Rogue One: A Star Wars Story

2016, Azione

Star Wars e il dilemma morale delle resurrezioni digitali: oltre l'ultimo respiro

Purtroppo la scomparsa di Carrie Fisher non fa che alimentare il dibattito sulle recenti apparizioni artificiali della Principessa Leia e di Peter Cushing in Rogue One. Un tema delicato di cui proviamo ad analizzare i tanti risvolti etici.

Due sussulti nell'arco di pochi minuti. Uno mascherato, l'altro sfacciato. Succede nelle concitate battute finali di Rogue One: A Star Wars Story, segnate da una una luce bianchissima dopo tanto nero, da un bagliore candido dopo tanta rabbia cieca. Prima il risveglio del Lato Oscuro della Forza, con la veemente apparizione di un furioso Darth Vader, poi la destinataria dei tanto agognati piani della Morte Nera. La vediamo inizialmente di spalle, coperta dal celebre cappuccio bianco. Sembra quasi una sposa sull'altare, ma quello a cui stiamo per assistere non è un matrimonio, ma uno strano battesimo digitale. Il cuore dello spettatore starwarsiano palpita, pensa inizialmente "eccola", poi ragiona e dice "la vedremo solo di spalle, non si girerà mica" e invece no. Invece ecco un primo piano solare su una Principessa Leila ringiovanita artificialmente, fresca come nel 1977, pronta ad imbacarsi in Guerre stellari. Sorride, ha gli occhi colmi di soddisfazione e pronuncia una sola parola, una battuta che chiude il film: "Speranza!".

Questo, almeno sino all'uscita di Star Wars: Episode VIII, è il modo in cui Carrie Fisher ha salutato il cinema, con una parola che quasi irride la morte e invita tutti a guardare oltre, avanti, nonostante tutto. Una battuta che dopo la sua morte assume connotati poetici e beffardi insieme, una riapparizione digitale che torna a porre l'accento sulla questione "resurrezioni digitali" di cui Rogue One si fa convinto portatore, soprattutto con la sostanziosa presenza scenica di Peter Cushing, attore scomparso nel 1994, nei panni del Governatore Tarkin. Un tema delicato, che scomoda l'etica, la morale, il buon senso. Un tema che proviamo ad analizzare, in bilico tra il Lato Chiaro e il Lato Oscuro della Forza del cinema.

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Io, l'attore, il personaggio

Facciamo qualche passo indietro, perché quando ci sono dei dubbi, dicono che la Storia insegni, illumini in qualche modo. Quello del ritorno artificiale di attori scomparsi è ormai una vecchia abitudine, spesso fatta passare per assoluta necessità. Infatti a partire da Brandon Lee nel Il corvo, passando per Oliver Reed ne Il gladiatore, Philip Seymour Hoffman in Hunger Games: Il Canto della Rivolta - Parte 1 e Paul Walker in Fast & Furious 7, la "necromanzia cinematografica" è servita a terminare lavorazioni in corso, a continuare un percorso iniziato da una persona ancora in vita. In questi casi la ricostruzione è stata usata per dare continuità ad un lavoro che quell'interprete aveva accettato, ad un ruolo da lui scelto in pieno possesso del proprio libero arbitrio. C'è chi, anche per mezzi non ancora eccezionali, ha optato per ritorni in scena più discreti e celati (Lee, Reed), e chi invece non solo ha mostrato sorrisi, espressioni e primi piani alla luce del sole (ci riferiamo allo straziante saluto finale tra Toretto e Brian), ma ha celebrato un addio proprio con saluti metacinematografici (siamo sempre nel finale di Fast & Furious 7). Ecco, quello che colpisce davvero dei ritorni digitali di Rogue One è proprio la manifesta sicurezza con cui sono stati esibiti i volti di Cushing e Fisher.

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Peter Cushing e Carrie Fisher nella saga di Star Wars

Nessun profilo, niente volti nell'ombra o battute di spalle, ma una eclatante messa in scena di pupille, rughe, sguardi severi e sorrisi, grazie alle bacchette davvero magiche della Industrial Light & Magic. Ora, lasciando da parte una Carrie Fisher ancora in vita e in piena orbita starwarsiana ai tempi delle riprese di Rogue One, la questione morale si sposta tutta su Cushing, un attore deceduto 23 anni fa che "ritorna in vita" senza averlo deciso, né tantomeno esserne consapevole. Sia chiaro, il dilemma non vuole essere legale, non ci interessa sapere come sia stato possibile (firme su vecchi e lungimiranti contratti, permessi di eredi, etc.), ma quanto sia stato giusto farlo. Se gli altri attori nominati finora sono stati rievocati per chiudere lavori iniziati e scelti da loro, Peter Cushing non lo ha fatto. Non avrebbe mai potuto. Quindi la domanda è: un attore diventa il proprio personaggio? Si annulla e si confonde in esso? Il potere evocativo della sua immagine vince sul valore della persona? Carrie Fisher era consapevole di essere "l'emanazione della Principessa Leila", ma possibile che l'impatto emotivo dell'immaginario collettivo sia autorizzato a schiacciare l'individuo alla base di tutto?

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Digito ergo sum?

The Congress: Robin Wright in una scena del film di Ari Folman

Forse non siamo affatto lontani dal futuro pseudo-distopico immaginato da The Congress, visionario e sottovalutato film di Ari Folman, dove Robin Wright interpreta una Robin Wright alla deriva, la cui fama si è relegata a vecchi ruoli ormai quasi dimenticati. Almeno sino a quando un celebre studio cinematografico le propone un contratto vitalizio, un moderno patto di Faust tramite il quale l'interprete concede l'utilizzo della sua immagine per gli anni a venire. Per sempre Robin Wright. Anche senza Robin Wright. Anche tra centinaia di anni, a recitare ruoli mai accettati, a leggere battute di copioni mai letti. "Vogliamo scannerizzarti, vogliamo scannerizzare ogni parte di te: il tuo corpo, il tuo viso, le tue emozioni, le tue risate, le tue lacrime. Vogliamo immagazzinarti, preservarti. Vogliamo possedere questa piccola cosetta chiamata Robin Wright". Sono queste le parole impietose e sincere del produttore durante la scansione totale dell'attrice.

Un esempio utile alla nostra discussione, per certi versi sovrapponibile al caso Cushing, capace anche di farci arrivare ad una conclusione. È ancora giusto usare l'espressione "prestare la propria immagine"? Cosa c'è di prestato in qualcosa che non torna più indietro al suo proprietario? Qualcosa che evade dal suo controllo, dalle sue scelte, dalla sua abilità. Peter Cushing è il testimonial involontario delle immagini vendute, affidate a vita nelle mani delle major che si nutrono di vecchi miti per alimentare la nostra nostalgia. Così la distanza tra persona e personaggio, individuo e sua immagine filmica si fa ancora più netta, quasi abissale. Al pubblico spetta riempire questo abisso con soddisfazione, entusiasmo, fastidio oppure sdegno. Oppure, potremmo dire il contrario, ovvero che il legame strettissimo tra attore e ruolo resta l'unico, inamovibile vincolo in mezzo ad infinite (ed inquietanti) possibilità. Sarebbe lecito usare il volto di Carrie Fisher per farne qualcosa diverso da Leila? Giusto immaginare Cushing al di fuori delle losche schiere dell'Impero? Qui siamo certi di una risposta negativa, altrimenti entreremmo in un folle e delirante cimitero travestito da luna park, dove qualsiasi vecchio attore e qualunque attrice defunta potrebbe essere ripescato, riutilizzato come un fantoccio per chissà quale opera cinematografica. Idee buone, forse, per la quarta stagione di Black Mirror.

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Il prezzo della nostra meraviglia

Heath Ledger in una scena del film Parnassus di Terry Gilliam

Nonostante il sottotitolo del suo film, Terry Gilliam con Parnassus - L'uomo che voleva ingannare il diavolo decise di non giocare affatto con la morte, di non farsi tentare dalle "diavolerie" della tecnica. Quando Heath Ledger morì, la produzione del film si fermò per poi imboccare una via particolare: sostituire l'attore ormai deceduto con altri tre interpreti (Johnny Depp, Colin Farrell e Jude Law). Quella fu la volta in cui la persona vinse sul personaggio, un protagonista poi trasfigurato, duttile, camaleontico, aiutato senza dubbio dal solito stile immaginifico del regista statunitense. Una scelta del genere sarebbe stata possibile in Rogue One? Certamente no, perché si tratta di personaggi talmente iconici ed intoccabili da non ammettere altre declinazioni, altri volti diversi dagli originali.

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George Lucas sul set di un film della saga di Star Wars con Carrie Fisher e Peter Cushing

Non possiamo immaginare la sensibilità di tutti, ma siamo certi che in molti saranno rimasti a bocca aperta davanti al Grand Moff Tarkin visto in Rogue One, prede di una strana emozione, di una meraviglia inattesa, nuova, ma comunque eccitati dal miracolo presente sullo schermo. E chi non ha sofferto di una lieve tachicardia davanti a quel sorriso finale di cui sopra, con la giovane Carrie Fisher piena di quell'antico candore? Insomma l'effetto sfrutta l'affetto. Sfrutta la nostra memoria, fa leva sulla nostra intramontabile nostalgia, conserva e ricostruisce quei vecchi volti per tenere viva la magia. Ma che prezzo ha questo trucco? I remake non erano solo dei film o possono anche esserlo le persone? Come direbbe qualcuno: "Risposta difficile è, questione oscura mi sembra. Nel tuo cuore scovare tu devi".

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