Patrick Zaki è stato arresto in Egitto il 7 febbraio 2020: il giovane ricercatore dell'Università di Bologna è accusato di propaganda sovversiva. Zaki, nonostante la mobilitazione internazionale, è stato nelle carceri del suo paese per 22 mesi.
Patrick Zaki è stato arrestato mentre stava facendo ritorno a casa, nella sua città a Mansoura. Il giovane universitario aveva deciso di prendersi una breve vacanza per andare a salutare i suoi genitori che non vedeva da tempo. Appena atterrato all'Aeroporto Internazionale del Cairo, alcuni agenti lo hanno circondato e portato in carcere. Contro di lui, nel settembre del 2019, era stato emesso un mandato di cattura.
L'arresto viene formalizzato il giorno dopo. La polizia egiziana, nel verbale d'arresto, scrive che Zaki è stato arrestato ad un posto di blocco nel quartiere Jadyala della sua città natale. Secondo alcune organizzazioni in favore dei diritti umani, durante il primo interrogatorio Patrick sarebbe stato torturato e al ragazzo è stato chiesto conto della sua attività in favore della comunità Lgbt. A Zaki è stato contestato anche il suo attivismo a favore dell'Organizzazione non governativa egiziana Eipr, nota per le sue battaglie in favore dei diritti umani.
I capi d'accusa formulati nel mandato d'arresto sono: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. Nello specifico gli vengono contestati alcuni post antigovernativi pubblicati su Facebook.
A proposito delle presunte torture subite da Patrick Zaki il suo avvocato sostiene che il giovane ricercatore dell'Università bolognese ha subito 17 ore di torture con minacce di stupro, colpi allo stomaco, alla schiena e scariche elettriche. La Procura Generale di Mansura ha smentito queste affermazioni sostenendo che lo stato di salute del detenuto era buono. Zaki rischia 25 anni di carcere.
Patrick Zaki è stato scarcerato dopo 22 mesi, l'8 dicembre 2021, il ragazzo è uscito dal commissariato di Mansura con addosso ancora la tuta e le scarpe da ginnastica bianche, quelle degli imputati nei processi egiziani.