Recensione Violet (2014)

Debutto nel lungometraggio del regista belga Bas Devos, Violet è un film di rara poesia che riesce a raccontare con immagini evocative e senza parole inutili un dramma doloroso.

Se l'adolescenza è uno dei passaggi più delicati della vita umana, quella di Jesse lo è ancora di più. Il ragazzino ha visto morire sotto i propri occhi il suo amico Jonas, accoltellato da due coetanei all'interno di un centro commerciale di Bruxelles. Al dolore per la tragica scomparsa dell'amico si aggiunge la vergogna per essere stato accusato di codardia da uno dei membri del gruppo con cui è solito andare in giro a bordo di una bici BMX. In un lunghissimo percorso di risalita, Jesse torna a vedere la luce quando finalmente realizza la gravità della separazione a cui è stato costretto, riappropriandosi della sua vita, scoprendo l'affettività del padre e della madre, e il valore di un evento che, pur tra mille difficoltà, lo fa crescere.

Il regista belga Bas Devos debutta nel lungometraggio con un film importante, ricco di sfumature e tenerezza, già premiato all'ultima Berlinale come miglior opera della sezione Generation. Ciò che rende Violet un'opera estremamente riuscita è l'approfondito lavoro psicologico sui personaggi e al contempo la bellezza delle scelte registiche. Nei movimenti di macchina di Devos c'è massimo pudore per la vicenda raccontata e per il mondo interiore del protagonista, un adolescente che vede crollare tutte le certezze a causa di un gesto insensato e violento.

Cinema poetico

Quello di Devos è un cinema fatto essenzialmente di immagini evocative, di sequenze silenziose, che rifiutano con forza il ricorso a dialoghi artificiosi e didascalici. Non è un caso che le parole udite nel corso del film siano pochissime e ad aprire uno squarcio sulla vita del protagonista siano sempre le singole inquadrature. A parlare sono i suoni della città, i volti dei personaggi, spesso ripresi in primo piano, il delicato muoversi dei loro corpi in uno spazio ostile, come nella bellissima scena notturna in cui Jesse porta in giro la bicicletta del suo amico. Aiutato dalla fotografia di Nicolas Karakatsanis (Chi è senza colpa, The Loft), che ha lavorato sia con camera digitale che su pellicola 65 mm, Devos sottrae la vita di Jesse all'orrore del momento e racconta i sentimenti del quindicenne senza orpelli inutili. Sono fondamentali, quindi, la pazienza e la massima attenzione dello spettatore nel considerare essenziali anche i silenzi più lunghi, che non sono assenza di cose da dire, ma pause naturali nella crescita di un giovane uomo.

Violet: César De Sutter in un primo piano tratto dal film
Violet: César De Sutter in un primo piano tratto dal film

Piccolo uomo

Già solo la sequenza iniziale basterebbe per sottolineare l'estrema bravura del regista nel raccontare un caso di cronaca, senza l'isteria della violenza urlata, ma con pochi tocchi che portano noi spettatori ad assistere a quella tragedia dai monitor delle telecamere a circuito chiuso della sicurezza. Devos gioca con i rumori della sala, isolando acusticamente il teatro della tragedia, e mettendolo ancor di più in risalto. E mentre il custode si allontana, come possiamo notare dal riflesso nel monitor, il delitto si compie, un omicidio tanto fulmineo quanto brutale che però non diventa mai il centro propulsore del film. La risoluzione poliziesca del caso, con la cattura dei responsabili è infatti quasi secondaria. Il cuore di Violet resta sempre Jesse, un bravissimo Cesar De Sutter, le sue lacrime finalmente sgorgate, una risata inaspettata durante una serata passata in casa a vedere la televisione, l'abbraccio di un padre che riesce ad essergli vicino senza troppi sproloqui, la delicatezza dei genitori del suo amico che nel confronto con il proprio dolore riescono ad includere anche Jesse.

Conclusione

Violet: César De Sutter (di spalle) in una scena del film
Violet: César De Sutter (di spalle) in una scena del film

Con Violet Bas Devos dimostra maturità stilistica, umanità nello sguardo e talento nel riuscire ad evocare, con la sola forza delle immagini, lo smarrimento e lo struggimento di un'età difficile ma fondamentale, quando le strade sembrano tutte avvolte da una nebbia in cui è difficile vedere.

E pure, quasi per uno strano incantamento, si continua ad andare avanti e a crescere. Forse al cinema chiediamo questo, che si racconti la vita senza fornirci un calco di essa. Tra le opere migliori viste fino ad oggi al Torino Film Festival.

Movieplayer.it

4.0/5