Alien: La clonazione

1997, Fantascienza

Recensione Alien: La clonazione (1997)

Siamo lontani - ormai irreparabilmente lontani - dalle atmosfere roventi dei primi due film della saga, due capolavori che sono rimasti a fornire un passato illustre ad un feticcio horror quale è ormai il nostro alieno.

Resurrezione mancata

Dopo lo storico, indimenticabile e disturbante Alien a firma Ridley Scott, il frenetico Aliens - Scontro finale di James Cameron e il claustrofobico Alien 3 di David Fincher, la saga dell'alieno più temuto della storia del cinema passa nel 1997 nelle mani di Jean-Pierre Jeunet, che era reduce dai successi di critica ottenuti con i deliziosi Delicatessen e La città dei bambini perduti. Il talento visivo e l'originalità del cineasta francese (celebrato in tutto il mondo nel 2001 per Il favoloso mondo di Amélie) doveva dare nuova linfa ad una serie che sembrava essersi esaurita con l'episodio di Fincher. Ma è fatto noto nelle serie di successo non basta il certificato di morte del personaggio principale per scrivere la parola fine. In questo caso, la coraggiosa Ellen Ripley, che si era sacrificata per impedire il germogliare di una nuova stirpe di alieni, viene clonata dopo 200 anni da ingegneri genetici talmente efficienti da riuscire a riprodurre all'interno del suo corpo anche quello della regina xenomorfa di cui era stata impregnata. Altra particolarità di questa clonazione, la paziente ricorda perfettamente i fatti che hanno portato alla sua morte, e pochi giorni dopo il "parto" è in grado di mettere al corrente i fautori dell'impresa, scienziati e militari, del fatto che "moriranno tutti". Naturalmente, la signora ha ragione.

Questi sono i presupposti della sceneggiatura di Alien: La clonazione , opera di quel Joss Whedon che è anche il papà di Buffy l'Ammazzavampiri. Non che l'idea in sé fosse formidabile, ma pare che gli interventi del regista non siano andati a vantaggio della solidità e della "verosimiglianza" del soggetto: il pasticcio genetico che fa del "Clone 8" un ibrido alieno con la coscienza del suo passato, e nel contempo le dona un legame viscerale con gli alieni, andava circostanziato meglio per giustificare e sostenere i nodi fondamentali del plot, e in particolare il pessimo finale.
Un altro problema di questa sceneggiatura - e del film - è proprio Sigourney Weaver, o meglio Ellen Ripley, o meglio ancora la centralità narrativa di questo personaggio. Al termine di Aliens di Cameron, che era un film corale come il suo predecessore, Ripley non era più sola: al suo fianco c'erano un bel marine con cui la immaginavamo già felicemente accasata, un androide bravo e affidabile, e la piccola Newt. La saga avrebbe potuto prendere una piega molto diversa: bastava che la Fox decidesse di utilizzare, per il terzo episodio, la sceneggiatura che aveva scritto il romanziere William Gibson. Fu invece scelta quella di Vincent Ward, e Ripley tornò ad essere un'eroina solitaria: di conseguenza sia nel film di Fincher che in quello di Jeunet tutta l'attenzione è focalizzata sul suo personaggio, e il poco rilevo dato agli altri riduce nettamente l'empatia nello spettatore. La personalità della protagonista è peraltro stravolta, in questa pellicola, rispetto a quella che conoscevamo - la Ripley intensa, disperata ma indomita dei precedenti episodi ha lasciato il posto a un mostro sociopatico che se la cava meglio di Larry Bird coi tiri da tre e aggredisce degli sconosciuti per puro divertimento.
Se non altro, i comprimari che l'attorniano ne La clonazione sono un po' più simpatici dei criminali psicotici e maniaci religiosi di Alien 3: la ciurma malassortita della Betty offre qualche tipo umano cui una struttura narrativa meglio congegnata avrebbe potuto farci affezionare. Intendiamoci, non stiamo parlando di Call, il personaggio interpretato da Winona Ryder, assolutamente loffio e insignificante; assai più del bel faccino di Winona, qui colpiscono le fattezze grottesche e truci di Vriess e Johner, interpretati da Dominique Pinon e Ron Perlman, due attori molto amati da Jeunet. Ma la delusione più grande non ci viene dalla Ryder, ma da quello che è sempre stato il personaggio vincente della saga: l'alieno. La creatura che Scott aveva fatto solamente intravedere e di cui Cameron aveva sfruttato la potenza devastante qui finisce sottovetro. Quel minimo di tensione che un plot del genere poteva creare subisce un crollo verticale quando vediamo uno di questi esseri letali che fa a gara di smorfie con lo scienziato pazzoide. Il fascino dell'alieno ne esce demolito: non funziona più, e quel che resta è un pupazzo che non spaventerà più nessuno.
Ci ritroviamo così in fuga insieme a Super Ripley, a Dull Call e ad altri individui di cui poco ci cale, minacciati da un mostro che non fa paura.
Eppure non ci si annoia. Perché un pregio questo film ce l'ha, ed è quello di essere visivamente molto bello, piacevole e sorprendente da guardare - almeno per chi non si scompone per qualche immagine cruenta. Il talento di Jeunet non è del tutto latitante, e la regia ha un paio di autentici slanci che salvano il film dalla piattezza. Siamo però lontani dai colori conturbanti e dalle adorabili follie di Amélie, di Delicatessen e di La città dei bambini perduti. E siamo lontani - ormai irreparabilmente lontani - dalle atmosfere roventi dei primi due film della saga, due capolavori che sono rimasti a fornire un passato illustre ad un feticcio horror quale è ormai il nostro alieno, caduto nelle mani di Paul W.S. Anderson che, tra contaminazioni e retaggio videoludico, gli ha aizzato contro il ben più meschino Predator.

Recensione Alien: La clonazione (1997)
Alessia Starace
Redattore
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