Manolete

2007, Drammatico

Recensione Manolete (2007)

Menno Meyjes dirige un film di grande eleganza formale, persino sontuoso, che si regge tuttavia, oltre che sulla forza delle immagini, soprattutto sull'alchimia che si crea tra i suoi due protagonisti.

Amore, sangue e arena

Strana storia cinematografica, quella di questo Manolete. Girato all'inizio del 2006, pensato dal suo regista molti anni prima (Menno Meyjes sostiene di essersi interessato alla figura del torero spagnolo già nel 1989, durante la lavorazione di Indiana Jones e l'ultima crociata), già praticamente pronto nel 2007 eppure uscito nelle sale europee e statunitensi solo oggi. Eppure, il soggetto è di quelli in grado di garantire una sicura presa su vasti strati di pubblico: non solo perché il personaggio di Manuel Rodriguez, leggendario toreador che divenne icona popolare del regime franchista prima di trovare la sua prematura fine sull'arena, è di quelle la cui complessità non smette mai di suscitare interesse; ma anche perché uno spettacolo come la corrida, in fondo, espressione dell'atavico conflitto dell'uomo con la natura, amato e odiato in egual misura dentro e fuori la sua patria, ha potenzialità cinematografiche innegabili. A questo, si aggiunga un cast che si avvale di una star come Adrien Brody (un Manolete straordinarianente somigliante all'originale, notevole nella sua adesione mimetica al personaggio) e di una prorompente Penelope Cruz nel ruolo della sua compagna Lupe Sino, secondo fulcro sul quale la vita del torero (e la storia di amore e morte qui narrata) finirà per incentrarsi.

Adrien Brody è il toreador Manuel Rodríguez Sánchez in Manolete (2007)
L'oriundo olandese Meyjes (già sceneggiatore per Steven Spielberg: al già citato terzo episodio delle avventure di Indiana Jones si aggiungano Il colore viola e L'impero del sole) dirige un film di grande eleganza, visivamente persino sontuoso. I drappi, gli ornamenti degli abiti del torero, il rosso del capote e quello del sangue contrapposto al bianco e nero delle immagini di repertorio, l'eleganza e il controllo dei gesti del protagonista: il carattere triste e misterioso di Manolete, innamorato della morte eppure legatosi a una donna amante della vita, il parallelo delineato tra amore e morte, arte di toreare e di amare, è tutto affidato alle immagini (a volte oniriche, sempre potenti) e all'interpretazione dei due protagonisti, che molto fanno e molto dicono con i loro sguardi e i loro corpi, surrogati di una sceneggiatura non sempre altrettanto efficace.
Il serio punto debole del film è proprio lo script (e stupisce tanto più, la cosa, proprio in virtù dell'esperienza di sceneggiatore di Meyjes): da una storia come questa, che si propone di esplorare l'animo di un personaggio tormentato in cui si agitano pulsioni contrastanti, e che vuole rappresentare un'inusuale love story in cui l'ombra della morte è sempre in primo piano, ci si attendeva una migliore caratterizzazione dei personaggi, una scrittura più pregnante che non lasciasse sugli interpreti tutto il peso emotivo della vicenda. La sceneggiatura incespica invece tra passato e presente, in una struttura a salti qui abbastanza gratuita, lasciando sullo sfondo il contesto politico dell'epoca (che sarebbe stato interessante approfondire, dato il suo legame con il mito del personaggio), non facendo mai emergere le reali motivazioni dei protagonisti, la natura del loro legame, l'inevitabilità della sua fine.

Adrien Brody e Penelope Cruz, protagonisti del biopic Manolete (2007)
E' nello sguardo enigmatico e profondo di Brody, nella fisicità vitale della Cruz, in quello che la loro alchimia sottintende, che si riesce a intuire un film che non c'è: quello che avremmo potuto vedere se non ci si fosse fermati alla superficie di due caratteri così complessi, se il loro rapporto avesse acquisito una consistenza che allo stato attuale sembra solo potenziale. La bellezza onirica del finale sembra solo un contentino allo spettatore, la conclusione di una storia che abbiamo immaginato, intuito, più che visto: il Manolete e la Lupe sommersi, quelli che Meyjes non ha potuto (o voluto) far emergere. Quello che resta, è un senso di incompiutezza e la sensazione di aver solo accarezzato, sfiorato, qualcosa che invece sarebbe stato bello afferrare e (com)prendere.

Recensione Manolete (2007)
Marco Minniti
Redattore
3.0 3.0
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