Master and Commander: Sfida ai confini del mare

2003, Avventura

Recensione Master and Commander: Sfida ai confini del mare (2003)

Appena saliti a bordo di Master & Commander, si capisce subito che questo vascello cinematografico salperà portandoci al largo, attraverso gli spazi più lontani e dimenticati dell'oceano dell'immaginario cinematografico.

Federico Gironi

Sapore di sale

Appena saliti a bordo di Master and Commander: Sfida ai confini del mare, si capisce subito che questo vascello cinematografico salperà portandoci al largo, attraverso gli spazi più lontani e dimenticati dell'oceano dell'immaginario cinematografico. Fin dalle prime immagini del film inizamo subito a respirare l'aria del classico cinema d'avventura hollywoodiano, quello che getta le sue radici marinare in film come il Capitan Blood con Errol Flynn, passando per Le avventure del Capitano Hornblower il temerario con Gregory Peck, per arrivare (in più di un senso) al Moby Dick la balena bianca di John Huston, sempre con Peck.

Sensazione che deriva in parte dal fatto che la maggior parte degli oltre 135 milioni di dollari del budget sono stati spesi per volontà di Peter Weir non per banali, scontati e contemporaneissimi effetti in CGI (pur presenti ma utilizzati in maniera antimoderna e discreta), ma per ricreare con il massimo del realismo possibile la nave della Marina di Sua Maestà britannica Surprise: un realismo grazie al quale fin dalle prime immagini del film ci si perde nel rollio e nel beccheggio dello scafo, nello scricchiolare del fasciame sotto la forza delle onde, dal rumore delle sartie che si tendono sotto il soffio possente dei venti oceanici. E testimoniato dalla prima improvvisa e spettacolare battaglia che stupisce non solo per la forza delle immagini ma anche per il mostrare l'andare in pezzi ed il frantumarsi di una materia dimenticata come il legno, spiazzando lo spettatore abituato a grovigli di metalli, plastiche sintetiche o nel migliore/peggiore dei casi a violente ibridazioni di questi materiali con la carne umana.
Ma oltre a questo realismo materiale e fisico, a portarci in territori oramai quasi dimenticati dalla Hollywood contemporanea sono i personaggi, i protagonisti del film e le loro psicologie. Russell Crowe, icona eccentrica al divismo hollywoodiano, sanguigno, amante di birra, rock e discussioni spesso risolte a mani nude, ma anche uomo sensibile e non banale, si cala alla perfezione nei panni del capitano Jack Aubrey, Jack il fortunato, com'è chiamato dal suo equipaggio. Il ritratto che ne fa è quello di un uomo coraggioso e leale, un uomo d'altri tempi, quel tipo d'uomo - direbbero i nostri nonni - di cui si è perso lo stampo. Il Jack Aubrey di Russell Crowe è una perfetta sintesi dei personaggi interpretati da Erroll Flynn e da Gregory Peck nei film prima citati: l'ossessione achabiana di Lucky Jack per la sua preda (quella nave francese - l'Acheron - troppo più veloce ed armata della Surprise che li ha feriti nel corpo e nell'orgoglio al primo attacco e che inseguirà ossessivamente, sacrificando quasi tutto per vendicarsi dell'onta subita) non sfocia mai nella follia e nell'autodistruttività del capitano che insegue la sua balena bianca, stemperandosi nel pragmatismo, nel senso del dovere, e in un ironia di fondo molto simile a quella di Blood e di Hornblower. E a bilanciare, specchiare, completare il personaggio di Russell Crowe c'è quello del dott. Stephen Maturin, il medico di bordo, amico di lunga data di Lucky Jack, interpretato da un altrettanto bravo Paul Bettany. I personaggi sono due facce di una stessa medaglia: se Jack è come lo abbiamo descritto, Maturin è idealista, filosofo e sognatore. Anche Maturin è vittima di un'ossessione quasi achabiana: quella di essere il primo scienziato a studiare le specie animali di quel luogo (anche quello) lontano da ogni altra realtà che sono le Isole Galapagos; e anche lui, come il capitano Jack, dovrà distaccarsi di questa ossessione per poterla quindi cancellare realizzandola.

Tutto questo è frutto della guida di un timoniere esperto e sottovalutato come Peter Weir, un regista che nel corso della sua carriera si è cimentato con successo con generi cinematografici molto diversi tra loro, grazie a uno stile che riesce a essere al tempo stesso personale ma "mimetico". In Master & Commander Weir si ispira non solo ai romanzi di Patrick O'Brian da cui è stato tratto, ma a una lunga lista di letteratura marinara, che parte da La ballata del vecchio marinaio di Samuel Coleridge passando per il Moby Dick di Herman Melville e persino le opere fantastiche e orrorifiche di un William H. Hodgson: e sfrutta questo immaginario, fatto di solitudine, superstizioni, di nebbie che nascondono ombre inquietanti e minacciose (la Acheron attacca all'inizio proprio da dietro banchi di nebbia, e non viene immediatamente respinta perché l'ufficiale di vedetta ha timore di essersi fatto ingannare da un'ombra), di doppiaggi di Capo Horn da eseguire ad ogni costo, di bonacce interminabili, per declinare ancora una volta molti dei suoi temi di riferimento: temi come l'isolamento, la calma irreale, la magia che pervade luoghi e situazioni, che fin da Picnic ad Hanging Rock, passando per Witness - il testimone, arrivando fino a The Truman Show.

Terminata l'avvincente e avventurosa navigazione a bordo del vascello di Master & Commander, rientrati nel porto tranquillo e abituale della realtà, restano quindi nel cuore e nel cervello le sensazioni forti, reali, troppo a lungo dimenticate di una storia e di personaggi che fanno dell'umanità, della loro aura di dignità e coraggio, del loro senso dell'onore i loro punti di forza.

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