alle origini. La violenza insostenibile assume una funzione catartica, e non è altro che uno degli aspetti di quel grande disegno per cui un uomo ha detto di essere Dio, si è fatto crocifiggere ed è risorto, per la salvezza di tutti.
In conclusione, possiamo dire che per una volta, bisognerebbe abbandonare certi mezzi pubblicitari e trattare il cinema per quello che dovrebbe essere, e cioè un'arte e un mezzo capace di mobilitare le masse e lanciare messaggi importanti. Non dimentichiamo, e ci serva come spunto di riflessione, che il film di Gibson è partito come una sorta di "outsider d'autore"; inizialmente non si credeva neanche nella sua possibile distribuzione, ma grazie ad abili colpi di mano da parte della produzione, oggi ci ritroviamo con un fenomeno che, più che cinematografico, è commerciale e di sfruttamento dell'immagine.

Cristo tra arte, religione e speculazione
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