Con tredici nomination ai David di Donatello e un chiaro apprezzamento internazionale, Diaz rappresenta senza alcun ombra di dubbio il successo più grande della sua carriera, ma Daniele Vicari non è certo nuovo agli apprezzamenti nei confronti del suo lavoro. Da sempre diviso tra il linguaggio di finzione e quello documentaristico, il regista ha come punto fermo l'impegno politico e sociale, mirando sempre a porre l'attenzione su quelli che sono i quesiti necessari per comprendere e, in caso, far evolvere il nostro paese. Da questa esigenza nascono le prime esperienze cinematografiche di Comunisti, Uomini e lupi e Non mi basta mai. Un lungo lavoro di documentazione e critica, questo, svolto fuori da qualsiasi appartenenza politica che nel 2002 porta al successo di Velocità massima con cui riceve il suo primo David. Ed è per questo impegno costante che oggi la trentunesima edizione del Bellaria FilmFestival gli ha attribuito il Premio Casa Rossa alla Carriera, spingendolo a fare il punto sul suo cinema.
Vicari, come ha reagito alla notizia di questo premio alla carriera assegnato ad un'età anagrafica e artistica così giovane? Daniele Vicari: Sono sorpreso, è ovvio. Però, il senso attribuito dal direttore del festival a questo premio, mi ha convinto. Vuol dire che un lavoro è stato messo a fuoco, anzi il fatto che sia stato riconosciuto gli conferisce un valore e ti aiuta a mettere a visualizzare il percorso fatto. In questo modo si è aiutati a fare il punto sulla propria attività anche se ventenni. Anzi, soprattutto se sei giovane.
In che modo ha intenzione di di spostare il limite con il suo cinema, diviso sempre tra finzione e documentario? Daniele Vicari: Non credo che esista alcuna differenza tra un film documentario e uno di finzione, per lo stesso motivo che non credo ci sia differenza tra raccontare storie intime o legate a vicende d'importanza sociale. L'unico atteggiamento che cambia è l'atteggiamento del regista. In questo momento, ad esempio, abbiamo bisogno di una classe intellettuale, di cui fanno parte artisti e giornalisti, capace di mettersi in gioco. Stiamo riflettendo sul nostro passato recente, cercando di capire cosa è accaduto e cosa ha determinato il nostro modo di essere. Perché non credo ci sia alcun limite tra un evento soggettivo ed uno politico. D'altronde nessuno di noi vive nell'isolamento dorato ma all'interno di una società globale.
In questo momento sta lavorando a Limbo, il romanzo di Melania Mazzucco. A che punto è dell'adattamento? Daniele Vicari: Del romanzo mi ha colpito l'esperienza di questa giovane donna che, nonostante sia tornata ferita dall'Afghanistan, vuole ripetere l'esperienza. Quando si vuole fare un film da un romanzo, però, è importante trovare una chiave di lettura e ancora non ci sono riuscito con questo. Vedete, noi facciamo finta di non essere un paese in guerra e solo questo particolare rende la realizzazione di una storia del genere necessaria. Tutti i giorni conduciamo la quotidianità della nostra vita come se nulla fosse poi, però, all'improvviso esce fuori un pazzo con un machete e tutti ci chiediamo da dove venga. Quindi, se non vogliamo che questa domanda sia l'espressione della nostra tragica mancanza di coscienza, dobbiamo porci dei quesiti.
Quale impatto ha oggi il documentario sull'industria cinematografica italiana?
Daniele Vicari: Il cinema documentario, anche dal punto di vista dei numeri, è piu importante delle fiction. Se ci pensiamo, facciamo 400 film l'anno senza mercato. Questo porta inevitabilmente a presentare almeno dieci prodotti validi. E non credo si possa dire altrettanto per la fiction. Inoltre, nel cinema tradizionale, fatto con gli attori, sono pochi i registi che riescono ad essere veramente liberi, fino in fondo. Ci sono sempre gli stessi attori, cambia la musica ma la faccia è la stessa. Poi, da spettatore, la cosa più triste che ti possa capitare è di pensare che si tratti sempre dello stesso film. Questo vuol dire che siamo in una situazione di totale mancanza di libertà. Un elemento che si deve conquistare passo dopo passo, riuscendo a dire anche dei no importanti ai produttori. Nel documentario, invece, questa problematica non esiste visto che non ci sono committenti. In questo modo un regista, che utilizza questo linguaggio per raccontare una storia, si pone solo il problema del narratore.
Che libertà hai avuto lavorando con Procacci? Vi siete scontrati? Daniele Vicari: Con Domenico abbiamo litigato moltissimo. Non credo nelle mammolette e mi piace stare accanto a persone che confliggono con me, perché è lì che la creatività trova il suo spazio. Ad esempio, un regista che soggioga il proprio montatore, rischia di fare un'idiozia. Lo scontro tra persone che condividono un'esperienza personale come fare un film è necessaria. Ci deve essere qualcuno che non è d'accordo. Con Domenico c'è un confronto costantemente acceso, ma se continua da dieci anni vuol dire che c'è anche una dialettica produttiva.