Benvenuti in casa Esposito, la recensione: Una risata per dire no alla camorra

La recensione di Benvenuti in casa Esposito, terzo film di Gianluca Ansanelli che prende in giro la camorra rivelandone bassezze e privandola di qualsiasi fascinazione.

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Benvenuti in casa Esposito: Giovanni Esposito in una scena del film

Una risata per esorcizzare le storture del nostro tempo. Tra i tanti pregi dell'arte della comicità c'è infatti quello di permettere al pubblico di ridere di tutto, anche della camorra, come spiegheremo più ampiamente nella recensione di Benvenuti in casa Esposito, terzo film di Gianluca Ansanelli in sala dal 23 settembre (per ora solo nelle sale campane in 30 copie). Il regista di Troppo napoletano mette insieme un cast di eccellenze della scuola partenopea e a partire dall'omonimo libro di Pino Imperatore, costruisce una commedia paradossale che si prende gioco della malavita, mettendo in ridicolo boss sanguinari e aspiranti tali. Molti i luoghi comuni messi alla berlina, ma altrettanti i cliché di cui rischiano di rimanere prigionieri la caratterizzazione dei personaggi e la messa in scena di alcuni siparietti. Un film prodotto dai fratelli Cannavale (insieme alla Bartleby e la Buona Luna di Alessandro Siani), coraggioso a suo modo nel tentativo di ridicolizzare il male denudandolo di tutte le sue possibili fascinazioni.

Una storia tutta da ridere: un camorrista senza speranze

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Benvenuti in casa Esposito: Gennaro Silvestro durante una scena

La storia di Benvenuti in casa Esposito segue a grandi linee quella del romanzo da cui è tratto: protagonista è Tonino "o fesso", figlio di un noto boss della camorra nel Rione Sanità. Imbranato, goffo e maldestro, non farebbe male ad una mosca, ragion per cui alla morte del padre, la gestione degli 'affari' di famiglia passa nelle mani di un altro affiliato, lo spietato Don Pietro De Luca 'O Terremoto'. Sotto la sua ala protettrice Tonino ce la mette tutta per seguire le orme del compianto papà in compagnia del fidato Enzuccio, peccato che la sua carriera criminale non voglia decollare affatto: non basteranno né l'impegno profuso per riscuotere il pizzo (o "contributo per la sicurezza", come lo chiamano a più riprese), né la voce grossa con i clienti.

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Benvenuti in casa Esposito: Giovanni Esposito in una sequenza

Assolutamente privo del "talento" necessario a farne un camorrista senza scrupoli, è destinato alla mediocrità e a collezionare un insuccesso dopo l'altro al punto da spingere Don Pietro a promettergli "un reddito di cittadinanza a vita" a patto che si ritiri. La voglia di riscatto e il desiderio di emulare le gesta del defunto padre che non lo ha mai stimato, lo convincono al contrario ad accettare un nuovo incarico: ospitare un pericoloso narcotrafficante messicano. Nel frattempo sua figlia Tina, che ripudia le attività di famiglia, ha perso la testa proprio per il figlio della magistrata che dà la caccia ai De Luca. Per Tonino diventerà inaspettatamente l'occasione per riaffermare la propria immagine davanti a tutti.

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Maschere comiche

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Benvenuti in casa Esposito: Giovanni Esposito e Gennaro Silvestro in una scena del film

La narrazione delle imprese rocambolesche di Tonino viene affidata alla cornice di un grottesco e chiassoso banchetto: è qui che Don Raffaele (Peppe Lanzetta), la cui voce fuori campo accompagnerà lo spettatore per tutto il film, racconta le peripezie tragicomiche del protagonista intrattenendo una tavolata di loschi personaggi. Nelle mani del regista Gianluca Ansanelli la risata diventa lo strumento principale per parlare della camorra ridicolizzandola e rivelandone le bassezze. Dentro c'è Napoli, i suoi miti, il dialetto, la poesia e le sue infinite contraddizioni: la Napoli esoterica delle "anime pezzentelle" nel cimitero delle Fontanelle (dove Tonino va spesso per chiedere udienza al teschio di un fantomatico capitano), o quella che si adagia caotica ai piedi del Vesuvio, "la città più bella del mondo" che non vuole cambiare mai.

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Benvenuti in casa Esposito: Gennaro Silvestro in una scena del film

La grande tradizione delle maschere partenopee sottende alla rappresentazione dei personaggi, seppur ancorati ad alcuni stereotipi; mentre funziona alla perfezione per tempi comici e ritmo il duetto composto da Giovanni Esposito e Antonio Orefice, di gran lunga la coppia più azzeccata del film, un duo che per gag linguistiche rievoca, anche se pericolosamente, illustri predecessori (la scena della lettera in Totò Peppino e la malafemmina è uno di questi). Alla sua prima prova da protagonista, Esposito regge persino uno scivolosissimo numero da musical, quello in cui canta e balla sulle note di "'E latitanza sia" di Enzo Savastano, il cantante fantasma a cui nel 2012 hanno dato vita Antonio De Luca e Valerio Vestoso. Il resto del cast vince la scommessa: da Francesco Di Leva capace di rendere credibile un boss della camorra che si ritrova muoversi in un habitat dove la paura ha ceduto il passo al registro comico, a Antonia Truppo, l'esuberante ed eccentrica moglie di Tonino, e Nunzia Schiavo, che nel ruolo di Nonna Assunta, conferma la sua bravura. Lo stesso non può dirsi della sceneggiatura, che rischia spesso di inciampare nel macchiettistico, vanificando lo sforzo collettivo.

Conclusioni

Alla fine della recensione di Benvenuti in Casa Esposito, non possiamo non ribadire l’eccellenza di un cast a cui il film deve molto. Giovanni Esposito al suo primo ruolo da protagonista è il cuore della commedia, regge persino un improbabile numero da musical in cui balla e canta. In coppia con Antonio Orefice regala i momenti migliori di un film, che è capace di ridere della camorra rivelandone le bassezze e gli aspetti più infimi. La risata esorcizza le paure e mette a nudo il male.

Movieplayer.it
3.0/5
Voto medio
3.0/5

Perché ci piace

  • L’uso demistificatore della risata: buona parte del merito è senz’altro del libro omonimo a cui il film si ispira, ma il regista sa bene come trasformare in immagini il riso dissacrante con cui Pino Imperatore ridicolizza la camorra.
  • Un cast eccellente a partire dai duetti di Giovanni Esposito, alla sua prima prova da protagonista, e Antonio Orefice.
  • Francesco Di Leva nei panni uno spietato boss della camorra, si muove a suo agio in un ambiente dominato dalla leggerezza, e rende credibile un personaggio altrimenti caricaturale.

Cosa non va

  • La sceneggiatura rischia spesso di inciampare nel macchiettistico.
  • Alcuni personaggi e situazioni restano ancorati pericolosamente a degli stereotipi abusati.