Recensione Un ragionevole dubbio (2014)

Laddove Peter Howitt avrebbe potuto tentare il "salto di qualità", ovvero esplorando il conflitto etico alla radice della storia, il film compie un passo indietro e ritorna su una posizione di schematico manicheismo, in cui l'ambiguità morale introdotta nelle prime sequenze si scioglie come neve al sole.

Recensione Un ragionevole dubbio (2014)

Presunto colpevole

Mitch Brockden è un giovane procuratore distrettuale di belle speranze, dotato di una notevole capacità oratoria e della giusta dose di ambizione per costruirsi una rapida e brillante carriera. La sua vita apparentemente perfetta, corredata da un quadretto familiare che comprende l'amorevole moglie Rachel, una bambina appena nata e una villa in un grazioso quartiere residenziale nella periferia di Chicago, rischia però di crollare irrimediabilmente in pezzi quando Mitch, dopo una serata di bagordi con i suoi colleghi e un tasso alcolico decisamente superiore alla soglia consentita, ha la malaugurata idea di mettersi ugualmente al volante del proprio veicolo, a dispetto dei rischi. Com'è ovvio, un evento inaspettato metterà l'assai poco savio Mitch di fronte a una difficile scelta etica: una scelta che comporta drammatiche conseguenze, e che l'uomo tenta di aggirare con una scorciatoia alquanto vigliacca. Se non fosse che, quando apprende la notizia dell'arresto di tale Clinton Davis con l'accusa di omicidio, il procuratore, avvertendo una gravosa responsabilità morale, tenterà goffamente di "salvare capra e cavoli" in aula di tribunale, ma con conseguenze impreviste (per lui, ma non certo per lo spettatore, che con buona probabilità avrà già indovinato tutto il resto della trama con circa un'ora d'anticipo...).

Fra suspense e senso di colpa

Dominic Cooper
Il plot di un film come Un ragionevole dubbio, in base ad analogie tematiche e narrative, potrebbe scomodare inopportuni confronti con il cinema di Fritz Lang o di Alfred Hitchcock, laddove tuttavia l'ambizione dello sceneggiatore Peter A. Dowling (suo il copione del modesto Flightplan - Mistero in volo) e del regista britannico Peter Howitt (al quale non è più riuscito di replicare il successo di Sliding Doors) non arriva certo così in alto. Più modestamente, l'intento di Howitt e Dowling sembra quello di ripercorrere le strade già battute del thriller processuale con annessi meccanismi a base di colpi di scena, improvvisi ribaltamenti e suspense a profusione. E l'incipit, in effetti, qualche brivido potrebbe quasi regalarlo (quasi): una strada buia e deserta, un uomo coperto di sangue, un antieroe che si ritrova di colpo sull'orlo di una voragine... e poi, inesorabilmente, il film di Howitt si trasforma in un qualunque episodio, pure un po' stiracchiato, di un qualunque procedural TV (o meglio, di uno di quei procedural un po' blandi e old-style, non certo di quelli che concorrono agli Emmy). Già, perché in Un ragionevole dubbio tutto, ma proprio tutto, procede come da copione, ovvero seguendo quegli sviluppi che lo spettatore aveva già intuito dopo i primissimi minuti di film, ma che all'abilissimo e scaltro (sul serio?) procuratore Brockden sfuggono completamente, fino a ritrovarsi nella posizione del burattino nelle mani del "cattivissimo" di turno, incastrato da una serie di circostanze sfavorevoli e costretto a una disperata corsa contro il tempo per dimostrare la propria innocenza.

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Ambiguità morale e cliché del thriller

Un ragionevole dubbio
Laddove invece Peter Howitt avrebbe potuto tentare il "salto di qualità", ovvero esplorando il conflitto etico alla radice della storia, il film compie un passo indietro e ritorna su una posizione di schematico manicheismo, in cui l'ambiguità morale introdotta nelle prime sequenze si scioglie come neve al sole e l'intreccio giallo viene portato avanti fra svolte telefonatissime e passaggi privi della benché minima verosimiglianza (la fuga del protagonista Mitch dalla stazione di polizia nella quale, in teoria, era stato rinchiuso con l'accusa di omicidio, è forse la scena più improbabilmente ridicola vista in un thriller in tempi recenti). Una involontaria naïveté che, in altri contesti, non sarebbe stata comunque giustificabile, ma magari quantomeno più comprensibile: ma qui non siamo alle prese con un episodio de La signora in giallo o di una serie poliziesca alla Miami Vice (e poi quelli erano gli anni Ottanta, era il piccolo schermo, era insomma tutto un altro universo), senza contare che temi quali l'innocenza compromessa e la famiglia in pericolo avrebbero richiesto quantomeno un approccio non così banale e patinato come quello adottato da Howitt. E con un epilogo, conciliante e idilliaco oltre ogni "ragionevole dubbio", davvero indigeribile.

Il gatto e il topo: Jackson e Cooper

Samuel L. Jackson
Nello stereotipato ruolo del villain sadico e spietato, Clinton Davis, il veterano Samuel L. Jackson - che ci ha abituato anche a ritmi di una mezza dozzina di pellicole l'anno, molte delle quali, ahinoi, abbastanza dimenticabili - non gigioneggia neanche troppo, ma in sostanza aggiunge poco o nulla ad una filmografia vastissima quanto altalenante, da sempre divisa fra cult d'autore (Quentin Tarantino in primis) e mediocri B-movie. Mentre ci appare sempre più discendente (o dovremmo dire piuttosto in caduta libera?) la parabola professionale del 35enne Dominic Cooper: dopo essersi fatto apprezzare, nel lontano 2006, nell'ottimo e sottovalutato The History Boys, l'attore inglese sembrava avviato verso una fortunata carriera hollywoodiana, anche grazie al trampolino di lancio costituito da una presenza puramente 'decorativa' nel campione d'incassi Mamma mia!. Da allora, invece, il nostro Dominic non ne ha più azzeccata una, inanellando una sequenza pressoché ininterrotta di clamorosi flop (da The Devil's Double a La leggenda del cacciatore di vampiri, da Dead Man Down - Il sapore della vendetta a Summer in February); ed appare alquanto improbabile che Un ragionevole dubbio possa invertire questa tendenza.

Stefano Lo Verme
Redattore
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