Ju-on: Rancore

2003, Horror

Recensione Ju-on: Rancore (2003)

Film appartenente alla new-wave horror nipponica, questo "Ju-on" risente molto dell'influenza del produttore esecutivo Kiyoshi Kurosawa, ma si rivela comunque un horror ben costruito, affascinante e, soprattutto, genuinamente terrificante.

Contagio d'orrore

La new-wave horror giapponese ha prodotto negli ultimi anni un gran numero di pellicole, alcune riuscite altre meno, denotanti tutte, comunque, uno stato di vitalità nel genere che a tutt'oggi, a cinque anni dall'uscita del primo Ringu, non accenna a diminuire. Questo film, uscito nel 2003, si inserisce perfettamente in questo filone, sia per lo stile che per le tematiche trattate, raccontando una storia di rancore che si protrae oltre la morte, originante una sorta di virus che si espande a macchia d'olio in una piccola città. Il regista Takashi Shimizu, allievo di Kiyoshi Kurosawa (nome di punta dell'horror nipponico, qui produttore esecutivo), ha adattato per il grande schermo un film televisivo da lui stesso diretto, inatteso successo presso gli spettatori giapponesi: la struttura è in effetti piuttosto atipica per un horror cinematografico, con una divisione in capitoli che portano ognuno il nome di un personaggio, una non linearità nello sviluppo della trama (i diversi segmenti rappresentano continui "balzi" in avanti e all'indietro nel tempo), e la sostanziale assenza di un protagonista con cui lo spettatore possa identificarsi (malgrado la giovane Rika, per esplicita scelta dei produttori, sia nel complesso più presente degli altri personaggi). E' in effetti la casa maledetta, la vera protagonista del film, sempre presente, come silenziosa e concreta minaccia o come ossessione nella memoria una volta che le sue presenze hanno "contaminato" un personaggio; così come sempre presenti sono i suoi inquieti e tormentati inquilini, apparizioni letali che seguono i personaggi ovunque, che entrano come un virus nelle loro vite e non ne escono finché non hanno riscosso da essi il tributo più alto, cioè la morte. Ed è proprio questa una delle caratteristiche principali del film, la presenza costante dell'orrore nelle vite dei personaggi, l'impossibilità per questi ultimi di trovare una via di fuga: non c'è scampo, una volta che si è entrati a contatto con l'ignoto, anche la propria casa può nascondere oscure presenze, anche gli oggetti a noi più noti possono diventare veicolo per la follia. L'orrore segue costantemente i personaggi, a volte appare ai margini del loro campo visivo, in modo quasi subliminale, lasciandoli (e lasciandoci) interdetti sul reale significato e sulla consistenza di ciò che hanno (abbiamo) visto. Ma anche queste apparizioni fugaci non fanno che ribadire l'assunto che l'orrore è sempre presente, che è impossibile liberarsene una volta che si è venuti a contatto con esso, una volta che si è stati infettati da esso. L'orrore come infezione, quindi, come "male oscuro" che si propaga lentamente ma inesorabilmente, non lasciando vie di scampo a chi ne viene contagiato: un tema molto caro a Kiyoshi Kurosawa, che Shimizu riprende qui riproponendone anche alcune delle soluzioni visive (le "ombre" ricordano molto le "tracce" umane lasciate dalle vittime degli spiriti in Kairo).

La sceneggiatura, pur nella sua struttura non cronologica e nell'intrecciarsi delle sue tante sottotrame, riesce a mantenere un buon equilibrio, evitando incongruenze in cui sarebbe stato facile cadere, e caratterizzando i personaggi quel tanto che basta a fare in modo che lo spettatore entri con loro nell'atmosfera della vicenda. La regia di Shimizu, elegante e di grande impatto, riesce a disseminare il film di brividi di autentico terrore: allontanandosi dalla poetica del "non visto" di Hideo Nakata e dello stesso Kurosawa, il regista sceglie di mostrare, spesso, le presenze che tormentano i personaggi, riuscendo tuttavia a conferir loro spessore di reale minaccia e fonte di paura, ed evitando di scadere nell'effetto-shock più gratuito. L'unico punto debole del film è forse la mancanza di una fotografia più incisiva, che avrebbe giovato ancora di più all'atmosfera opprimente e di irrazionale terrore che si respira per tutta la pellicola.

Un film di notevole impatto, in ogni caso, che pur non possedendo la profondità e lo spessore filosofico di altri esempi recenti di horror giapponese, riesce comunque a indurre inquietudine e angoscia nello spettatore, grazie all'ottima capacità dimostrata dal regista di maneggiare il materiale cinematografico che ha a disposizione. E' atteso, com'è ormai di moda negli ultimi anni, l'immancabile remake hollywoodiano, che Sam Raimi, produttore e artefice del progetto, ha voluto affidare allo stesso Shimizu, che si troverà così alle prese con questa vicenda per la terza volta (senza contare i sequel che hanno avuto entrambe le versioni giapponesi).

Recensione Ju-on: Rancore (2003)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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