Le sentiment de la chair

2010, Drammatico

Recensione Le sentiment de la chair (2010)

L'esordio alla regia di Roberto Garzelli si rivela viziato da un intellettualismo stucchevole, che passando per voluta freddezza nel rappresentare una storia estrema, finisce invero per generare tedio.

Un'algida radiografia

Hèlèna è una giovane laureata in medicina, nata a Firenze, che sta facendo la scuola di specializzazione in Francia. Qui incontra Benoit, professore universitario e radiologo, che la sottopone a una lastra dopo che la ragazza ha iniziato a sentire dolori addominali. I due si conoscono e tra di loro nasce una relazione, mentre entrambi si scoprono sempre più affascinati dalla visione dell'interno del corpo dell'altro. La "violazione" dell'intimità del corpo tramite gli strumenti medici, ancora più forte di quella della nudità, diventa per i due una vera e propria ossessione, che dà al loro rapporto un carattere sempre più autodistruttivo.
La prima cosa che risulta evidente, nell'esordio alla regia dell'italo-francese Roberto Garzelli, è la sua notevole freddezza di tono. Nel raccontare una storia d'amore caratterizzata da pulsioni erotiche estreme, che crescono di intensità insieme al coinvolgimento dei due protagonisti, il regista sceglie di mantenere un occhio distaccato, con un approccio che vorrebbe essere forse quello dell'esame clinico, freddo e neutro, su un rapporto non convenzionale. Il modello, nel rappresentare pulsioni che hanno nella fascinazione per il corpo (e per i suoi segreti) la loro caratteristica principale, è quello del cinema di David Cronenberg, specie nelle sue opere contemporaneamente più radicali e meno grafiche (Inseparabili, M. Butterfly). Il paragone appare tuttavia impietoso per il film di Garzelli, che risulta comunque una pellicola sbagliata anche presa come opera a sé stante.

Una scena del film Le sentiment de la chair
La freddezza nell'approccio alla materia, evidente anche nella fotografia dai toni desaturati, e in una regia visivamente molto controllata, non priva in sé di una sua peculiare eleganza, diventa qui intellettualismo stucchevole, anche un po' fine a sé stesso. Se si sceglie di fare una radiografia di una storia d'amore, anche estrema come quella qui rappresentata, si deve essere in grado di far trapelare da essa anche i sentimenti, trattati magari in modo neutro, ma pur sempre visibili, anche in controluce. Qui, lo stile piano della narrazione genera presto tedio e disinteresse, mentre le azioni dei due protagonisti sono a malapena giustificate da una sceneggiatura che, distaccandosene, finisce per trasformarli in figurine bidimensionali, puri pretesti per mettere insieme una storia di pulsioni estreme che presa in sé non sta in piedi. La passione autodistruttiva, il vortice che progressivamente coinvolge i due personaggi fino a risucchiarli, appare ben poco credibile per ciò che vediamo sullo schermo: una serie di azioni stereotipate, allontanamenti e riavvicinamenti incomprensibili e ingiustificati, un climax mal costruito che porta a un finale la cui portata drammatica resta solo teorica. La carne e il sangue, elementi centrali di storie come questa, vengono messi in scena senza sussulti, in un contesto algido che non coinvolge, dando l'impressione di restare sempre a un livello molto superficiale.

Non aiuta in questo neanche la prova poco convincente, e poco convinta, dei due protagonisti, forse diretti da par loro in modo non impeccabile: se sul volto di Stéphanie Andriot non traspare nulla della disperazione e della passione ossessiva che il suo personaggio dovrebbe esprimere, Etienne Durot appare invece imperturbabile dall'inizio alla fine, anche quando il suo personaggio attraversa quello che la sceneggiatura ci presenta come un conflitto interiore. Così, se anche alcune delle immagini, e in particolar modo il finale, possono disturbare a un livello puramente visivo, anche questo resta un effetto superficiale: sia emotivamente che intellettualmente, lo spettatore resta lontano dal film, senza percepirne mai l'anima, o quel cuore pulsante che, se esiste, il regista ha scelto di tenere celato.

Recensione Le sentiment de la chair (2010)
Marco Minniti
Redattore
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