After the Storm

2016, Drammatico

After the Storm: diventare ciò che si vuole essere

In un film dal sapore personale, il regista di Like Father, Like Son torna ad affrontare il tema della paternità riflettendo sulla difficoltà di essere come si vorrebbe nella vita.

After the Storm: Yoko Maki e Hiroshi Abe in una scena del film

Il Festival di Cannes, forse più di altri eventi cinematografici, ha i suoi autori affezionati, quei registi che non possono mancare in cartellone se hanno un film pronto da presentare. Negli ultimi anni, uno di questi è stato il giapponese Hirokazu Koreeda, passato in concorso prima con il magnifico Father and Son nel 2013, portando a casa un meritato premio della giuria, e poi con il delicato Little Sister, lo scorso anno.

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Torno a Cannes anche nel 2016 portando il suo After the Storm nella sezione parallela Un Certain Regard, segnando, dal punto di vista del prestigio, un palese passo indietro. Ma vanno considerati due fattori: prima di tutto l'importanza della principale sezione parallela del Festival di Cannes, che ospita ogni anno importanti autori, in secondo luogo il livello mediamente alto del concorso internazionale di questa edizione, che ha relegato ancora una volta un autore come Pablo Larrain nella Quinzaine des realizateurs pur con un film sorprendente come Neruda. Insomma per Kore-eda si tratta di un ridimensionamento che potrebbe essere solo temporaneo.

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Il proprio posto nel mondo

After the Storm: Hiroshi Abe in una scena del film

Anche in questo nuovo lavoro è il rapporto padre/figlio ad essere centrale nel raccontare la storia di Ryota, un uomo che ancora fatica a capire chi voglia essere e come diventarlo: dopo aver vinto un concorso letterario col suo primo romanzo, infatti, Ryota si è adagiato su quel parziale successo, trascurando scrittura e famiglia e perdendosi nel gioco d'azzardo. Il risultato è l'incapacità di scrivere ancora al livello degli esordi e soprattutto l'aver perso la famiglia, una moglie ed un figlio che ormai vede una volta al mese senza riuscire ad instaurare un legame solido con lui. Né va meglio con la madre Yoshiko e la sorella, almeno fino alla morte del padre che in qualche modo, complice un tifone che costringe lui, la ex e il figlio a casa della madre, lo obbliga a (ri)prendere in pugno la sua vita e decidere, finalmente, quale strada prendere per ricostruire sé stesso.

Una storia personale

After the Storm: Kirin Kiki e Hiroshi Abe in una scena del film

Se la storia di After the Storm risuona di sensazioni così reali è anche perché affonda le radici in situazioni e riflessioni dello stesso Koreeda, che si è ispirato ai cambiamenti occorsi nella sua vita alla morte dei genitori, rendendolo il film più vicino a ciò che lui stesso è nella realtà. Lo stesso quartiere in cui vive il personaggio di Yoshiko è ispirato a quello in cui la madre del regista si è trasferita alla morte del marito e le riprese si sono svolte nel complesso di Asahigaoka a Kiyose, Tokyo, dove Koreeda è vissuto dai 9 ai 28 anni. Ed è evidente come questo contatto con la realtà contribuisca a dare spessore e autenticità alla storia che ci viene raccontata.

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Il tocco di Koreeda

After the Storm: un primo piano di Kirin Kiki

Chi conosce le recenti opere del regista giapponese, non faticherà infatti a trovare quel tocco, quello stile, quella capacità di raccontare con delicatezza ed una levità unica, ma anche quell'abilità a toccare le corde dell'emozione con gesti e dettagli piccoli, apparentemente insignificanti, come è comune a tanto cinema orientale e che Koreeda sa sfruttare al meglio. Un'attenzione al dettaglio, assecondata dall'aspetto autobiografico a cui abbiamo accennato e l'accorta scelta delle musiche, che serpeggia per tutta la pellicola e gli consente di mettere in scena alcune sequenze di grande impatto emotivo, come quella al parco, sotto la pioggia scrosciante, in cui il racconto del rapporto padre/figlio giunge a un punto di svolta.

Il valore del cast

After the Storm: un bel primo piano di Yoko Maki

Se un film delicato come After the Storm funziona è perché Koreeda conferma il suo talento del dirigere i suoi interpreti, dalla fidata e impagabile Kirin Kiki, capace di catalizzare su di sé l'attenzione in tutte le sequenze che la vedono protagonista, ad Hiroshi Abe, che riflette sfacciataggine ed insieme fragilità di Ryota, e Yoko Maki, che dona decisione e forza alla sua Kyoko, ex moglie di Ryota. Ma sorprende anche la naturalezza del piccolo Satomi Kobayashi, che dopo i piccoli protagonisti di Like Father, Like Son conferma la capacità del regista giapponese nel lavorare con dei bambini. Se vogliamo trovare un parallelo tra questo lavoro ed i precedenti, possiamo avvicinare After the Storm a Little Sister che però risultata un filo più sdolcinato, ponendosi un gradino sotto quel gioiello che è stato Father and Son che con la stessa delicata cura riusciva a raccontare una storia più profonda e riflessiva.

After the Storm: diventare ciò che si vuole essere
Antonio Cuomo
Redattore
3.5 3.5
Cannes 2016
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