The Humans, la recensione: un (grande) film horror senza essere un film horror

La recensione di The Humans di Stephen Karam: una casa che scricchiola, i traumi di New York, le ossessioni di una famiglia divisa tra incubi e realtà. Dove vederlo? In streaming su Mubi dal 12 agosto.

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The Humans: Richard Jenkins, Jayne Houdyshell in una scena del film

Un film dell'orrore senza essere un film dell'orrore. Uno spazio delineato, asciutto, scricchiolante. Un appartamento in cui c'è poca luce, come quasi tutti gli appartamenti newyorkesi riservati alla middle-class. L'esterno non lo vediamo quasi mai, ma sappiamo che è collocato tra Chinatown e Wall Street, non troppo lontano da quella Ground Zero divenuta oggi sinonimo di speranza e rinascita. Ecco, l'esterno: in The Humans di Stephen Karam le sensazioni e gli umori sono dettati esclusivamente dall'interno che, però, è influenzato dai retaggi di un mondo diventato distante e inospitale; e ci troviamo in una casa appena acquistata che assomiglia a un palcoscenico, con tanto di polvere, spifferi, tremiti. Del resto, non possiamo non iniziare questa recensione di The Humans senza raccontarvi da dove arriva il film, finalmente in Italia grazie a Mubi. Prodotto e distribuito da A24 (brand che non sbaglia un titolo, venendo incontro alle esigenze degli spettatori più attenti e affamati) The Humans è tratto direttamente dalla pièce teatrale di Karam, passata a Broadway nel 2016, vincendo un Tony Awards for Best Play.

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The Humans: Richard Jenkins, Jayne Houdyshell, Steven Yeun in una scena del film

Da Broadway al cinema

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The Humans: Richard Jenkins, Steven Yeun in una scena del film

Naturalmente, l'approccio che Karam dà al suo film non poteva non essere strettamente continuo al linguaggio teatrale, pur rielaborandolo sotto forma di immagini e di potenti percezioni cinematografiche. Per farlo, vista la verbosità chiaramente necessaria, parte da un cast perfetto che compone la famiglia Blake: Richard Jenkins, Amy Schumer, Steve Yeun, Beanie Feldstein e la stessa Jayne Houdyshell che riprende il ruolo dopo aver vinto un Tony grazie allo spettacolo teatrale. I Blake, appunto, si riuniscono nella nuova casa di Brigid (Beanie Feldstein), spoglia e ancora da arredare, per festeggiare il Giorno del Ringraziamento. Parola dopo parola, però, vengono fuori verità famigliari a lungo taciute, creando un clima stridente come sono stridenti gli inquietanti rumori che provengono dalle mura e dalle tubature di una casa che l'occhio di Karam immagina come una sorta di labirinto mentale; un labirinto sviluppato dalle ossessioni di Erik Blake (Richard Jenkins), accartocciato sui suoi segreti (che rivelerà), sopra i suoi incubi (una donna senza volto) e sui traumi passati (il 9/11).

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The Humans: un'immagine del film

Una casa, una famiglia, l'orrore della verità

Ecco, i traumi, le ossessioni, gli incubi. Tre elementi portanti che sorreggono la narrativa di The Humans, in un circolo vizioso che via via consuma spazio, aria e tempo. L'atmosfera del film, ciò che lo rende affasciante quanto schizofrenico e oscuro, gioca il ruolo principale, quello che poi detta declinazioni e toni. La casa in questione, sporca e vissuta da chissà chi, sembra dettare le regole di una partita famigliare che prenderà guizzi e pieghe inaspettate. Perché non c'è paura peggiore di quella che segna il punto di non ritorno nei confronti dei propri famigliari: una parola sbagliata, una frase a metà, un silenzio, uno sguardo. The Humans enfatizza un concetto nevralgico eppure spesso taciuto: condividiamo l'esistenza più stretta e intima con persone che non abbiamo scelto secondo la nostra volontà. Al contrario della casa stessa, nel film è vuota e screpolata (riusciamo a sentirne l'odore, di umido e di chiuso), che rimbomba l'eco delle parole che girano attorno ad una tavola imbastita di cibo e incubi. In fondo sono gli incubi quelli che ci perseguitano, che restano impressi nella memoria come fossero dei ricordi vividi e ancora presenti. Per questo, l'orrore di The Humans è metterci di fronte alle verità umane, costi quel che costi.

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The Humans: una foto del film

NYC e la poetica umana post 9/11

Come detto, sono le sensazioni e le atmosfere a rendere il film di Stephen Karam una sorta di incubo cinematografico, in cui i contorni e le figure mutano in base alle cornice e alla realtà circostante. Per farlo, il regista sfrutta in pieno l'essenza piena di un cinema metaforico ed espressivo, a cominciare dalla straordinaria colonna sonora di Nico Muhly, mixata ai rumori dell'impolverato appartamento. Se la famiglia Blake è il centro pensante del film, attorno a loro è riconoscibilissima New York City. Nonostante la vediamo fugacemente un paio di volte, Karam la rende co-protagonista: sentiamo le sirene che sfrecciano in strada, il vociare, riconosciamo la luce di novembre filtrata dai vetri sporchi di una finestra che si affaccia in un cortile interno. E poi c'è quel continuo richiamo all'11 Settembre. Il personaggio di Erik Blake è stato infatti pesantemente segnato dal terribile attentato, e di conseguenza rappresenta in pieno la generazione newyorkese che ha dovuto rivedere un'esistenza correlata ad un costante senso di paura. Allora, The Humans si inserisce consciamente nella poetica americana post 9/11 divenendo (anche) un film sui risvolti intimi procurati e correlati da una tragedia collettiva. Il resto dell'orrore, come detto, è affidato alle rivelazioni finali, quelle che danno i brividi e tengono svegli la notte. Se non è un film dell'orrore questo...

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Conclusioni

Chiudiamo la recensione di The Humans sottolineando l'incredibile lavoro svolto dal regista sotto tutti i punti di vista, in quanto il film (soprattutto l'ultima parte) è qualcosa di visivamente simile ad un incubo, rendendo la visione estremamente sensoriale e oggettivamente inquietante.

Movieplayer.it
4.0/5
Voto medio
3.6/5

Perché ci piace

  • Ombre, rumori, silenzi. Un film sensoriale che riesce a trasmettere l'inquietudine voluta dal regista.
  • Il cast, coinvolto e coinvolgente.
  • La colonna sonora, sporadica eppure fondamentale.
  • Lo stile visivo e narrativo di Stephen Karam che si sposa perfettamente con il concetto di incubo.

Cosa non va

  • L'approccio teatrale è studiato, ma potrebbero non aiutare la fruizione da parte di un pubblico meno avvezzo ai ritmi compassati.